Etimologie ...

venerdì 9 dicembre 2011




(tratto da  www.salvatorebrizzi.com/) 

Cattivo
Viene dal latino captīvum = prigioniero. Deriva da căpere = prendere. Giunto a noi attraverso il latino cristiano captīvum diăboli = prigioniero del diavolo. Infatti vivere in cattività significa vivere da prigioniero.
Il termine in sé è quindi privo dell’accezione morale datagli più tardi e che ancor oggi viene comunemente accettata. In origine il cattivo era un individuo prigioniero di una forza superiore, e in epoca cristiana tale forza veniva denominata “diavolo”. Il concetto di libero arbitrio era scartato a priori e l’uomo che compiva l’azione “cattiva” era semplicemente un prigioniero di forze meccaniche. L’individuo manifestava e sviluppava il suo libero arbitrio nel tentare di resistere a tali forze.

Diavolo
Viene dal greco diábolos = colui che divide, colui che getta (bállein) differenza (diá). Il termine, pur indicando anche la figura diabolica dell’immaginario tradizionale, indica al contempo un principio, il principio della separazione e della divisione, che peraltro tale figura ha sempre voluto rappresentare. Se Dio è l’Uno, il diavolo è il due. Il pentacolo con una punta verso l’alto o con due punte verso l’alto.
Ecco che l’espressione captīvum diăboli assume un significato più preciso e completo: è cattivo – ossia, è prigioniero del diavolo – chi sottostà a una visione separativa dell’esistenza dove egli si percepisce come contrapposto agli altri e in continua competizione con essi, e pertanto mette in atto azioni separative.

Matrix
È un termine latino matrix, -icis = utero, progenitrice. La matrice è un contenitore di qualsivoglia genere all’interno del quale possono essere individuati punti per mezzo di coordinate. La griglia utilizzata per il gioco della battaglia navale può essere indicata come esempio di matrice bidimensionale. Se le coordinate della matrice sono tre possiamo trovare un qualsiasi punto nello spazio e definire corpi tridimensionali. Infatti la nostra realtà può essere definita di natura olografica e costruita su una matrice tridimensionale. La domanda “Cosa è matrix?” che arrovella i protagonisti del noto film equivale alla domanda “Cosa è la realtà virtuale che ci circonda?”.

Intuire
Viene dal latino intuēri composto da in- = dentro e tuēri = osservare. Il termine indica un’attività legata all’osservazione interiore, e non al ragionamento tipico della mente. L’intuizione infatti non giunge per effetto di deduzione o induzione a partire da un certo numero di dati, ma come una folgorazione improvvisa, un fatto quasi accidentale, di cui non siamo noi la causa. Talvolta essa arriva attraverso i sogni. Intuire significa sprofondare dentro la propria anima e osservare le idee che ivi dimorano. È un processo intro-verso, ossia rivolto all’interno di sé.

Inventare
Viene dal latino invenīre = trovare, scoprire. Inventare significa trovare qualcosa che esiste già, e non “estrarre qualcosa dal nulla” come comunemente si crede. L’uomo non può inventare niente, può unicamente trarre dalla profondità di sé stesso qualcosa che si trovava già in quel luogo. Attraverso l’intuizione può scoprire qualcosa che già esiste su un piano più profondo – e più elevato – e che ancora non si è manifestato nella materia. Le invenzioni vagano nel mondo delle idee – che è sempre dentro di noi – e aspettano solo di essere scoperte. Il metodo di rinvenimento delle idee è l’intuizione: attraverso di essa ci si identifica con l’anima, la quale permette di avere accesso al mondo delle idee.

Crisi
Dal greco krísis = scelta, giudizio. Proviene da krīnō = io giudico. In origine si indicava col termine “crisi” un momento della vita di una persona in cui era necessario giudicare la situazione e compiere una scelta. Solo più tardi ha assunto l’accezione negativa di “brutto periodo di difficoltà”. Le Krisis facevano naturalmente parte del processo iniziatico di Risveglio dell’individuo e indicavano le tappe fondamentali di tale Risveglio. Ogni qualvolta il discepolo attraversava una Crisi ciò veniva interpretato come un evento positivo in quanto preludio e causa di un avanzamento di coscienza.
La confusione è quel magnifico stato che precede di poco la successiva chiarezza.
CosmoViene dal greco kósmos = ordine. Il termine cosmo non si riferisce all’aspetto quantitativo, materiale, dell’Universo, bensì alla qualità che gli è entrostante: l’Ordine. Il cosmo è Ordine, noi viviamo dentro l’Ordine e partecipiamo di esso. La nostra felicità deriva dalla capacità di aderire quotidianamente all’Ordine cosmico e farci canali della sua manifestazione. L’Illuminazione è la percezione istantanea di quest’Ordine, ossia la comprensione della Perfezione di tutto quanto accade.

Universo
Proviene dal latino vĕrsus, part. pass. di vĕrtere = volgere, e ūnus = uno. Universo significa dunque “rivolto all’uno”. Come per il termine “cosmo” anche in questo caso il significato originario non fa riferimento all’aspetto quantitativo, ma a quello qualitativo: l’Universo è inteso come un processo di tensione verso l’Uno, non come un insieme di astri disposti in ordine sparso in un ambiente piuttosto buio e freddo!
I tanto riveriti studiosi moderni fanno a gara nell’esprimere l’insieme delle insufficienze intellettuali che li affliggono quando provano a interpretare l’Universo come un contenitore di oggetti nato “a caso”. Ciò significa svuotarlo del significato che gli è proprio e renderlo un guscio vuoto.
L’Universo che abbiamo sotto gli occhi è unicamente un processo di ritorno all’Uno... come testimonia il nome stesso.

Caos
Viene dal latino chăos, che viene dal greco cháos = fenditura. Deriva da cháinō = mi apro, mi spalanco, o anche chào = sono vuoto. Ha sempre indicato l’origine della materia, ossia l’“apertura”, il Vuoto da cui l’Universo materiale ha tratto origine. Nel significato primitivo non è però incluso il concetto di “disordine”, che evidentemente è stato solo in seguito sostituito – dalle deviate menti moderne – al concetto di “Vuoto primevo all’origine della materia”.
Esiodo, nella sua Teogonia racconta che in principio c'era Caos, ovvero una voragine senza fine, sterminata e nera. Un Vuoto, appunto.
Per Platone il Caos è il luogo primigenio della materia informe e rozza a cui attinge il Demiurgo per la formazione del mondo ordinato, il Cosmo. In entrambi gli autori non esiste il concetto di “disordine”.
Nel Caos c’è assenza di Ordine in quanto c’è assenza di tutto, non in quanto c’è presenza di disordine. Solo una mente irrimediabilmente dicotomica può cadere in questo tranello. Il Caos non è altro che lo Zero precedente sia l’Uno che la conseguente creazione dell’Universo materiale.



Psicologia
Viene dal greco psyché = anima, che a sua volta deriva dal verbo psỳchein = respirare, e lógos = verbo, inteso come suono, vibrazione. La psicologia concerne quindi il suono dell’anima dell’individuo, il suo respiro. L’anima non può essere studiata nel senso comune del termine, bensì SENTITA. Un’anima SENTE un’altra anima, non la studia sul piano mentale, in quanto tale operazione risulterebbe ridicola come cercare di misurare il peso di un sacco di farina utilizzando un termometro. Non è che la farina non sia misurabile di per sé, è che ci stiamo servendo dello strumento sbagliato. L’empatia permette di conoscere l’anima, non l’analisi intellettuale.
Se ne deduce che la psicologia odierna (dalla metà del XIX sec.) sta studiando qualcosa che non ha nulla da spartire con la psicologia, né riguardo all’oggetto – infatti studia la mente anziché l’anima – né riguardo al metodo (l’analisi anziché la sintesi empatica).
Degno di nota il fatto che psyché in greco indichi sia l’anima che la farfalla: un nuovo essere che nasce dalla trasformazione del bruco. Risulta evidente l’analogia con il processo di trasformazione spirituale dell’essere umano.
D’altronde i greci... erano i greci.

Empatia
Viene dal greco én = in e páthos = vibrazione emotiva. Secondo il significato comune il pathos è la commozione, il patimento, il trasporto. L’empatia sarebbe quindi il processo per cui si crea una sorta di « comunione vibratoria » con un altro individuo, che in alcuni casi – quando non è vissuta con il sufficiente distacco – può portare a provare il suo stesso patimento. Questa comunione vibratoria può coinvolgere solo i due corpi emotivi, oppure, a un livello maggiormente profondo, la vibrazione di due o più anime. Pertanto quando si ascolta una persona con l’anima, il provare empatia non significa più semplicemente soffrire o rallegrarsi insieme al corpo emotivo, o “corpo di dolore”, dell’altro, ma entrare in sintonia sul piano dell’anima, senza coinvolgimento emotivo, ma con più intensità animica.

Ricordare
Dal latino recordāri, composto dal pref. re- e il sostantivo cŏr, cŏrdis = cuore. Il termine significa dunque “ripetere, registrare nel cuore”. Il Cuore era infatti per gli antichi la sede della vera memoria. Ed essi non si sbagliavano in quanto, mentre la memoria della personalità – cioè la memoria materiale quantitativa - ha sede nella mente (da cui il termine rammentare = re- ad- mentare), la memoria animica – cioè la memoria delle qualità entrostanti gli eventi – ha sede proprio nel Cuore. In tal senso l’autentico “ricordo” non è giudicante, ossia non prevede la divisione fra giusto e sbagliato, che appartiene alla mente e non al Cuore. Nel vero ricordo osserviamo e sentiamo un evento con il Cuore, senza giudicarlo, ma comprendendo quale qualità animica ci ha permesso di sviluppare.


Ricordo di sé
Significa “riportare se stesso al Cuore”. Dobbiamo distinguere fra lo sforzo di ricordarsi di sé – che è ciò a cui si dedicano tutti coloro che iniziano a fare esercizi di risveglio – e il vero e proprio ricordo di sé, che è la meta. Quest ultimo è uno “stato emotivo superiore”, come lo descriveva Gurdjieff, cioè uno stato che concerne, per l’appunto, l’attività del Cuore... un’emozione superiore. E ciò viene troppo spesso dimenticato dalle pseudo-scuole di Quarta Via.

Amore
Sul dizionario viene riportata la derivazione dal latino amāre, derivante a sua volta dal sanscrito ka o kam = desiderare, da dove viene kama = desiderio e kamaloka = mondo del desiderio (loka = luogo) o mondo astrale.
Il greco antico per designare l’amore utilizzava però più termini: philia (amore tra amici), eros (amore passionale), agape (amore incondizionato, anche non ricambiato, spesso con riferimenti religiosi: è la parola usata nei Vangeli) e storge (amore familiare).
Secondo un’interpretazione non ufficiale il termine può esser fatto derivare da a- morte = senza morte, immortale (dal latino mors, mortis). Tale spiegazione ha un senso all’interno di un’ottica esoterica: l’amore incondizionato infatti fa sì che l’individuo sperimenti un’apertura di coscienza che lo proietta nell’infinito e, di conseguenza, nella percezione dell’immortalità.

Esoterismo
Di norma si crede che tale termine significhi “nascosto”, ma è sufficiente consultare un dizionario etimologico per scoprire qualcosa di diverso. La parola viene da esòterikòs che a sua volta viene da esòteros = interiore; comparativo di èsō o iso = dentro. Esoterico significa semplicemente "interiore" e concerne dunque tutto ciò che coinvolge l’interiorità dell’essere umano. Per estensione è passato poi a indicare tutto ciò che – proprio perché interno – è anche nascosto. Esòterikòs era denominato il discepolo interno della scuola di Pitagora, mentre exôterikòs era colui che non veniva ammesso alla scuola.

Coraggio
Deriva dal latino coraticum (o anche cor habeo), aggettivo derivante da cŏr, cŏrdis = cuore e dal verbo habere = avere. Essere coraggioso significa avere cuore.
La definizione esoterica di coraggio riguarda la capacità di un individuo di compiere un atto che vada oltre gli istinti di sopravvivenza, i condizionamenti e i bisogni della personalità. Agire con coraggio significa non ascoltare le paure della personalità e seguire la voce dell’anima, la voce del Cuore. Solo un particolare sentire del Cuore può spingere una persona a compiere un atto che vada oltre le paure della personalità.

Sacrificio
È un termine molto simile a coraggio. Viene dal latino sàcer = sacro e fàcere = fare. Quando sacrifichiamo qualcosa, cioè quando “facciamo il sacro”? Anche in questo caso quando riusciamo ad andare oltre gli attaccamenti e le paure della personalità. Il sacrificio mi deve costare qualcosa, mi deve fare un po’ soffrire, altrimenti non ha valore. A seconda dello stadio di coscienza di chi offre il sacrificio, questo può essere umano, animale, vegetale oppure, negli stati di coscienza più elevati, il sacrificio concerne delle parti psicologiche di noi stessi: sacrifico la mia gelosia lasciando che il mio fidanzato esca con una sua ex, sacrifico il mio attaccamento al denaro prestando dei soldi a qualcuno che non so se potrà ridarmeli, sacrifico il mio attaccamento a un modo di pensare non impuntandomi per far valere la mia opinione, sacrifico la mia passione per i dolci, e così via.
Offro a Dio qualcosa a cui tengo, privandomene. Questo crea un collegamento fra me e il divino. Più è basso il mio livello di coscienza più diventa necessario che io faccia scorrere del sangue con il fine di aprire un canale verso i mondi superiori. In altre parole, la mia eccessiva distanza dal divino mi costringe a compiere un atto massimamente scioccante e invasivo per il mio subconscio, quale può essere il sacrificio umano, al fine di essere “ascoltato” dal divino. Una volta aperto questo canale il sacerdote è in grado di canalizzare la risposta che proviene dall’alto, la quale una volta poteva giungere anche in termini di manifestazioni fisiche dirette della divinità, mentre oggi, essendo mutato il livello di coscienza, giunge come un’intuizione sul da farsi.


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