La dotta ignoranza di fronte a Dio

giovedì 10 maggio 2012








Prima fonte : http://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_Cusano


La dotta ignoranza di fronte a Dio

Con tale espressione s'intende che quanto si conosce, lo si conosce solo mettendolo in relazione con ciò che non si conosce, ma questo diventa possibile solo quando la cosa ignota, che non si conosce, abbia un minimo a che fare con ciò che già si conosce. La posizione della "dotta ignoranza" è l'unica che si può prendere di fronte a Dio, quale Essere perfetto e infinito, inattingibile alla possibilità di conoscenza di esseri imperfetti e finiti (cioè gli uomini). Per questo si può parlare di teologia negativa, in quanto Cusano afferma che sapiente non è colui che possiede la verità, ma colui che conosce la propria ignoranza, ed è quindi consapevole dei propri limiti; non si può infatti essere consci della propria ignoranza senza avere già parzialmente o inconsciamente intravisto cos'è che non si sa; viceversa, l'ignorante assoluto non ha neppure coscienza della propria ignoranza. Cusano si riallaccia alla tradizione del Platonismo cristiano, in particolare a quella di Pseudo-Dionigi l'Areopagita, ma rielabora a suo modo tali antichi concetti. Dio, per Cusano, è al di là di tutto, e dunque, tutto ciò che di Lui affermiamo non è più vero di ciò che di Lui neghiamo. Quindi, Cusano riprende Socrate nell'affermare che bisogna "sapere di non sapere", e tale è l'unico modo umano possibile per pensare a Dio. Tale sapere di non sapere, però, non è una semplice ignoranza, ma è la più alta sapienza dell'uomo, che riconoscendo la sua totale insipienza, ma impegnandosi nel tentare in ogni caso, mediante congetture, di approssimarsi a Dio, può trasformare questa sua ignoranza in dotta ignoranza. La vera conoscenza di Dio, e dunque la vera nobiltà intellettuale, è avvicinarsi indefinitamente a Dio, cioè alla Verità, non per gradi, poiché sarebbe impossibile dar dei gradi all'infinito, ma in un perpetuo ed unico sforzo che dalla totale ignoranza ci porta alla totale conoscenza (cioè Dio). Infatti, egli scrive:

« [...] La verità non ha né gradi, né in più né in meno, e consiste in qualcosa di indivisibile. [...] Perciò l'intelletto, che non è la verità, non riesce mai a comprenderla in maniera tanto precisa da non poterla comprendere in modo più preciso, all'infinito; [...] »(Nicola Cusano, De docta ignorantia, I, 2-10)

Per spiegare meglio questo concetto, Cusano fa l'esempio geometrico del poligono inscritto in un cerchio:
« [...] ad ha con la verità un rapporto simile a quello del poligono col circolo: il poligono inscritto, quanti più angoli avrà, tanto più risulterà simile al circolo, ma non si renderà mai uguale ad esso, anche se moltiplicherà all'infinito i propri angoli, a meno che non si risolva in identità col circolo. [...]»


 

Dunque, per Cusano l'uomo non potrà mai conoscere Dio finché è parte del finito, e dunque finché è in questa vita, ma nell'infinito può risolversi in identità col cerchio, cioè con l'Infinito stesso (Dio); questo potrà, però, solo se moltiplica per l'infinito di Dio il suo finito.
Cusano pone dunque un chiaro limite alla ragione umana, che non può andare oltre il finito, e che, dunque, di fronte all'infinito non può che annullarsi, e in questo diventare infinita. Il concetto di episteme, quindi, per Cusano è assolutamente impossibile, dacché non è possibile cogliere Dio nella Sua totalità nel durante finito, o anche nella Sua parzialità attraverso dei gradi, che dovrebbero essere infiniti e dunque sempre fuori dal finito che è l'uomo.



[...]


Per Cusano, noi cogliamo l'Essere di Dio da un particolare punto di vista. In Cusano non è possibile cogliere il concetto, infatti, si possono avere solo congetture. La congettura è l'unica conoscenza umana possibile, ma tuttavia è sempre sbagliata a causa della sua indefinita parzialità; comunque, nonostante le congetture siano sempre sbagliate, sono nobili, e bisogna congetturare perché la verità non sta nelle varie ed infinite congetture che l'uomo può fare, ma sta nella stessa tendenza alla Verità infinita e pura, che nell'uomo si traduce poi necessariamente in qualche congettura. Quindi la verità non è nella congettura, ma nella tendenza alla verità che è stata causa di tale congettura.


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Seconda fonte:
dialogo tratto da "IL DIO NASCOSTO" di N. Cusano --->





« GENTILE Forse è proprio questo che ti ha spinto all'adorazione: il desiderio di essere nella verità.

CRISTIANO È così, infatti. Non onoro il Dio che i tuoi gentili credono a torto di conoscere e a cui hanno imposto un nome, ma piuttosto quel Dio che è la  medesima ineffabile verità.

GENTILE Poiché tu onori il Dio che è la verità e, d'altra parte, noi stessi non intendiamo onorare un Dio che non sia nella verità, vorrei chiederti, fratello,  qual è la differenza fra voi e noi? 

CRISTIANO Vi sono molte differenze. Ma in questo consiste l'unica e  massima: noi onoriamo la stessa verità assoluta, non mescolata ad altro, eterna  e ineffabile; voi, invece, onorate la verità non come essa è in sé, ovvero  assoluta, ma come è nelle sue opere: non l'unità assoluta, ma l'unità nel numero  e nella moltitudine. Ed è in questo modo che cadete in errore, perché la verità, che è Dio, non è comunicabile all'alterità.

GENTILE Ti prego, fratello, di guidarmi cosicché io possa intendere quel che dici del tuo Dio. Rispondimi: che cosa sai del Dio che adori?

CRISTIANO So che tutto ciò che conosco non è Dio e che tutto ciò che concepisco non è simile a lui: egli è, infatti, al di sopra di tutto.».



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« GENTILE:  Dunque Dio è nulla. 


CRISTIANO: Non è nulla, perché il nulla risponde al nome di “nulla”. 


GENTILE: Se non è il nulla, è allora qualcosa. 


CRISTIANO : Non è neppure qualcosa. Qualcosa non è infatti ogni cosa. Dio, invece, non è qualcosa piuttosto che ogni cosa.  


GENTILE: Affermi cose sorprendenti: che il Dio che adori non è né il nulla, né  qualcosa; nessuna ragione è in grado di afferrare tali verità.
 

CRISTIANO: Dio è al di sopra del nulla e del qualcosa: il nulla gli obbedisce, di  fatti, per divenire qualcosa. E questa è l'onnipotenza divina: grazie ad essa, in  verità, egli supera tutto ciò che è o che non è, cosicché gli obbedisca sia ciò che non è, sia ciò che è. Egli fa sì che il non-essere giunga all'essere e che l'essere  passi al non-essere. Pertanto non è nessuna di quelle cose che sono al di sotto di lui e che la sua onnipotenza precede. Ecco perché, essendo tutte le cose da lui, non si può dire che [Dio] sia questo piuttosto che quello».



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