SIMONE WEIL : SCENDERE VERSO L'ALTO

domenica 12 agosto 2012



 di Fabio Brotto


Qualche notizia su Simone Weil, per chi non la conosca. Nasce nel 1909, da famiglia ebrea, muore nel 1943. Come muore?
http://mandicau.blog.tiscali.it/files/2011/10/simone_weil1.jpgLei muore a trentaquattro anni, di tisi, perché in Inghilterra, dove è attivamente impegnata nella lotta contro i nazisti, rifiuta di mangiare una razione giornaliera superiore a quella concessa da Hitler ai prigionieri nei campi di lavoro. Rifiuta il cibo che potrebbe salvarle la vita perché la sua identificazione con gli ultimi vuol essere totale.

Simone Weil diventa cristiana. Ha un’esperienza mistica di Cristo: diretta, quindi, e sconvolgente. Ma non vorrà mai entrare ufficialmente nella Chiesa cattolica. Si sente indegna dell’eucarestia. Accetterebbe il battesimo solo se la dottrina della Chiesa ammettesse la presenza della rivelazione di Cristo anche al di fuori della tradizione ebraico-cristiana, in particolare nell’induismo e nella Grecia antica. Legge l’Iliade come poema sacro, in cui si rivela Dio, così come si rivela in alcune tragedie di Eschilo e Sofocle. Il suo è quindi un cristianesimo estremamente problematico, anche a causa della natura sostanzialmente catara del suo concetto di creazione.
Simone Weil è ebrea, ma vede nel popolo cui per origine appartiene una razza di materialisti idolatri e violenti, lontani da Dio e da ogni realtà spirituale proprio come i Romani. Pensa che tutto ciò che di buono e santo si può trovare nella Bibbia provenga da fonte non ebraica (dall’Egitto, dalla Persia, dall’India).

Come accostarsi a Simone Weil?
Un accostamento al suo pensiero che fosse di tipo puramente accademico sarebbe, secondo quanto mi sembra vero, non in simpatia con quello stesso pensiero, e quel pensiero si chiuderebbe alla comprensione. Dare ascolto a Simone Weil significa anzitutto lasciarsi alle spalle molte cose, e in particolare ogni separazione tra il piano della conoscenza e il piano della vita, secondo la permanente richiesta di ogni modello conoscitivo che si costituisca come forma di vera sapienza. Dare ascolto a Simone Weil significa poi accettare la sfida di un’estrema dislocazione delle proprie categorie concettuali, qualora si sia cresciuti nello spirito dell’Occidente, e massime nella tradizione ebraico-cristiana. Dare ascolto a Simone Weil si può solo se si è disposti a farsi mettere in questione da un ciò che è dietro le parole tanto aggressivo e potente quanto si ammanta di umiltà e di aspirazione alla chenosi. In ultimo, la natura fondamentalmente esoterica della ricerca di Simone Weil potrebbe rendere anche del tutto inutile, se assunta come tale, la lettura dei molti saggi che su di lei sono stati scritti, che potrebbero risultare per lo più viziati da preconcetti di ogni tipo; e potrebbe rendere inutile pertanto anche la lettura di queste note.

Che cos’è, infatti, la verità? Il quesito radicale di Ponzio Pilato deve restare senza una risposta teorica. La domanda di Pilato a Cristo, il quale non dice nulla, è la domanda cui Simone Weil dà la seguente risposta che, secondo quanto mi sembra vero, informa tutta la sua opera, o almeno la parte finale di essa, quella più matura, e la rende per ciò stesso estremamente problematica: Casi frequenti in cui affermando una verità su un certo piano, la si distrugge. Nel momento in cui la si dice (ovvero la si dice su un certo piano) non è più vera. Essa è vera solamente dietro (o al di sopra di) l’affermazione contraria. Non è dunque percepibile che agli spiriti capaci di cogliere simultaneamente diversi piani sovrapposti di idee. Essa è incomunicabile nel senso che il linguaggio è a una o al massimo a due dimensioni (a due se è scritto, ma la pagina è un limite). Questa è la ragion d’essere dell’esoterismo. Euridice. Verità che sono false appena le si guarda [Quaderni, Adelphi, Milano 1982, p.312]. E’ la profonda e stabile coscienza di questa natura della verità che conferisce a Simone Weil uno sguardo penetrante che svela l’infondatezza degli idoli del nostro secolo, e una straordinaria libertà spirituale rispetto ad ogni fascinazione ideologica. Io ritengo che valga la pena di mettersi alla scuola di questa libertà.

Tutta la nostra civiltà sta sotto il segno di Niobe: è convinta che numero e quantità siano la cosa più importante. Ma la verità illumina l’anima in ragione della sua purezza. La quantità non c’entra. Per questo la modernità è nell’errore. Simone Weil pensa che essa da un lato cancelli tutte le differenze, creando un pensiero unico, e che questo, d’altra parte, per la sua pretesa di essere collettivo, sia un non-pensiero ["Poiché il pensiero collettivo non può esistere come pensiero, esso passa nelle cose (segni, macchine…). Ne consegue questo paradosso: la cosa pensa, e l’uomo è ridotto allo stato di cosa" – Quaderni, cit., p.139].


Il Novecento è in balìa della dismisura. L’ipertrofia dell’io e del noi si rovescia in assoluto nichilismo. Adorazione dell’anima collettiva che si sostituisce a Dio: fenomeno antico, che nel nostro secolo si presenta in forme nuove. Idolatria della scienza: scienza come figura della forza. La forza degrada lo spirito, come è rivelato nell’Iliade di Omero. La lettura illuminata dell’antico opera la demistificazione del moderno e della sua hybris. La dismisura imperante produce un orribile vuoto morale che rende l’uomo disponibile a qualunque impresa, e l’incapacità del moderno di concepire il bello.
Simone Weil, grecamente, fonde in uno il bello e l’etico, operando una critica decisa della moderna separazione, che è iniziata nel secondo Rinascimento, quando all’ispirazione greca si è sostituita quella romana.
Simone Weil legge la sapienza greca, quella indù e la cristiana, ed esse sono per lei un’unica e sola sapienza, fondata su di una metafisica che è eterna ed immutabile. Trascura invece sostanzialmente le fonti sapienziali islamiche e, cosa sorprendente, ebraiche (con rare e poco rilevanti eccezioni). Perché? La risposta è che l’Islam appare ai suoi occhi bacato, come Israele, dalla tendenza all’adorazione di se stesso, e della forza. Il Dio della Bibbia ebraica—quello dei libri storici soprattutto—e quello del Corano le paiono essere essenzialmente delle rappresentazioni dell’anima collettiva dei due popoli ebreo e arabo, e quindi degli idoli. Se vi è una costante nel pensiero weiliano, questa è data dalla convinzione che nel mondo si dia il regno della forza, e che la lotta contro la forza sia cosa difficilissima e attuabile solo in virtù di un’ispirazione soprannaturale, che nel suo linguaggio coincide totalmente (anche il termine grazia è usato da lei in un’accezione esterna alla tradizione cristiana, e vicina al modo in cui Plotino intende il ridondare della pienezza dell’Uno) con la conoscenza metafisica. Solo chi sia ripieno di spirito santo come il Cristo nel deserto può rifiutare la tentazione di impadronirsi della forza, cioè dei regni di questo mondo, che vengono offerti da colui che ne è il principe. E’ chiaro pertanto che regni di Israele e ordinamenti politico-religiosi di qualsiasi tipo ricadono entro categorie sostanzialmente sataniche.
Il pensiero di Simone Weil è per essenza dualistico, e in questo senso fortemente debitore ad un’ispirazione catara. Il polo negativo è dato da Israele e Roma, adoratori della forza e atei [Quaderni, cit., p.123], da cui discende tutto il negativo della storia, in quanto hanno portato alla coerenza e al pieno sviluppo una originaria tendenza al male che è insita nella creazione. La concezione secondo la quale lo stesso ordinamento del mondo è per sé malvagio non conduce però Simone Weil ad una prospettiva di non-azione, ma ad un tipo di agire cosciente della propria appartenenza ad un regno che è così cattivo da rendere divina solo la decreazione. Questo agire è in lei la forma suprema del distacco. Qui si inserisce l’accostamento di Simone Weil ai testi della tradizione sanscrita (mediata, come è noto, inizialmente da R. Daumal), in particolare alle Upanishad, e con particolare intensità al Bhagavad Gîtā. Ciò che caratterizza l’approccio weiliano è la continua e strenua mediazione tra i concetti, o meglio le illuminazioni, che le si danno da quei testi e ciò che le appare come lo spirito della Grecia. Secondo quanto mi sembra vero, tre sono i testi fondamentali per l’articolazione del pensiero weiliano, che ha il suo cardine nell’idea di metaxú, cioè di tramite: l’Iliade, il Gîtā e il Vangelo. Essi sono posti continuamente sotto interrogazione, in modo che l’uno integri gli altri. Tuttavia l’ordinamento del mondo non è in sé soltanto malvagio, come il pensiero weiliano non è puramente cataro.

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