Aforismi di Lin Yutang, da “l’importanza di vivere”

giovedì 6 settembre 2012

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Il grande insegnamento taoista mette l'accento sull'essere, piuttostoché sul fare, sul carattere, piuttostoché sul successo, sulla calma, anziché sull'azione. Ma la calma interiore è possibile soltanto quando l'uomo non è disturbato dalle vicissitudini del fato.
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il fine della vita non è una qualsiasi entità metafisica, ma proprio la stessa vita
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Il costringere le cose umane in formule esatte mostra di per se stesso mancanza di senso umoristico e quindi mancanza di saggezza
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la saggezza nella vita consiste nell'eliminare lecose non essenziali, nel ridurre i problemi della filosofia a tre o quattro - il godimento della casa (relazione tra uomo,donna e fanciullo), della vita, della natura e della cultura, e nel mettere alla porta tutte le altre irrilevanti discipline scientifiche e inutili perseguimenti di conoscenza.
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Il mondo, trovo io, è troppo serio, ed essendo troppo serio, ha bisogno di una saggia ed allegra filosofia: soltanto il filosofo allegro è profondo filosofo...
Per me personalmente, l'unica funzione della filosofia è quella di insegnarci a prendere la vita più leggermente e allegramente del comune uomo d'affari; e nessun uomo d'affari che nonsi ritiri a cinquant'anni, se può, è filosofo agli occhi miei. Non è questo soltanto un pensiero casuale; in me è un punto divista fondamentale. Il mondo può essere trasformato in un luogo più pacifico e ragionevole a viverci, soltanto quandogli uomini si saranno imbevuti della leggera gaiezza di questo spirito. L'uomo moderno prende la vita tropposeriamente, e perché è troppo serio il mondo è pieno di guai. Ci conviene, quindi, metterci alla ricerca dell'origine ditale atteggiamento, il che potrà rendere possibile il godimento di questa vita a pieno cuore ed un più ragionevole, più pacifico e meno fanatico temperamento
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Metà del mondo occupa il proprio tempo producendo cose, e l'altra metà lo occupa facendosi far delle cose dagli altri, o rendendo impossibile agli altri di fare qualcosa
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Che imperscrutabile mistero questa civiltà incui gli uomini si travagliano in pensieri e lavori da imbiancare i capelli, per guadagnarsi il pane e dimenticare didivertirsi...
I saggi non son troppo occupati, e i troppo occupati non son saggi. L'uomo più saggio, è, perciò, quello che oziacon maggior grazia.


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Laotse è stato ingiustamente accusato di essere ostile alla vita ; io credo al contrario che egli insegnasse la rinunzia alla vita mondana perché amava troppo teneramente la vita per consentire a che l'arte divivere degenerasse nel mero mestiere della vita
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Il desiderio di successo è annientato dalla gomitata furbesca che ti avverte che la riuscita è un nome nuovodella paura di non riuscire. Più grande successo ha avuto un uomo e più teme la caduta. Le illusorie ricompense dellafama son poste a confronto coi tremendi vantaggi dell'oscurità. Dal punto di vista taoista, uomo educato è chi crede dinon aver avuto successo quando lo ha avuto, chi non è affatto sicuro di esser fallito quando è fallito...
Chuangtse, il più grande e dotato dei filosofi taoisti, ci ammonisce continuamente a non essere troppo eminenti, troppoutili e troppo servizievoli. I porci vengono uccisi e offerti sull'altare quando diventano troppo grassi; gli uccelli bellisono i primi a cadere sotto i colpi del cacciatore.
....   I tre massimi vizi americani mi sembra siano la perfezione, la puntualità e la brama di riuscita e successo. Sono essi cherendono gli americani così infelici e nervosi. Li derubano del loro inalienabile diritto a oziare e li privan di troppi piacevoli, pigri, bei pomeriggi. Bisogna partir dalla fede che non vi sono catastrofi al mondo, e che, oltre la nobile arte di compiere le cose, esiste l'arte più nobile di lasciarle incompiute.
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E' lecito considerare il godimento della musica che chiamiamo arte come untipo indubbiamente più elevato di godimento del fumare la pipa, che chiamiamo materiale? Questa distinzione tragodimenti materiali e spirituali è dunque confusa, inintelligibile e non vera, almeno per me. Io sospetto che derivi daquella falsa filosofia che divide nettamente lo spirito dalla carne, e non è sostenuta da una più diretta e intima indaginesui nostri veri godimenti. Oppure ho troppo presunto e commesso una petizione di principio nei riguardi del vero finedella vita umana? Ma io ho sempre presunto che il fine della vita fosse il vero godimento della medesima. E' cosìsemplice, perché così è...
... son portato a pensare che i filosofi che partono dal risolvere il problema dello scopo della vita,commettono essi una petizione di principio col presumere che la vita debba avere uno scopo. Questo problema, tantomesso in evidenza dai pensatori occidentali, ha indubbiamente ricevuto questa importanza attraverso la teologia. Iocredo che nel complesso, presumiamo troppi scopi e finalità. E lo stesso fatto che la gente cerchi di risolvere tale problema e ci disputi sopra e si incuriosisca, vale a mostrarcelo del tutto inutile e ozioso. Se ci fosse stato uno scopo ouna finalità nella vita, non sarebbe stato così imbarazzante, vago e difficile da scoprire.
Il problema può esser scisso in due: o quello di uno scopo divino, da Dio fissato per l'umanità; o, quello di uno scopoumano che il genere umano debba porre a se stesso. Per quanto riguarda il primo, io non mi propongo di esaminarlo, perché qualunque cosa pensiamo Dio abbia in mente, deriva necessariamente dalla mente nostra; è ciò cheimmaginiamo noi che Dio abbia in mente; ed è veramente difficile per l'intelligenza umana scrutare una intelligenzadivina. Il risultato che generalmente otteniamo con questa sorta di ragionamento è quello di fare di dio il sergente ascarodel nostro esercito e di farlo altrettanto sciovinista quanto siam noi; Egli non può, così la pensiamo, avere un 'divinoscopo' o un 'destino' per il mondo o per l'Europa, ma soltanto per la nostra diletta Madrepatria. Son perfettamente sicuroche il nazista non poté concepire un Dio senza la svastica sul bracciale. Tale Dio è sempre 'con noi'; non è possibile chesia 'con loro'. Né i germanici furono l'unico popolo a pensarla a questo modo.Per quanto riguarda il secondo problema, il caposaldo della disputa non cosa sia, ma cosa "debba essere" lo scopo dellaumana vita, e, di conseguenza, si tratta di problema pratico e non metafisico. In questo problema di quale debba esserelo scopo della umana vita, ogni uomo proietta le sue proprie concezioni e la sua propria scala di valori. E questo è ilmotivo per cui ci disputiamo, perché differiscono l'una dall'altra le nostre scale di valori. Per mio conto, mi contento diesser meno filosofico e più pratico. Non mi azzardo a presumere che ci debba necessariamente essere uno scopo, unsignificato dell'umana esistenza. Come ha detto Walt Whitman: 'Mi basto, così come sono.' Mi basta di vivere - e diaver probabilmente da vivere qualche altra decade - e che la vita umana esista. Esaminato da questo angolo, il problemadiventa straordinariamente semplice e non ammette che una risposta. Quale può essere il fine della vita umana, eccettoil godimento della medesima?E' strano che questo problema della felicità, che è il grande problema che travaglia le menti di tutti i filosofi pagani, siastato totalmente trascurato dai pensatori cristiani. Il grande problema che affanna le menti teologiche non è quellodell'umana felicità, ma quello dell'umana 'salvazione' - parola tragica. A me la parola suona male, perché ogni giornosento qualcuno in Cina che parla della nostra 'salvezza nazionale'. Suggerisce il sentimento di gente che si trovi su un bastimento che fa acqua, un sentimento di condanna irrevocabile e la ricerca del metodo migliore per scampare la vita.La cristianità, che è stata descritta come 'l'ultimo respiro di due mondi in agonia' (il Greco e il Romano), conservatuttora qualcosa di quella caratteristica, nella sua preoccupazione pel problema della salvezza. Il problema di vivere èassorbito nel problema di salvare la vita da questo mondo. Perché dovrebbe l'uomo travagliarsi tanto per la salvezza, senon avesse il sentimento di esser perduto? Le menti teologiche son così prese dal pensiero della salvezza e così poco daquello della felicità, che tutto quello che sanno dirci sul futuro è che ci sarà un assai vago paradiso, e se leinterroghiamo su quel che faremo lassù e in che modo saremo felici nel cielo, non ne hanno che idee più che vaghecome cantar inni e vestir bianche vesti (1). Maometto almeno dipingeva un quadro di futura felicità con vini prelibati,frutta sugose e brune fanciulle dagli occhioni appassionati, che noi profani possiamo capire. Se non si riesce a renderciil paradiso più animato e convincente, non c'è motivo di darci da fare per entrarci, a rischio di trascurare questaesistenza terrestre. Meglio un uovo oggi che una gallina domani. Dovremo essere attivi in paradiso, come presumonosenza fallo i credenti nel progresso e nell'attività? Ma come lavorare a far progresso quando saremo già perfetti? O nonfaremo che oziare, non far nulla e non prendercela? E in tal caso non sarebbe meglio imparare a oziare mentre siamoancor sulla terra, come preparazione alla nostra vita eterna? Se vogliamo avere una visione dell'universo, dimentichiamo noi stessi e non riduciamolo alle nostre misure
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Per me, ad esempio, i momenti veramente felici sono: quando mi sveglio la mattina dopo una notte di perfetto riposo e aspiro l'aria mattutina che mi dilata i polmoni; quando mi sento disposto a inspirare profondamente e provo la piacevole sensazione della distensione della pelle e dei muscoli del torace, e quando, di conseguenza, mi sentointonato al lavoro; o quando ho la pipa in mano e le gambe distese in poltrona e il tabacco arde lentamente eugualmente; o quando in cammino in una giornata torrida, la gola arsa dalla sete, vedo una bella e chiara sorgente, il cuisuono soltanto basta a farmi felice, e mi levo scarpe e calzini, e immergo i piedi nella deliziosa acqua fredda; o quando,dopo un pranzo perfetto, mi stendo in una sedia a sdraio; quando non vi è nessun disturbatore nella compagnia, e laconversazione scorre via a passo leggero verso una ignota destinazione, e mi sento fisicamente e spiritualmente in pacecol mondo intero; o quando in un pomeriggio estivo vedo raccogliersi nere nuvole all'orizzonte e so per certo che untemporale di luglio sopravverrà tra un quarto d'ora, ma vergognandomi di essere visto sotto l'acqua senza ombrello,frettolosamente decido di far mezza strada incontro al temporale attraverso i campi, e arrivare a casa ammollato finoall'ossa e raccontare alla famiglia che son semplicemente stato sorpreso dall'acqua.

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Può, dunque, far tanta maraviglia se ci divoriamo ancora l'un l'altro in più d'un senso, individualmente, socialmente e internazionalmente?
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Il tempo della moderna vita industriale proibisce questa sorta di splendidamente magnifico oziare. Ma, peggio assai,impone una diversa concezione del tempo, in quanto misurato dall'orologio, e cambia definitivamente in orologio lostesso individuo umano. Questa specie di cose debbono sopravvenire necessariamente anche in Cina, per esempio inuna fabbrica con ventimila operai. La lussuosa prospettiva di ventimila operai che entrano in fabbrica a qualunque ora aloro bell'agio, ha, certamente, qualcosa di terrificante. Nondimeno, è questo che rende la vita così dura e frenetica.L'uomo che deve esser puntualmente in un certo posto alle cinque, ha tutto il pomeriggio dall'una alle cinque rovinato.Ogni adulto americano divide il suo tempo sulla falsariga dello studente: alle tre questo; alle cinque quest'altro; alle seie mezzo cambiar vestito; alle sei e cinquanta taxi; alle sette entrata in sala da pranzo all'albergo. Una vita da cani.E gli americani sono arrivati ora a tale sciagurata condizione, che hanno impegnato non soltanto domani o l'entrantesettimana, ma anche il mese venturo.
... Ma soprattutto la incapacità americana di oziare deriva dal desiderio di far delle cose e dal porre l'agire al disopradell'essere... Il desiderio di azione dei vecchi edelle vecchie americane per guadagnarsi rispetto di sé e considerazione dalle giovani generazioni, è cosa che li faapparire assai ridicoli agli occhi di un orientale.
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Il grande filosofo taoista Liehtse lo ha espresso nella famosa parabola del 'Vecchio al Forte':
'Un vecchio viveva col figlio in un forte abbandonato sulla cima d'un colle, e un giorno perdette un cavallo. I vicinivennero a esprimergli la loro simpatia per la sua sfortuna, e il vecchio chiese: 'Come fate a sapere che sia una sfortuna?'Pochi giorni dopo, il suo cavallo fece ritorno con un seguito di cavalli selvatici, e i vicini tornarono di nuovo, per congratularsi con lui di questo colpo di fortuna, e il vecchio a replicare: 'Come fate a sapere che sia una fortuna?' Contanti cavalli intorno, suo figlio incominciò a cavalcare e un giorno si ruppe una gamba. Di nuovo i vicini vennero aesprimergli la loro simpatia, e il vecchio di rimando: 'Come fate a sapere che sia una sfortuna?' L'anno dopo fu laguerra, e siccome il figlio del vecchio era storpiato, non fu costretto ad andare al fronte.

 

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciao Zewale

In questo libro si esprime una filosofia di vita che sembra ormai perduta.

Grazie di postare articoli così straordinari.
Ogni giorno appena posso mi collego a questo sito per la razione quotidiana di saggezza ...

Grazie, un abbraccio

Alex

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