IAGLA – SULLA “LEGGE DEGLI ENTI “

mercoledì 25 dicembre 2013

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Le brevi considerazioni da me esposte sotto il titolo: « La legge degli Enti », sembra abbiano attirato in modo speciale l’attenzione di più di un lettore. Non si può dire, certo, che l’argomento non lo meriti: l’esistenza di una legge del mondo invisibile che sembra avere la stessa importanza, lo stesso significato e la stessa generalità della legge fisica della conservazione dell’energia, deve interessare naturalmente tutti quelli che si accingono a fare qualche cosa in senso pratico in questo campo. Voglio perciò riprendere l’argomento completandolo con qualche dettaglio che rientri nella mia competenza.

Io scrivevo: Quando si crea una resistenza di contro al vortice di un ente (riferendomi all’insegnamento più specificato già esposto in questa sede, si può dire che ciò deve accadere tutte le volte che si tratta di iniziazione « solare »),si crea una causa; tanto più, quando si opera un’azione magica. L’effetto è una reazione, cioè una forza dell’ente, che si volge contro chi resiste o agisce. Se l’operatore sa resistere, la forza si scarica altrove, MA IN OGNI CASO SI SCARICA. Le « linee di minor resistenza » allora sono costituite dalle persone unite da un legame di simpatia, o anche di sangue, con chi agisce. Per mio conto, dicevo che questa conoscenza non mi veniva da letture o da altro, ma da fatti reali accadutimi.
La comunicazione firmata « Ermo », che mi è stata trasmessa e che riproduco, è interessante, perché conduce ad una estensione del problema:
Alcuni scritti apparsi, in particolar modo quelli riguardanti le catene magiche, le soluzioni di ritmo e di liberazione, mi hanno fatto risoffermare, per associazione di idee, su certi aspetti della fenomenologia occulta che già altre volte richiamarono la mia attenzione; fenomeno che io dovetti allora attribuire (seppure senza esserne troppo convinto) al solito “caso”, non essendomi stata offerta, a quel tempo, una più logica spiegazione.
Dalle pagine su indicate fu quasi aperto uno spiraglio improvviso da cui trapelò qualche luce su una zona opaca di esperienze personali sub coscienti, che sintetizzo in poche parole, con la migliore volontà di essere chiaro.
I ricordi riferentesi alla cerchia delle persone con le quali si hanno legami di parentela, di amicizia o di dimestichezza non per sole ragioni di interessi, ma per comunanza ideale o sentimentale, per forte simpatia fisica o morale, per tendenze comuni – e, in certi altri casi, invece, legami di invincibile avversione – sia o no giustificata – offrono spesso allo psicologo esoterista l’occasione di fare la seguente curiosa constatazione.
Identiche o analoghe contingenze vengono a verificarsi sovente nella suddetta cerchia di persone: contingenze liete o tristi che hanno, sugli interessati, reazioni presso a poco eguali.
Si dà, talora, il caso che una o più persone facenti parte della “cerchia” siano toccate da un avvenimento lieto, oppure triste; mentre altre volte quando una di tali persone viene toccata da un avvenimento disgraziato, subito un’altra – quasi per contraccolpo o per una legge di equilibrio – riceve qualche dono, diremo così, dalla sorte. E quanto più forti sono i legami di simpatia o di avversione che uniscono i componenti di suddetti gruppi, tanto più esatta si mostra questa oscura legge di interdipendenza.
Potrei citare tanti casi particolari, con dati ed elementi precisi – se qui non interessasse più tosto la norma generale. I lettori che hanno buona memoria e l’adatto spirito d’osservazione potranno d'altronde giungere a constatazioni analoghe.
I suddetti casi sono stati accertati anche da persone assolutamente profane ai nostri studi; persone che per serietà, equilibrio e mancanza di prevenzioni non possono dar motivo a sospetto.
A quale cause si deve risalire per fenomeni di questo genere? Si deve ricorrere alla “legge degli Enti”, al karma, a eredità ancestrali? Ci autorizzano essi a ritenere possibile l’esistenza di catene inconsapevoli (magiche)? Oppure debbonsi attribuire semplicemente a qualche cosa come quella legge delle affinità elettive esplicitamente esposta nell’omonimo, notissimo romanzo di Goethe?
Forze questi problemi non hanno importanza per gli studi di esoterismo trascendente. Non si deve però negare che essi ne abbiamo per coloro che cercano di giungere a comprendere meglio il retroscena di ciò che accade intorno a loro.

Per mio conto è fuori di dubbio che fenomeni su generi di quelli riferiti sono reali, come anche che essi non obbediscano al semplice « caso ».
« Ermo » stesso offre poi la chiave giusta per molti casi, parlando di « catene inconsapevoli ».
Non è soltanto in virtù di operazioni magiche che due o più persone possono giungere ad uno stato di rapporto reale, tanto da costituire un sol corpo nei riguardi di molte reazioni. Ogni volta che fra due o più persone si stabilisce un legame simpatico il quale giunga davvero nel profondo; ovvero ogni volta che la loro vita si orienta secondo un’unica e distinta tendenza fondamentale, si produce una comunanza di vibrazione e si stabilisce un rapporto occulto di « forze vitali », automaticamente e senza riguardo alla distanza spaziale. (1) – (Per quest’ultimo punto, si ricordi che il « corpo vitale » in una certa misura non è soggetto alla condizione dello spazio. Sul piano sottile la « distanza » è data unicamente dall’affinità, dalla sintonia, o meno, dalle vibrazioni interne, dal loro consonare o dissonare intimamente. Due « corpi vitali » che hanno la stessa modalità di « vibrazione » si comportano come se fossero di un individuo unico).Le singole persone si trovano allora nella condizione di « vasi comunicanti ». Si tratta di un fatto reale, che si stabilisce immancabilmente, una volta presenti le necessarie condizioni.
Debbonsi dunque ammettere catene naturali o elettive, che si comportano come quelle create dalla cosciente arte magica. Così si spiegano i fenomeni su cui « Ermo » ha portato l’attenzione. Pensare insieme la stessa cosa, presentarsi ad entrambi uno stesso ricordo, una stessa sensazione o associazione, sono casi molto comuni. Ma quando l’unità è profonda, si può proprio dire che un « destino » si congiunge all’altro. Ciò che, sia in bene, sia in male, si attira una persona del gruppo, tende da se ad estendersi agli altri che le sono unite nella vita e a realizzarsi in modi che possono essere anche diversi, tanto che di solito sfugge l’intimo nesso.
Ho detto con intenzione « uniti nella vita ». La sede dei rapporti di catena è appunto quel quid animato, fra il corporeo e l’incorporeo, chiamato dagli esoteristi « corpo di vita ». Esso ha rapporto col sangue. Si comprende, da qui, che la consanguineità, il legame naturale stabilito dal sangue, costituisce in se stesso un vincolo potenziale di catena. Una reazione respinta dal singolo, se è molto forte, forza la vita, ridesta il rapporto, che da potenziale si fa attuale – e passa quindi nei consanguinei: a meno che la persona in questione « elettivamente » non abbia stabilito, e tuttora conservi, rapporti più intimi con altri, che allora divengono più esposti alla reazione, che non i consanguinei.
Nei tempi passati la forza del sangue era molto più viva di oggi. Oggi la mescolanza delle razze e lo spirito individualistico l’hanno soverchiata, dissolvendo lo stato di catena naturale che prima era offerto dalle unità familiari e collettive. Nelle antiche tradizioni possiamo rinvenire tre principi, che dimostrano la forza di quella concezione: il principio di diffusione, il principio di concentrazione, il principio di sostituzione.
In forza del primo, una « colpa » (cioè: una causa di reazione) commessa da un membro della comunità o della famiglia, poteva far ricadere la sua « maledizione » su tutti gli altri: tutti dovevano espiare. Lo stesso si dica per l’« oltraggio » subito da un membro. Chi poi ammette che esistono casi di eredità fisica e psichica, non dovrebbe trovare molta difficoltà ad ammettere anche casi di trasmissione ereditaria di elementi vitali e sottili congiunti ad una influenza speciale, come, in una malattia ereditaria, da elementi fisici procede una certa predisposizione. Allora la veduta può essere estesa: il principio di diffusione può agire anche nel tempo: la « maledizione » di una « colpa » si può estendere attraverso le generazioni dello stesso sangue, sinché l’« espiazione » non sia completa – ossia: fino a che la reazione non si sia esaurita a mezzo di determinati avvenimenti (2). – (Di ciò, naturalmente, la premessa è che nulla di quel che accade nella vita è dovuto al « caso » o a cause puramente esteriori ma che ogni avvenimento esteriore abbia un significato e una radice riconducibile a rapporti occulti, se pure in gran parte non stabiliti coscientemente o direttamente.) Se invece di « colpa » si tratta di « oltraggio », resta il retaggio della vendetta, della riparazione: l’« oltraggio » recato al singolo ha creato una forza della comunità che deve scaricarsi, pena il trasmutarsi di una sorgente di sciagura, in un’alterazione dell’ente collettivo o familiare. Il caso opposto è la diffusione nei singoli membri  di una « benedizione »  o « influenza benefica » attivata da uno di essi.
Per il principio di concentrazione, invece, il « carico » che incombe su di una comunità o catena può esser raccolto e risolto da un singolo membro, che « riscatta » tutti gli altri. Sono gli « espiatori », volontari o designati – ovvero sono i « vendicatori ». Spesso il sacrificio si presentava come il correttivo di una « diffusione »: la « maledizione » caduta sopra un comunità o famiglia per la colpa di un singolo, viene rimossa per tutti da un altro  singolo individuo, espiatore o redentore. Nel mito ebraico-cristiano, Gesù col suo sacrificio riscatta l’eredità di Adamo, gravante su tutti i discendenti di questo.
Il principio di sostituzione vuole, infine, che un’« offesa » fatta da, o a, un singolo membro, possa essere riscattata da un altro membro che sostituisce il primo. L’uno può essere sacrificato per l’altro, l’uno risponde per l’altro, o l’uno vendica l’altro. L’effetto è lo stesso, la causa creata si scarica.
Ho ricordato queste tradizioni antiche, che si riferiscono allo stato di catena dato naturalmente dal sangue in altri tempi, perché esse si estendono a varie analoghe unità, che, per altre vie, ancor oggi si possono stabilire. Tutti i termini, come « colpa », « oltraggio », « redenzione », « benedizione », « maledizione », « vendetta », « riscatto », « redenzione », ecc. qui debbono essere separati da ogni significato morale e compresi positivamente come dinamismi di forze sottili, obbedienti alla legge degli Enti e rispondenti ad un determinismo preciso, che gli Antichi mostravano di conoscere e che dà un fondamento positivo, direi quasi fisico, a molte usanze e tradizioni, oggi ritenute, o divenute, barbare o superstiziose.
Voglio fermarmi, per es., sulla antica legge della vendetta. Non sa nulla di nulla chi non si vede che la codificazione di un fatto puramente soggettivo che ha per base l’istinto, la passione, l’impulso. Non è così: c’è nei riguardi di ogni gruppo in catena, una giustificazione basata sulla nuda realtà. L’azione dell’offensore ha creato una reazione, perché ha rotto un equilibrio. Finché la reazione non si esaurirà, il fattore di squilibrio si manterrà nella forza della catena: e attirerà contro di essa esattamente ciò che l’offensore deve subire come effetto creato dalla sua causa. La vendetta, invece, esaurisce l’alterazione, riconduce allo stato d’equilibrio. – Questa conoscenza vale non solo per le catene, ma anche per i rapporti fra persona e persona, sempre che si sia stabilito un rapporto « nella vita »: se una persona offende un’altra ingiustamente – allora o questa, reagendo, ristabilisce l’unità della sua forza, in cui si è destata una nuova causa; ovvero, se non fa così deve scontare essa stessa la reazione che, come « vendetta », avrebbe dovuto colpire l’altra secondo una legge inflessibile. Esaminate nel profondo il senso del turbamento e il segreto dello stesso pallore mortale che sul viso vi viene se siete offesi mortalmente, « nella vita », e potrete voi stessi avere la conferma di quel che vi ho detto.
Ma vi è, oltre alla vendetta, un’altra possibilità: l’amore. Qui la dinamica occulta rivela una legge, che getta una luce sconcertante sul significato e sul segreto di certi speciali insegnamenti. L’amore inteso come l’atto di simpatia profonda per cui si penetra nell’essere intimo di un’altra persona, crea un rapporto, nel senso obbiettivo spiegato più su.
Crea dunque una via per ogni forza in azione o in reazione.
Ogni reazione non risolta tende a percorrerla.
Chi sa resistere, amando,
può dunque condurre lui stesso dove vuole le reazioni.
Comprendete così che cosa terribile e serpentina sia il precetto: AMA IL TUO NEMICO: è il modo di proiettare su lui stesso la reazione che egli ha determinato. E’ una vendetta invisibile e inesorabile!
Comprendete anche perché ai maghi assoluti sia proibito l’amore – l’amore nel senso puro e vero. Per amore, essi non debbono amare. La leggenda in Oriente, specie in Cina, li raffigura chiusi in un terribile isolamento.
Voglio toccare un altro punto, circa i « rapporti » che non sono naturali o « elettivi », ma stabiliti crismaticamente. Oggi, che si è perduto il senso di tante cose, non si sa più che valore reale, fisico, potevano avere consacrazioni, come p. es. quella del battesimo o del matrimonio. Infatti questi sacramenti oggi, di massima, non sono più che sopravvivenze; il potere reale dei riti che vi corrispondono non esiste quasi più.
Anticamente, la cosa era diversa: un « sacramento » era un atto di potenza che creava un’« unione nella vita ».        L’atto del battesimo o dei riti equivalenti di altre tradizioni agiva magicamente sul « corpo di vita » del consacrato e lo congiungeva « nella vita » al tronco di una tradizione: la forza vitale del consacrato riceveva, da allora la qualità della comunità e restava legata occultamente ad essa. L’atto del matrimonio suggellava « nella vita » l’unione di due esistenze. L’operazione per esser efficace, non chiedeva la partecipazione del consacrato, la cui intenzione poteva anche essere assente (come nel battesimo infantile), parziale e persino contraria: ma come il corpo fisico, così pure il corpo vitale è suscettibile a patire una violenza, ed erano richieste soltanto le condizioni oggettive che danno potenza al rito.
Però una volta stabilito il suggello crismatico, ogni infrazione costituiva un’azione diretta contro l’ente collettivo che con la sua potenza l’aveva stabilito: e si imponeva, per la stesa ragione spiegata nel caso dell’« oltraggio », che chi aveva spezzato il sacramento scontasse: era necessario, affinché la causa, che si sarebbe determinata dentro la catena, fosse eliminata. – Torna ad apparire una logica oggettiva, supersentimentale, positiva, in tante usanze, istituzioni e legislazioni antiche, poste in discredito o fatte oggetto di aperta riprovazione da parte dei moderni, che non possono più capirle.
L’ostacolo maggiore sta nella ripugnanza, che ormai si avverte, nel riconoscere, per la vita, delle leggi, che in buona parte possono essere messe in moto sì dal comportamento interno dell’anima, dalla sua decisione, dalla sua azione, ma che in sé stesse sono rigorose e oggettive come le leggi fisiche, tanto che come queste non lasciano un posto alle esigenze del sentimento, della morale e della giustizia umana.
Si dovrebbe considerare, poi, che l’anima, nell’esistenza terrestre, molto vive di prestiti, e così non può presumere di sottrarsi a quanto accade a ciò che non dipende da essa, e da qui invece, in un certo riguardo, essa dipende. Come puro « io », l’uomo appartiene a sé stesso ed è egli solo la causa del proprio destino. Ma già come mente, poi come vita, poi come corpo, l’uomo cessa di appartenere soltanto a sé stesso, e partecipa al destino di Enti collettivi: in oltre la sua stessa azione e disposizione crea nuove e più speciali comunanze, che complicano con altri fili il nodo. Protestare per il fatto che si possa rispondere per altri, o subire l’azione di altri (anche senza saperlo), significa disconoscere questi destini comuni, propri a tutto ciò che nell’uomo non è il puro « io ». Il fatto ingiusto del « contagio » di reazioni e comuni casi di vita, oltre che in piccolo, nelle forme su cui « Ermo » ha portata l’attenzione, si ritrova in grande: in cataclismi, in epidemie, in guerre. Non si protesta, di solito, perché non si presenta il sospetto, che questi avvenimenti siano scariche di rimbalzo determinate attraverso la legge degli Enti da cause, che vanno a colpire tutta una comunità, senza differenza.
Se un uomo compromette la sua vita, egli trascina nella stessa sorte sia le funzioni inferiori, sia quelle più nobili del suo organismo che, di certo, non hanno altra colpa, se non quella di esser parti del suo corpo: lo stesso dovete pensare per i singoli individui più o meno degni, rispetto ai destini collettivi, una volta che un vincolo di catena sia stabilito.
In fisica, la legge di azione e reazione si basa sulla legge di conservazione dell’energia, la quale vige per ogni « sistema chiuso ». L’estensione esoterica di questi concetti porta a conoscenze alquanto sconcertanti, ma pur tuttavia reali, come queste:
ciò che uno acquista, un altro, fatalmente, deve perderlo.
Per uno che avanza, uno – o più – che vanno indietro, in modo che il totale sia sempre una quantità fissa. Per ogni ascesi divina, una precipitazione demoniaca corrispondente.
In tutto questo, non si deve però cessar di tenere presente, che si tratta di rapporti che non si legano a delle intenzioni. Ossia: non è che p. es., chi ascende si debba proporre di abbassare gli altri; che chi acquista, debba prendere. Ciò avviene automaticamente, in virtù di una legge impersonale. E viceversa: quelli che prendono la via verso il basso, non sanno che così facendo aprono per altri la possibilità di una verso l’alto. Così né per gli uni vi è colpa, né per gli altri vi è merito: nel puro esoterismo questi concetti degli uomini non hanno un posto più grande di quello loro concesso nella dinamica delle forze della materia.
L’importante, è avere una visione totale, afferrando la simultaneità, il moto d’insieme di tutte le vie; che sono ciascuna sé stessa soltanto, e pure s’intrecciano in solidarietà di azioni e reazioni. Posso farvi chiara la cosa con un caso in piccolo: la reazione che io ho provocato, se so resistere, si scarica su altri provocando nella loro vita un dato avvenimento: ora, quest’avvenimento, di cui sono la causa, può darsi che entri nella vita dell’altro proprio come ciò che era necessario, per risolvere cause latenti in lui, secondo la SUA libera via d’ascesa o di discesa: le due vie sono indipendenti, e pure l’una ha servito all’altra.
Una simultaneità del genere, uno stesso rapporto solidale delle azioni e dei destini esteso ad una complessità inimmaginabile e ad una coincidenza meravigliosa, magica, dovete pensarla per il tutto: per la moltitudine delle creature, delle loro vie, delle loro realizzazioni, sempre libere, e pure soddisfacenti al determinismo rigoroso e alla non-umana giustizia della « Legge degli Enti ».

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