SUL CARATTERE DELLA CONOSCENZA INIZIATICA

sabato 14 dicembre 2013

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EA (autore sconosciuto) del Gruppo di Ur

Chi si avvicina alle nostre discipline deve, prima d’ogni altra cosa, rendersi conto di questo punto basale; che il problema della conoscenza e il significato stesso di essa vi si presentano in modo affatto diverso che non nei vari domini della corrente cultura. Dal punto di vista iniziatico conoscere non significa «pensare», ma essere l’oggetto conosciuto. Una cosa non la si conosce realmente finché non la si realizza, il che vale quanto dire: finché non possa trasformar visi la coscienza.
In questi termini conoscenza fa tutt’uno con esperienza e il metodo iniziatico è un metodo sperimentale puro. Come certezza in genere, qui si assume per tipo quella che si lega a quanto mi risulta per esperienza diretta e individuale. Nella vita ordinaria ha un tale carattere ogni sensazione, emozione o diretta percezione (un dolore, una brama, una luce). Qui parlare di «vero» o di «falso» non ha senso, la cosa é la conoscenza stessa della cosa secondo un E’ assoluto, un E’ vissuto che non attende il riconoscimento intellettuale. Non vi sono gradi o approssimazioni o probabilismi in un sapere del genere: o lo si ha, o non lo si ha.

Tuttavia per l’uomo comune una conoscenza si fatta si restringe all’ordine sensibile, il quale a carattere finito, contingente ed accidentale. Quel che ordinariamente egli intende per sapere è qualcosa di diverso: è un sistema di concetti, di relazioni e di ipotesi che non ha più carattere di esperienza ma un carattere astratto. Quanto al dato immediato dell’esperienza, ossia quel che risulta direttamente alla propria coscienza, si inclina a concepirlo come semplice «fenomeno» e dietro ad esso si va a porre o a supporre qualcosa, a cui si attribuiscono i caratteri della realtà vera e oggettiva – per la scienza, sarà la «materia» o il vario giuoco delle vibrazioni dell’etere, per i filosofi sarà la «cosa in sé» o qualche altra delle loro idee, per la religione sarà l’una o l’altra ipotesi divina. In genere, la situazione è questa: si organizza una sapere – che è il sapere profano – il quale non va oltre l’esperienza puramente sensibile e non ha un certo grado di oggettività se non a patto di trascendere anche tutto quel che ha valore di evidenza individuale e vivente, di visione, di significato realizzato della coscienza. Sembra dunque affermarsi una antitesi, nel senso che ciò che è esperienza pura, per aver carattere finito e fenomenico, non è un «sapere» e quel che si considera come un «sapere» in quanto tale, non è esperienza.
Ebbene, la via iniziatica va oltre questa antitesi, indica una direzione essenzialmente diversa, lungo la quale mai si abbandona il criterio dell’esperienza diretta. Se per l’uomo comune quest’esperienza e l’esperienza sensibile sono tutt’uno, l’insegnamento iniziatico sostiene la possibilità di più forme di esperienza, delle quali la prima non è che una particolare. Tali forme corrispondono ciascuna ad un dato modo di percepire la realtà, sono suscettibili a convertirsi le une nelle altre e a gerarchizzarsi, sino a modi di percezione aventi un sempre più alto grado di assolutezza. Secondo siffatte prospettive non esiste dunque un metodo di «fenomeni» e un «assoluto» dietro di essi: «fenomenico» è semplicemente ciò che contrassegna un dato grado dell’esperienza e un dato stato dell’Io, e «assoluto» è ciò che è relativo ad un altro grado dell’esperienza e ad un altro stato dell’Io, a cui il primo può dar luogo per congrua trasformazione. Quanto alla misura dell’assolutezza, la si può indicare approssimativamente così: essa è data dal grado di identificazione attiva cioè dal grado secondo cui l’Io è implicato ed unificato nella sua esperienza, e secondo cui l’oggetto di essa gli è trasparente nei termini di un significato. E in corrispondenza di tali gradi la gerarchia procede di «segno» in «segno», di «nome» in «nome» sino a raggiungere uno stato di perfetta visione intellettuale superrazionale, di piena attuazione o realizzazione dell’oggetto nell’Io e dell’Io nell’oggetto, che è uno stato di potenza e, ad un tempo, di assoluta evidenza rispetto al conosciuto: stato, raggiunto il quale ogni raziocinare e speculare appare superfluo ed ogni discutere privo di senso. Così è noto il detto, che negli antichi Misteri non si andava per «apprendere», bensì per raggiungere, attraverso una impressione profonda, un’esperienza sacra.
Come conseguenza di ciò, l’insegnamento iniziatico considera come un fattore più negativo che non positivo la tendenza della mente a divagare nell’interpretazione e nella soluzione di questo o  quel problema filosofico, e metter su teorie, ad interessarsi all’una o all’altra delle vedute della scienza profana. Tutto ciò è inutile e non conduce a nulla. Il problema reale ha carattere unicamente pratico, operativo. Quali sono i mezzi per ottenere la trasformazione e l’integrazione della mia esperienza? Ecco quel che si deve chiedere. Ed è per questo che l’iniziazione in occidente è stata associata meno al concetto di un procedimento conoscitivo che non a quello di un’Arte (l’Ars Regia), di un’Opera (la «Grande Opera», l’opus magicum), di una simbolica costruzione (la costruzione del «Tempio»), mentre in Estremo Oriente la nozione dell’Assoluto e quella di una via si confondono in un sol termine, Tao.
Appare dunque evidente che quello spiritualismo più o meno teosofico che oggi riempie la testa dei suoi aderenti con ogni specie di speculazioni e di fantasticherie in sede di cosmologia, di mondi ed enti sovrasensibili e così via, a parte il resto, può riuscire solo a fomentare un atteggiamento sbagliato già in partenza. Iniziaticamente sana è solo l’attitudine sperimentale, pratica, di una mente frenata e di un silenzioso segreto agire, nel segno dell’aureo detto ermetico: Post latore scientia. Anzi noi non teniamo di affermare che non altrimenti stanno le cose nei riguardi di tutto ciò per cui l’uomo «colto» di oggi si presume una superiorità e il diritto di dire la sua. La cultura nel senso profano moderno non costituisce né un presupposto necessario, né una condizione privilegiata per la realizzazione spirituale. Al contrario. Una persona restata fuor dai trivi della cultura, della «psicologia» e delle varie contaminazioni estetistiche e letterarie, ma dall’animo aperto, equilibrata, coraggiosa, è, per la conoscenza superiore, più qualificata che non un qualsiasi accademico, professore, scrittore o «spirito critico» dei nostri giorni. Così coloro che sono davvero qualcosa nell’ordine iniziatico sono riconoscibili pel fatto del loro essere estremamente restii dal teorizzare e dal discutere. Dato che essi sgorgano in voi un’aspirazione sincera, essi vi diranno soltanto: Ecco il problema ed ecco i mezzi: andate avanti.
Un’altra conseguenza del concetto iniziatico di conoscenza è il principio della differenzazione, anch’esso in netto contrasto con le idee che informano il sapere profano moderno. Di fatto, tutta la «cultura» moderna (con la scienza in prima linea) è dominata da una tendenza democratica, livellatrice, uniformistica. Vale, per essa, come «acquisizione» ciò che, in via di principio, è alla portata di tutti; così una verità, per essa, è tale solo quando tutti possono riconoscerla pur che abbiamo un certo grado di istruzione o, al massimo, si prendano la pena di fare certi studi, che però li lasciano perfettamente come sono quali uomini. Così possono andare le cose finché si tratti di qualcosa di concettuale e di astratto, da far entrare nella testa come una cosa in un sacco. Ma quando si tratta di esperienza, non solo, ma di esperienza condizionata da una trasformazione essenziale della sostanza della coscienza,  debbono sorgere dei limiti precisi. Le conoscenze che si raggiungono per tal via non possono essere alla portata di tutti, né a tutti possono essere trasmesse se non degradandole e profanandole. Sono conoscenze differenziate, e la loro differenzazione corrisponde a quella stessa che l’iniziazione, nei suoi vari gradi,  determina nella natura umana. Esse perciò non possono esser veramente intese, cioè «realizzate», se non da coloro che si trovano su di uno stesso livello, ossia che abbiano un ugual grado di una gerarchia presentante e ontologico. Così anche a prescindere da quelle esposizioni occultiste o teosofiste, che sono semplici divagazioni o fantasie, negli stessi riguardi del sapere iniziatico ed esoterico effettivo si conferma l’inutilità di una comunicazione e diffusione di carattere soltanto teoretico. Ridurre una conoscenza iniziatica ad una «teoria» è il peggio che si possa fare. Qui, semmai, è l’allusione, il simbolo che può servire: come a produrre dei lampeggiamenti. Ma se, come conseguenza, non ne deriva l’inizio di un moto dall’interno, anche ciò ha valore nullo. Il carattere stesso della conoscenza iniziatica impone dunque la differenzazione.
Per coloro, per i quali l’esistenza ordinaria e l’esperienza sensibile rappresentano il principio e la fine di tutto è naturale che manchi ogni terreno comune quanto a quel conoscere che, per sua essenza, è realizzazione. Tutto ciò dovrebbe esser visto con perfetta chiarezza, insieme alla sua naturale conseguenza: abbandonare la partita ovvero ammettere, per la verità e la conoscenza, misure diverse da quelle venute a predominare nella cultura e nel pensiero moderno. La via dell’iniziazione è quella che determina differenze sostanziali fra gli esseri e che contro il concetto ugualitario e uniformistico del conoscere riafferma il principio del suum cuique: ad ognuno il suo, ossi quel sapere, quella verità, quella libertà che sono proporzionate a ciò che egli è.
Un’obiezione che vale considerare un momento è quella di chi, abituato a muoversi fra cose tangibili e idee «concrete», avanzasse che gli stati e le esperienza trascendenti, cui si è detto, ammesso anche che siano raggiungibili, rinchiusi come sono nella sfera «soggettiva», si esauriscono in un misticismo; che il criterio della conoscenza come esperienza e identificazione è più o meno quello di un semplice sentire e non produce alcuna luce di uno spiegare, di un comprendere, di un render ragione delle cose e, infondo, di ciò stesso che avviene in noi. – In altri scritti si esaminerà più da presso questa quistione. Qui basterà metter in chiaro due punti.
Il primo è che , come già si è detto, quando si parla iniziaticamente di «identificazione» si tratta sempre di una identificazione attiva, non di un confondersi, perdersi o sprofondarsi; si tratta non di uno stato infraintellettuale ed emotivo, ma di uno stato di chiarezza supererrazionale essenziale. In ciò sta la differenza fra la sfera mistica e la sfera iniziatica, differenza essenziale, anche se essa può non riuscire direttamente evidente a coloro i quali là dove non si tratti più né di cose né di concetti astratti vedono una notte, in cui per loro tutte le vacche sono nere.
Il secondo punto riguarda il concetto stesso dello «spiegare» e qui il discorso, se dovesse andare a fondo condurrebbe lontano. Si dovrebbe cominciare col ritorcere l’obiezzione rilevando che nessuna delle discipline di carattere profano ha mai fornito né mai fornirà una qualsiasi spiegazione reale. Chi per «spiegare» intendesse ad esempio il mostrare l’inconcepibilità del contrario, è tenuto a indicare dove, fuor dall’ambito astratto della matematica e della logica formale (ove la «necessità razionale», cioè appunto l’inconcepibilità del contrario, si riduce alla semplice coerenza rispetto a proposizioni preliminarmente convenute), egli riesca a «spiegare» davvero qualcosa. Noi intendiamo riferirci alla realtà concreta – ma qui, dal punto di vista razionale, non vi è assolutamente nulla che sia perché il suo contrario sia inconcepibile a priori, nulla, rispetto a cui, a parte le varie pseudospiegazioni, che non si possa sempre domandare: «Perché così e non altrimenti?».
La scienza antica, tradizione, cui si lega il sapere iniziatico, ha battuto una via essenzialmente diversa: quella della conoscenza degli effetti nelle loro cause reali, dei «fatti» nei poteri di cui sono le manifestazioni, cosa equivalente alla identificazione alle cause nei termini di uno stato «magico». Solo un tale stato può introdurre nella ragione assoluta di un fenomeno, solo esso può «spiegarlo» in senso eminente perché in esso quel fenomeno è colto, anzi è visto, nella sua genesi reale.
Da ciò procede però come conseguenza importante che sulla via iniziatica l’acquisizione della conoscenza corre parallela a quella della potenza, l’identificazione attiva ad una causa conferendo virtualmente un potere su questa stessa causa. (1)
  1. Una volta compreso che conoscenza significa, iniziaticamente, identificazione e realizzazione non stupirà più il fatto che in alcuni testi tradizionali, dopo aver spiegato modi o nomi di divinità, si aggiunge che chi li «conosce» acquisisce l’un o l’’altro potere; come non stupirà il sentir spesso parlare di un «segreto»che, «conosciuto» o «trasmesso», darebbe la chiave della forza. Soltanto dei sempliciotti potranno credere che qui si tratti di una qualche formula che si possa comunicare a voce o per iscritto, se non pure per telegramma.
I moderni credono che accada lo stesso con la loro scienza, perche attraverso la tecnica essa rende possibile le realizzazioni materiali di cui ognuno sa; ma essi si sbagliano di grosso, il potere dato dalla tecnica essendo così poco un potere vero quanto le spiegazioni delle scienze profane sono vere spiegazioni. La causa, nell’un caso e nell’altro, è la spessa: è il fatto di un uomo che resta uomo, che non muta in alcun grado sensibile ciò che egli effettivamente è. Ecco perché le possibilità date dalla tecnica hanno un carattere altrettanto «democratico» e, in fondo, immorale quanto le corrispondenti conoscenze: la conoscenza degli individui, per esse, non significa nulla. E’ un potere fatto di automatismi, un potere che appartiene a tutti e a nessuno, che non è valore, che non è giustizia, che può far più potente uno senza che, nel contempo, lo faccia comunque superiore.
Se non che ciò è possibile solo perché, nel mondo della tecnica, di un atto vero, vale a dire di un’azione che parta direttamente dall’Io e di affermi nell’ordine delle cause reali, non si parla, ne si può parlare. Assolutamente meccanicistico e inorganico, cioè privo di relazioni con l’essenza dell’Io, il mondo della tecnica rappresenta anzi l’antitesi di quanto può avere carattere di potere vero creato da superiorità, segno di superiorità, incomunicabile, inalienabile, spirituale. E si deve riconoscere che l’uomo col suo sapere di fenomeni e in mezzo alle innumerevoli diaboliche sue macchine oggi è miserabile e sbandato quanto mai, è spiritualmente un barbaro assai più di coloro che egli presunse di poter bollare con un tale nome, e sempre più condizionato anziché condizionante e quindi esposto a reazioni in un giuoco di forze irrazionali che rende effimero il miraggio della sua potenza esclusivamente materiale e su cose materiali. Egli si trova lontano dalla via della realizzazione di se quanto mai lo fu l’uomo di una qualsiasi civiltà: perché un surrogato, da dirsi diabolico, del conoscere e del potere tengono in lui il posto del conoscere e del potere vero.
Il quale, ripetiamolo nell’ordine iniziatico è giustizia, è sanzione di una dignità, promanazione naturale e inalienabile di una vita integrata, secondo i gradi ben definiti di una tale integrazione. Come il sapere conseguito di là dall’incertezza e dall’ambiguità dei fenomeni sensibili, in quest’ordine non si riferisce a formule o ad astratti principi esplicativi, ma ad enti reali colti per immediata percezione spirituale, del pari l’ideale del potere qui è quello di un’azione effettuantesi non sotto i determinismi naturali ma al di sopra di essi, non tra fenomeni, ma fra cause di fenomeni con l’irresistibilità e il diritto proprio a chi è superiore: superiore, per essersi effettivamente disciolto dalla condizione umana e per aver conseguito il risveglio iniziatico.

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