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L'invenzione dell'io (Christina Berndt)

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“Sono fatto così” è un’illusione al pari di “L’ho sempre creduto” o “È sempre stato il mio obiettivo”. Eppure, non vogliamo ammetterlo: neghiamo i nostri cambiamenti e “aggiustiamo” il nostro io segretamente e spesso in modo inconscio.

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I nostri cervelli sono eccezionali narratori, bravissimi a tessere la trama di una storia convincente intrecciando fra loro contraddizioni eclatanti”, spiega David Eagleman, ricercatore del cervello e neuroscienziato a capo del Laboratory for Perception and Action del Baylor College of Medicine di Houston (Texas). Le storie che ci raccontiamo, infatti, danno un filo logico a informazioni che, di per sé, sono discordanti, e che il cervello ha il compito di riordinare. “È per questo che ci raccontiamo continuamente delle ‘favole’”, sostiene Eagleman. Anche l’io sarebbe una favola: “una storia ideata dal cervello, spinto dal pragmatismo di convenienza”.

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L’immagine del nostro io è ampiamente distorta: rispetto alla realtà ci vediamo in modo molto più positivo. Innumerevoli studi hanno dimostrato che ci presentiamo a noi stessi sotto la luce migliore. Se siamo psichicamente sani e non troppo oppressi da dubbi nei nostri confronti, tendiamo ad attribuirci riuscite e successi, e a considerare i fallimenti conseguenza delle circostanze esterne. I fallimenti e le sconfitte, inoltre, tendiamo a dimenticarli più facilmente, e filtriamo i commenti nei nostri confronti fissando bene nella memoria quelli più lusinghieri. La scienza definisce tale tendenza self-enhancement.


Gli scienziati considerano ormai normale un livello esagerato di amor proprio in un individuo psichicamente sano: le “illusioni positive” rafforzano il senso di appartenenza e l’autostima, afferma Shelley Taylor, psicologa sociale. Dev’essere per questo che quasi tutti tendono a ritenersi migliori degli altri, e questo nei settori più svariati. 


Oltre al self-enhancement, l’abbellimento dell’io, abbiamo altre strategie nella manica che ci rendono magnanimi nei nostri riguardi e che di tanto in tanto ci aiutano a preservare quelle belle illusioni che nutriamo nei riguardi della nostra persona. Sono quelli che Werner Greve definisce “meccanismi di difesa contro le minacce all’identità”. Quando ci sono verità di noi stessi che non possiamo più nascondere, attiviamo la cosiddetta “autoindulgenza”, interpretando i fatti come ci torna comodo. Per capire meglio: ipotizziamo di esserci sempre vantati della nostra memoria di ferro; ora, però, col passare degli anni, dobbiamo ammettere che dimentichiamo ogni tanto il nome di qualche ministro e di non poter più fare a meno della lista della spesa, se non vogliamo essere costretti a tornare al supermercato una seconda volta.


Di questo fatto ci lamentiamo spesso. Per proteggerci, però, ricorriamo a uno stratagemma, ossia: ridefiniamo il nostro concetto di buona memoria. “Ho ben altro da tenere a mente che queste stupidaggini”, ci diciamo. “Ormai mi annoto tutto sul cellulare. È davvero pratico, anche per quando decido di fermarmi al supermercato mentre sto tornando a casa.” Allo stesso tempo, perseveriamo nella nostra illusione positiva, dicendoci: “È incredibile come riesca ancora a recitare a memoria le poesie imparate ai tempi della scuola. Ho sempre avuto una memoria fenomenale!”.

Ma non è tutto: quando una convinzione non risulta più sostenibile nemmeno con l’autoindulgenza, il cervello ricorre ad altri trucchetti. A quel punto, oltre a riformulare la nostra definizione di “buona memoria”, ridefiniamo anche che cosa significhi tale concetto per noi. In altre parole, ci creiamo una nuova identificazione. Ci diciamo che una buona capacità mnemonica non è così fondamentale. Gli appunti sul cellulare li interpretiamo come prova della nostra bravura a organizzarci e a destreggiarsi con le nuove tecnologie: in fondo la vita ci ha insegnato che è molto più importante dimostrarsi aperti alle innovazioni che tenere a mente particolari irrilevanti. E col cellulare in mano possiamo certamente dire di avere una mentalità aperta all’innovazione.

Anziché ammettere che la nostra identità è estremamente mutevole, pensiamo bene di ridefinirci. Lo facciamo soprattutto a fronte di cambiamenti drastici, che la coscienza di sé percepisce come potenziali minacce

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L’identità sembra alquanto duttile, le preferenze personali si creano di momento in momento. Come decidiamo di agire, di comportarci, di mostraci al mondo dipenderebbe quindi principalmente dalla situazione.

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Dov’è quindi il nostro io, se basta un nonnulla a farci cambiare carattere, almeno momentaneamente? Molti obietteranno di riuscire a percepire bene il proprio io: di norma si sentono in armonia con se stessi e quando si comportano in modo non aderente alla propria natura se ne rendono subito conto. Senza dubbio abbiamo avuto tutti, qualche volta, la sensazione di recitare una parte, magari perché in quel momento stavamo tradendo i nostri principi. Per farlo non abbiamo bisogno di trovarci di fronte a potenti autorità ben decise a privarci delle nostre convinzioni, come successe tanto tempo fa a Lutero, Socrate e Gesù. A volte dobbiamo semplicemente sforzarci di non ridere delle disgrazie altrui, di non criticare l’aspetto di chi abbiamo davanti o di reprimere la rabbia pur di non rovinare l’atmosfera in famiglia o in ufficio.


Certo: nonostante tutte le limitazioni del nostro io, in generale abbiamo la sensazione di agire in modo autentico; a volte, addirittura, ci vergogniamo del nostro comportamento, rendendoci conto di piegarci al volere dei superiori pur di risultare loro graditi o di fare cose per noi del tutto insolite pur di fare colpo su qualcuno. Ogni giorno la gente scende a compromessi, si adegua alle convenzioni sociali facendo complimenti, sottomettendosi a gerarchie o anche solo facendo quello che fanno tutti. In fondo la gentilezza e la convivenza sociale non si possono certo ignorare.


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In ogni caso, i cambiamenti della personalità non presuppongono sempre il ricoprire nuovi ruoli sociali. Si continua a crescere e a maturare anche indipendentemente da questo. In fondo ci basta invecchiare per imparare molto di più; lo facciamo grazie alle esperienze. Quasi tutti, per esempio, con gli anni raggiungono una maggiore tranquillità, che in psicologia si definisce più precisamente “autoregolazione”: “Possiamo apprendere a controllare meglio il nostro comportamento nel corso della vita; decisive in tal senso sono le esperienze che viviamo”, spiega Jaap Denissen. Diventare una persona matura significa, infatti, anche esercitare un maggiore controllo su se stessi, per esempio non perdendo la ragione appena le cose non vanno come desiderato. In realtà impariamo a farlo in maniera automatica. Chi si è reso conto che il proprio modo impetuoso di reagire lo rende antipatico e che riuscire a contenere un po’ l’irruenza sarebbe per lui solo un vantaggio, sarà motivato a controllare meglio il proprio modo di fare. Al raggiungimento della calma e dell’equilibrio dell’età avanzata contribuisce anche l’aver capito che perfino le situazioni che sembrano presagire il peggio, alla fin fine non sono poi così drammatiche ma, anzi, possono addirittura riservare sviluppi positivi. Per arrabbiarsi c’è sempre tempo, magari se poi i timori si confermano.


Ecco, quindi, che nel corso della vita le persone imparano a moderare l’aggressività di fronte a chi, per esempio, fa il furbo e salta la fila. Oppure non se la prendono più così tanto con il collega che fa sempre i propri comodi a discapito degli altri. L’autoregolazione funziona su più livelli, spiega Jaap Denissen. Si impara a controllare le emozioni, ma anche che certe situazioni è proprio meglio evitarle; infine, si capisce come modificarle al meglio in certi casi, in modo da renderle più sopportabili. Se qualcuno ci passa davanti mentre siamo in coda, per esempio, possiamo alleggerire la tensione con una battuta o rivolgendoci apertamente al furbetto. Così facendo evitiamo in molti casi che la situazione degeneri. Per imparare tutto questo non c’è bisogno di alcun ruolo sociale: basta l’esperienza di ogni giorno.


Va comunque riconosciuto che i più fortunati incontrano anche meno difficoltà nel cambiare. Chi ha particolarmente fortuna nella vita è di norma più aperto all’esperienza: “Le migliori premesse per crescere, diventare più forti, sicuri, soddisfatti, autoconsapevoli e aperti al cambiamento si riscontrano in chi non ha incontrato grandi difficoltà nella vita”, conferma Jule Specht. Queste persone hanno avuto a disposizione opportunità, hanno sperimentato belle esperienze. Hanno visto premiata la loro personale curiosità nei confronti della vita e, di conseguenza, non esitano nemmeno in futuro ad affrontare situazioni nuove e sconosciute.


Naturalmente, però, sono anche le esperienze negative a modificare la nostra personalità, in genere rendendoci più cauti. Per questo motivo chi ha già brutte esperienze alle spalle tende ad avere più difficoltà ad abbandonare i suoi comportamenti negativi per aprirsi al nuovo. A modificarci il carattere, tuttavia, non sono solo le enormi chance o le grandi avversità: anche eventi minimi, a volte insignificanti, contribuiscono a plasmare la nostra essenza. Oggi gli psicologi discutono parecchio sull’importanza dei microtraumi o degli eventi micro-stressanti che sperimentiamo di continuo nel corso della vita. Quindi, se è indubbio che grossi traumi, profonde ferite e momenti drammatici lascino tracce nella nostra psiche, non di meno il continuo sentirsi criticati, offesi e sotto pressione rischia di ripercuotersi sulla nostra personalità. Per esempio, ci spinge a chiuderci sempre più in noi stessi, anziché aprirci a nuovi influssi, o a renderci nervosi, ansiosi e scortesi, sebbene un tempo fossimo tipi socievoli, cordiali e positivi.


“Bastano minimi stress a mettere la psiche sotto pressione”, afferma Klaus Lieb del Deutsches Resilienz Zentrum dell’Università di Magonza. Nell’ambito della ricerca collaborativa “Neurobiologia della resilienza” lo psichiatra sta effettuando ricerche su 1.200 soggetti per individuare le ripercussioni a lungo termine prodotte dalla collera e dallo stress quotidiani. A distrarci dal momento presente e impedirci di concentrarci su noi stessi e su quanto stiamo facendo può essere il fatto di essere ormai sempre raggiungibili, con l’infinità di mail, messaggi e foto che ci arrivano ogni minuto; a privarci di preziosi momenti di pausa fra le quattro pareti domestiche può essere il dover continuamente correre da un posto all’altro; ma a logorarci i nervi contribuiscono anche tante altre seccature quotidiane: il partner che si lamenta in continuazione, la coda in auto la mattina per andare in ufficio, le continue critiche sul lavoro o i figli adolescenti perennemente in conflitto con noi e che ci guardano con aria di commiserazione. “Questi continui fastidi che mettono alla prova, i cosiddetti fastidi quotidiani, si accumulano fino a produrre un effetto rilevante”, spiega Lieb. Fino a che punto “rilevante”? E che cosa può accadere, al di là di quanto siamo resilienti, prima che le continue umiliazioni si ripercuotano sulla nostra salute psichica e sul nostro carattere? Scientificamente non si è ancora capito del tutto, ma lo studio di Lieb potrebbe fornire risposte in tal senso.


Qual è, però, il modo migliore di gestire questi fattori micro-stressanti?


Klaus Lieb consiglia prima di tutto ai suoi pazienti di costruirsi una solida corazza di resilienza: nei periodi meno stressanti è bene prepararsi a quei tempi più difficili che prima o poi si incontreranno nella vita. Lo psichiatra spiega: “Proprio come ci dovremmo prendere cura del nostro cuore e prevenire la demenza senile facendo attività fisica, allenando la mente e seguendo un’alimentazione sana, nei periodi tranquilli dovremmo occuparci anche della nostra resistenza psichica, senza aspettare a farlo una volta in crisi”. Fondamentale è, per esempio, crearsi una cerchia di amici. Poi, imparare a cogliere e apprezzare gli aspetti belli della vita anche quando siamo in collera e sotto stress e che, al contrario dei temuti fattori microstressanti, sono le nostre micro-fonti di energia. Infine, bisognerebbe imparare a reggere le critiche in modo da non sprecare energie: “Qual è, in realtà, il vero problema, quando il collega mi attacca di continuo? In che cosa potrebbe avere ragione e in che cosa no? C’entro qualcosa, io, in tutto questo?”. “Non si dovrebbe lasciar correre, bensì riflettere su tutto e sottoporre a un’analisi critica tanto il giudizio dell’altro quanto il proprio”, afferma Lieb. Un’offesa, in fondo, fa male soprattutto quando si dà credito alla persona che l’ha avanzata e al suo contenuto. Per questo è importante cercare di scoprire che cosa spinge l’altro ad attaccarci, quanta verità c’è nelle sue scuse, e ogni tanto anche difendersi.


Obiettare è importantissimo, in quanto protegge la psiche e la dignità. Tanto più quando ci si rende conto che i fastidi quotidiani diventano qualcosa in più e cominciano a influenzare il nostro modo di comportarci e di pensare. A quel punto, infatti, la nostra personalità è in pericolo. Dovremmo cominciare a pensare in un’altra direzione e sforzarci di sperimentare nuove situazioni e nuovi modelli comportamentali, superando l’istinto interiore e il timore di rimanere delusi. Le nuove esperienze permettono di rielaborare le vecchie ferite e, col tempo, fanno riemergere la curiosità nei confronti della vita.


Ma che ne è delle predisposizioni naturali? Non sembrano riproporsi, con il passare del tempo? Spesso non si è così entusiasti nel notare che, via via che si invecchia, si finisce per somigliare sempre di più ai propri genitori. Non era la nonna a tenere sempre un fazzolettino in mano? Be’, ora lo facciamo anche noi. Non ci sembra di risentire la risata del nonno, quando ridiamo? E nell’educare i figli non usiamo le stesse frasi che ci sentivamo ripetere dai nostri genitori? “Aiuto, sto diventando come mia madre!”, pensano molte donne.


Ma è davvero così? I figli finiscono per somigliare sempre più ai genitori con il passare degli anni, per quanto la ritengano un’ipotesi terrificante, una volta superata la fase edipica? In realtà, in parte succede proprio così, afferma Frank Spinath, professore di psicologia differenziale e diagnostica psicologica all’Università del Saarland. Ed emerge soprattutto dal fatto che, in una prima fase, le strade evolutive di figli e genitori seguono direzioni diverse. Dato che gli adolescenti non vogliono minimamente prendere come esempio i genitori, considerando molto più importanti altre relazioni e punti di riferimento: imitano amici e personaggi dello spettacolo, ed evitano tutto quanto somiglia in qualche modo ai genitori. Per questo motivo in quella fase della loro vita sono gli influssi dell’ambiente esterno ad avere maggiore presa su di loro, rispetto ai genitori e al patrimonio genetico ereditato.


Tuttavia, con il passare degli anni – al più tardi una volta entrati nel mondo del lavoro – il bisogno di staccarsi e distinguersi dalla famiglia torna a diminuire. I giovani accettano maggiormente di condividere alcuni aspetti del loro comportamento con i genitori, senza contare che in questa fase l’ereditarietà si fa sentire in modo più deciso. Anche se (ovviamente) i geni sono presenti da sempre, influenzano sempre più la personalità via via che una persona avanza con gli anni. In fondo, la propria vita e l’ambiente circostante non li si sceglie certo a caso. La professione che una persona intraprende, gli amici con cui decide di circondarsi, i viaggi che decide di fare dipendono dalla sua predisposizione genetica. Operando tali scelte rafforziamo caratteristiche che senza dubbio già possediamo, proprio come quegli studenti che prima ancora di iniziare l’università o di recarsi all’estero erano già estroversi di natura, e in seguito lo sono diventati ancora di più. Le persone scelgono dunque la nicchia in cui vivere, che li influenzerà e accentuerà ulteriormente le predisposizioni naturali. Anche se al tempo stesso sempre nuovi influssi contribuiscono a modellare la nostra personalità, dobbiamo riconoscerlo: con il passare degli anni somigliamo sempre più ai nostri genitori.


Noi e la vita… La vita ci modella oggi in una direzione, domani in un’altra. A volte le permettiamo di farlo, altre volte opponiamo resistenza. Qualunque cosa facciamo, però, lei ci cambia comunque. Alcune persone trovano terribile l’idea che l’io al quale sono ormai così abituate non sia affatto così stabile. Ma non è assolutamente così terribile. Una vita senza un io fisso e stabile presenta senza dubbio dei vantaggi. Cambiare, infatti, significa anche essere fondamentalmente liberi, sempre che si sia disposti ad abbandonare idee e convinzioni alle quali si è affezionati.


Potremmo vivere molto meglio senza questa sorta di predeterminazione che sembra risiedere in noi, e saperlo ci permette di liberarci da ruoli che altri ci hanno imposto. Smetteremmo di ritenere che giudizi come “È davvero una persona timida” o “Non riesci a combinare mai niente” debbano per forza corrispondere a verità. Potremmo rifiutare immagini di noi che non ci piacciono o non ci rispecchiano più. Quando il sé è flessibile, lo si può anche ricreare attivamente. Farlo ci aiuterà a imboccare una strada diversa quando ci troveremo in situazioni complicate e a crearci la vita che davvero desideriamo.


Insomma, non esiste un io immutabile. Esiste però una vita adatta a noi e una quantità di amici, partner, conoscenti e professioni che ci fanno stare bene. Forse dobbiamo ancora scoprire che cosa e quali siano.


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La riorganizzazione della psiche

Il riordinamento che affronta la psiche in seguito a un evento scioccante può spiegare anche il motivo per cui alcuni pazienti riferiscono di un cambiamento di personalità anche in seguito a una malattia che non aveva assolutamente coinvolto il cervello. Dottie O’Connor, una signora britannica, riferisce di aver cominciato a provare un enorme interesse per la natura in seguito a un trapianto polmonare. Pur avendo sempre prediletto la vita di città rispetto alla campagna, per lei tremendamente noiosa, oggi preferisce di gran lunga fare lunghe camminate nei boschi. Un’altra signora britannica, Cheryl Johnson, dopo un trapianto di reni sostiene di aver cominciato a leggere libri completamente diversi: dai romanzetti rosa è passata a Dostoevskij. Sono alquanto frequenti racconti simili da parte di pazienti trapiantati. Alcuni di loro sostengono di essere cambiati perché convinti di aver ricevuto, assieme all’organo, anche un po’ del carattere del donatore, ma secondo uno studio svolto da medici austriaci, il subentrare di tali cambiamenti della personalità dipenderebbe soprattutto dalla disposizione del ricevente.


I dottori della clinica universitaria di Vienna hanno chiesto a 47 pazienti quanto il trapianto di cuore avesse influito sul loro carattere. Il 79 percento ha dichiarato di non aver riscontrato alcun cambiamento nei primi due anni successivi all’intervento. D’altro canto, i medici viennesi hanno notato che queste persone non avevano dimostrato di gradire la domanda: si erano quasi rifiutati di rispondere, cercando di cambiare discorso o di buttarla sull’ironico. Il 15 percento dei trapiantati, invece, si era dimostrato convinto di essere molto cambiato a livello caratteriale. Secondo loro il fatto non era collegato al trapianto di per sé, quanto alla consapevolezza di essere sopravvissuti per il rotto della cuffia. Tre pazienti (il 6 percento) aveva riferito di un cambiamento profondo di personalità, secondo loro collegato al cuore ricevuto. Alcuni avevano detto, per esempio, che l’organo estraneo che si ritrovavano in petto li costringeva a provare emozioni e reazioni nuove, che si sentivano obbligati in qualche modo ad accettare. Prima dell’intervento questi individui avevano dimostrato un’enorme paura e diffidenza riguardo al trapianto.


Il nostro atteggiamento gioca dunque un ruolo essenziale nel permettere ai cambiamenti che avvengono nella nostra vita di ripercuotersi sulla nostra essenza. Proprio per questo è importante che l’organo trapiantato venga considerato responsabile di una nuova personalità. A riferire di cambiamenti di personalità in seguito al trapianto sono soprattutto i trapiantati cardiaci. In fondo il cuore è considerato sede dell’amore, pertanto ha una forte carica emotiva. Si può dire la stessa cosa del trapianto facciale, sempre accompagnato da un enorme timore, dato che il volto è fortemente legato all’essenza individuale e caratterizza una persona a tal punto che ancora oggi poliziotti e ufficiali di dogana di tutto il mondo gli riconoscono un valore fortemente identificativo.


Va inoltre aggiunto che, al di là del tipo di organo, è la conoscenza di alcuni dettagli della vita del donatore ad aumentare il suo ipotetico “potere” sul ricevente. Non stupisce, quindi, che chi vive in paesi nei quali è possibile risalire al nome del donatore, i riceventi siano più spesso convinti che quelle persone decedute continuino a vivere dentro di loro, o che li influenzino in qualche modo. Così non avviene in Italia, dove vige il segreto sul nome del donatore e sulle cause della morte, e le famiglie di donatore e ricevente non possono entrare in contatto. Se si allentassero tali norme si rischierebbero conseguenze drammatiche. Medici di altri paesi raccontano spesso che i loro pazienti soffrono di incubi, una volta trapiantati. Così è capitato a un giovane hawaiano cui era stato trapiantato il cuore di una vittima di omicidio. Il donatore era stato ucciso da un colpo di arma da fuoco in pieno volto, e il ricevente sognava ripetutamente minacciosi bagliori davanti agli occhi.


Per quanto impressionanti possano risultare, tutte queste storie dimostrano soprattutto una cosa: che la psiche non abita solo il nostro corpo, ma ne è parte integrante. Corpo e psiche sono in stretto contatto e possono influenzarsi a vicenda. Di conseguenza, il nostro benessere sia psichico sia fisico determinano notevolmente chi siamo.


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Il problema è solo che noi, in generale, non sappiamo così bene chi siamo davvero. Abbiamo molti lati oscuri che non riusciamo a vedere, e una volta che ci siamo fatti un’idea, ci ostiniamo a negare qualsiasi indizio provi il contrario. Prima di convincerci di dover assolutamente cambiare, sarebbe quindi bene capire che quanto pensiamo di noi e del mondo non per forza rispecchia la realtà.


Lo sa bene l’autore, conferenziere e coach Thomas Koulopoulos, che insegna a tenere discorsi in pubblico. Nei suoi corsi registra i partecipanti con una telecamera, simulando quindi la situazione pubblica in un ambiente protetto. Nella stanza siedono in genere dalle sei alle dieci persone, che si lasciano riprendere mentre parlano. Di uno dei suoi clienti Koulopoulos si ricorda bene. L’uomo, che chiameremo Arthur, aveva cominciato a parlare di fronte agli altri partecipanti senza risultare particolarmente in difficoltà, ma all’improvviso si era interrotto e aveva gridato: “Non ce la faccio! Devo smettere!”. I compagni di corso erano rimasti allibiti e lo avevano subito rassicurato, dicendogli che era stato bravo. Lui, però, si era limitato a ribadire: “Dite così solo per farmi coraggio, ma è inutile! Io non riesco proprio a parlare di fronte alla gente”. Nemmeno il video della sua performance, che aveva visionato assieme agli altri, era riuscito a fargli cambiare opinione. Il suo discorso era stato bello: Arthur aveva parlato con calma, in modo chiaro, convincente, seguendo un filo logico e senza commettere alcun errore. “Eppure non ci fu modo di fargli cambiare idea”, spiega Koulopoulos: Arthur aveva continuato a sostenere di non essere assolutamente portato a tenere discorsi. Non lo si era potuto aiutare in alcun modo.


Per Koulopoulos l’episodio conferma quello che può constatare di continuo lavorando con i suoi clienti: “È affascinante osservare come distorciamo la realtà per adeguarla alle convinzioni in noi radicate, perfino negando l’evidenza dei fatti”. Come chi soffre di anoressia e nonostante pesi 40 chili si trova sempre troppo grasso, anche noi ci guardiamo nello specchio distorto dalle nostre aspettative e convinzioni, senza quindi poter vedere chi siamo veramente.


Nel farlo ignoriamo spudoratamente qualsiasi fattore in grado di farci cambiare idea. Limitiamo l’attenzione alle nuove informazioni che aderiscono alla nostra visione o, in alternativa, adeguiamo la nostra interpretazione all’idea di partenza. Fondamentale per noi è ritrovare ogni volta confermata la nostra opinione iniziale. Accade così non solo quando riconsideriamo a posteriori questioni molto importanti, come la scelta del partner o la decisione di trasferirsi in una determinata città, ma anche quando torniamo a chiederci chi siamo, e anche quando riflettiamo su questioni futili che, sostanzialmente, non cambiano niente nella nostra vita e che magari abbiamo preso d’istinto. Per esempio, quale sia la media di una serie di numeri.


Della questione della media matematica si è occupata un’équipe diretta da Tobias Donner dell’Istituto di neurofisiologia e patofisiologia della clinica universitaria di Hamburg-Eppendorf, che ha condotto una serie di sorprendenti esperimenti. Nel primo gli scienziati hanno chiesto ai partecipanti di riflettere sul quesito: “La media delle otto cifre che vedrete comparire una dopo l’altra sullo schermo del computer è maggiore o minore di 50?”. Una volta risposto, ai soggetti sono state mostrate altre otto cifre e, di nuovo, è stato chiesto di indicare la media fra tutte e sedici le cifre. Risultato: i partecipanti sono rimasti fedeli alla valutazione iniziale, o addirittura hanno rafforzato la loro prima risposta, ovvero se dopo le prime otto cifre avevano risposto “Maggiore di 50”, dopo le seconde otto cifre avevano alzato un altro po’ la media stimata, mentre chi dapprima aveva indicato “Minore di 50”, poi aveva ulteriormente ribassato la media stimata. Altri, che avevano visualizzato fin dall’inizio tutte e sedici le cifre avevano indicato medie molto più precise.


Da un secondo esperimento, basato su stimoli visivi, è emerso uno schema simile. Questa volta i partecipanti hanno dovuto capire se la nuvola di puntini sullo schermo del computer, circondata da altri puntini luccicanti e vaganti qua e là, si spostasse a destra o a sinistra. Dopo aver indicato una certa direzione al termine del primo video, guardandone un secondo sono rimasti quasi sempre della stessa opinione. “Ci è sembrato davvero significativo”, commenta Tobias Donner: che l’essere umano elabori selettivamente le varie informazioni è cosa risaputa. Ma di fronte a medie matematiche e puntini vaganti gli scienziati si sarebbero aspettati che i partecipanti non si dimostrassero così attaccati alle indicazioni precedentemente date e fossero quindi più disposti a rivedere la propria decisione. Questo ha portato Donner a concludere che alla base di questo fenomeno vi sia un meccanismo alquanto radicato, e che tendiamo quindi per natura alla percezione selettiva.


Pertanto, se davvero vogliamo cambiare, il nostro primo compito dovrebbe essere quello di chiederci almeno ogni tanto se il modo in cui giudichiamo noi stessi e il mondo sia effettivamente corretto. Molto spesso nella vita cerchiamo solo gli indizi a conferma di quanto già pensiamo, o in alternativa ci comportiamo in modo da provocare reazioni che rafforzino l’idea che abbiamo di noi stessi, quando invece potremmo capovolgerla del tutto. Per raddrizzare uno specchio distorto non c’è che un modo: uscire e fare esperienze. Dobbiamo aprirci alle situazioni che ci capiterà di vivere e tenere sempre presenti i nostri punti di forza: quello che funziona.


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Training per il sé

Quello di cui un individuo ha davvero bisogno può individuarlo con l’aiuto delle esperienze che ha alle spalle. Ciò che ci corrisponde davvero va sempre più cristallizzandosi nel corso della vita. In fondo si sono già vissute sufficienti situazioni e alla fine si è riconosciuto che molte non erano adatte a noi. Per questo è importante riflettere e chiedersi: in quali sono stato davvero felice, e in quali no? “A quel punto si comincia a percepire il motivo per cui è avvenuto così”, spiega Remo Largo, “Si capisce che cosa è andato bene e che cosa no e da lì si traggono le conseguenze”. Lo sviluppo della personalità – il processo di individuazione – è quindi in buona parte una questione di decisioni. Alla fine, sono loro ad avere la meglio su geni, famiglia di origine, ambiente e cultura. “In certa misura siamo anche noi a formare noi stessi”, conclude Brian Little.


Senza dubbio molto avviene in maniera inconscia. Ne sono un esempio i cambiamenti che riscontriamo nei ragazzi dopo aver trascorso un soggiorno all’estero. “Non è che, una volta arrivati, questi pensino: ‘Ah, sarebbe una buona cosa che mi aprissi un po’ a nuove esperienze. Da domani lo faccio!’”, spiega Jule Specht. In un paese straniero si viene necessariamente in contatto con persone nuove e magari ci si ritrova in situazioni che a casa non si avrebbe modo di sperimentare. Allora ci si rende conto che quei nuovi mondi sono interessanti e ci arricchiscono, e che conviene dimostrarsi aperti nei loro confronti, perché se ne traggono insegnamenti, ci si sente apprezzati, ci si diverte. E questo porta a essere più aperti a nuove esperienze.


Ma si può prendere coscientemente anche la decisione di cambiare personalità? Sembra proprio di sì. Dopo che gli psicologi della personalità hanno dovuto abbandonare la vecchia tesi secondo la quale il carattere dell’individuo sia da considerarsi completato intorno ai trent’anni al massimo, anche un altro dogma ha già cominciato a vacillare. Diversamente da quanto si era a lungo creduto, sembra possibile diventare qualcun altro grazie alla forza di volontà e all’esercizio. Ci si può cambiare in modo consapevole e mirato, basta volerlo davvero. Tutto parte dall’impiego dei tratti liberi, come suggerito da Brian Little. Il segreto del successo: contrastare di continuo le proprie tendenze naturali e mostrarsi diversi. Col tempo il comportamento inusuale influenzerà la mente, e in tal modo la nostra personalità. “Il sé si può allenare quanto un qualunque altro muscolo, così come può diventare sempre più fiacco e atrofizzarsi, se smettiamo di adoperarlo”, spiega il professore di psicologia Sam Sommers. Anche Jule Specht ne è convinta: “Si può decidere di modificare il proprio carattere vivendo nuove esperienze”.


Urula Staudinger pensa addirittura che il passaggio a una maggiore amicalità e a un minore nevroticismo – che tutti attuano nel corso della vita (vedi il Capitolo 2, La maturazione della personalità) – non siano affatto processi automatici, bensì il risultato di un duro lavoro. Ognuno di noi, nella vita, fa esperienze e grazie a loro impara che alcuni dei propri modi di comportarsi non convengono poi così tanto; che è preferibile reagire con calma, anziché dare subito in escandescenze quando si litiga con i colleghi; o che non è necessario correre fuori dalla stanza ogni volta che si vede un ragnetto, per cui ci si impone di avere meno paura dei piccoli animali. Insomma, ci si dà una mossa e, magari, quello che un tempo si faceva “in qualche modo” ora lo si sbriga sistematicamente e con precisione, perché si è imparato che evolversi può essere importante, che continuando a comportarsi come sempre non si va da nessuna parte e che sarebbe bene cambiare. È quello che Ursula Staudinger definisce la “via della saggezza”, opposta alla ben più comoda “via del benessere”, lungo la quale non ci si sforza di fare qualcosa in modo diverso, per cui si rimane sempre gli stessi.


Prendiamo come esempio la paura: chi si ripropone di smettere di avere paura dei ragni può cominciare ad allenarsi con un ragnetto piccolissimo. Può provare a prenderlo in mano, a portarlo in giardino e presto sopporterà la vista anche di quelli un po’ più grossi. “Quando una persona originariamente timorosa ottiene un risultato in una situazione che fino a quel momento la metteva in agitazione, il successo raggiunto diminuirà la sua paura nel tempo”, spiega Jule Specht. Le nuove esperienze si sovrappongono alle vecchie paure e invogliano a cambiare.


Qualcosa di simile vale anche per l’introversione, che tantissime persone vorrebbero superare e spesso è una semplice forma di ansia sociale. Anche in questo caso, come per la paura dei ragni, si può partire dal piccolo, da brevi incontri. Questo tipo di training è però necessario solo per chi è davvero molto timido, non semplicemente introverso, come spiega lo psicologo Nick Haslam. Nei timidi, all’introversione si aggiunge una componente nevrotica, ossia l’instabilità emotiva, la paura dell’incontro con l’altro. Non hanno invece bisogno di training gli introversi stabili, che decidono da soli di chiudersi in se stessi: sono persone che, semplicemente, amano starsene da sole e trascorrere il tempo in propria compagnia.

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