Come smettere di farsi le seghe mentali: LA MENTE

martedì 22 giugno 2010

INFER.NET = l'Eggregore degli Eggregori







 Cosa vuol dire concentrare l'attenzione sulle tue azioni, sul mondo che ti circonda, sul tuo corpo?
L'attenzione è come il fascio luminoso di un faro. Concentrare l'attenzione su qualcosa vuol dire dirigere con un atto di volontà il fascio luminoso del faro della tua attenzione su quel qualcosa.
Rivolgere l'attenzione significa osservare.
Come rivolgi l'attenzione alle tue azioni, al mondo che ti circonda, al tuo corpo, così puoi rivolgere l'attenzione alla tua mente, ossia al tuo pensiero.
Prova a fare il silenzio dentro di te.
... invece di rivolgere la tua attenzione alle tue azioni, al mondo che ti circonda o al tuo corpo, rivolgila al tuo pensiero.
Ascola la tua mente.
Udrai dentro di te delle parole.
Infatti il pensiero è discorsivo.
Usa cioè il linguaggio.
Udrai quindi delle parole, delle frasi, dei discorsi, dei ragionamenti.
Oppure vedrai delle immagini, delle azioni, come in un film.
Come nel sogno.
Essi si formano automaticamente.
Costituiscono il tuo pensiero.
Sono i circuiti neuronali del tuo cervello, che carichi della tensione delle emozioni in essi registrate si attivano automaticamente, dando luogo al pensiero.
Il pensiero non soltanto è espressione della tensione che c'è dentro di te, ma esso stesso ti genera tensione. Perché riproduce e quindi rinnova quelle stesse emozioni che lo hanno generato.
Il pensiero è il flusso autoalimentato delle seghe mentali.

Ma se tu impari a osservarlo, questo flusso rallenta, sempre più, fino a fermarsi.
Ti libererai dunque finalmente del pensiero, delle seghe mentali!
Imparerai a essere consapevole delle tue azioni, del mondo che ti circonda, del tuo corpo, senza la sovrapposizione disturbante e spesso vulnerante del pensiero.

Impara quindi a osservare il tuo pensiero, come hai imparato a osservare le tue azioni, il mondo che ti circonda, il tuo corpo.

Impara a considerare il tuo pensiero per quello che è: un prodotto automatico della tensione registrata nella tua memoria, ossia sostanzialmente un corpo estraneo, qualcosa di sostanzialmente distinto dal tuo Io, da te in quanto osservatore/trice, cioè inguanto coscienza.
Il pensiero è un prodotto della memoria.
Ciò che si è registrato nella tua memoria accompagnato da un'emozione, cioè da tensione, tende a riprodursi, perché quella stessa tensione lo riattiva
L'eliminazione del pensiero (e l'eliminazione delle seghe mentali comporta necessariamente l'eliminazione di una buona parte del pensiero) conduce al superamento e alla liberazione dal legame con la memoria, e quindi alla capacità di vedere il mondo che ti circonda con occhi nuovi, liberi da esperienze- e quindi da giudizi precedenti (pregiudizi).
È come rinascere contiguamente a nuova vita.
La memoria e il pensiero sono come una candela. Tu la spegni e la riaccendi di nuovo; tu dimentichi e tu ricordi di nuovo più tardi. Tu muori e rinasci di nuovo in un'altra vita. 

Il cessare del pensiero e della memoria, ossia il vuoto mentale, è precisamente ciò che gli orientali chiamano meditazione. 

Nell'esperienza c'è sempre il testimone ed egli è sempre legato al passato. La meditazione, al contrario, è quella completa inazione che è la cessazione di tutta l'esperienza. L'azione dell'esperienza ha le sue radici nel passato e pertanto è vincolata al tempo; porta all'azione che è inazione, e genera il disordine. 

La meditazione è la totale inazione che proviene da una mente che vede ciò che è, senza l'impiccio del passato.
Ma questa esperienza dell'osservazione del pensiero e del suo essere un prodotto della memoria conduce all'esperienza della non permanenza dello stesso pensiero e della stessa memoria.
Il pensiero può dare continuità alle cose che pensa; può dare permanenza a una parola, a una idea, a una tradizione. 

La consapevolezza è dunque anche un'osservazione mentale.
È evidente infatti che devi osservare i tuoi pensieri, per accertarti che una parte di essi (le malefiche seghe mentali) smettano di prodursi.
E insieme con i tuoi pensieri osserverai anche le tue emozioni e le tue sensazioni, ossia tutta la tua attività percettiva.

Quando avrai imparato a osservare le tue percezioni (le tue sensazioni, le tue emozioni, i tuoi pensieri), scoprirai tre cose.

La prima è che esse si producono automaticamente, indipendentemente dalla tua volontà (la tua volontà è impegnata a farti mantenere il ruolo dell'osservatore/trice).
E questa prima cosa la conosci già.

La seconda è che rimanendo in questo ruolo di osservatore/trice tu non sei più colpito/a nel profondo dalle tue sensazioni e dalle tue emozioni. Si attua cioè in te una sorta di distacco dalle tue sensazioni e dalle tue emozioni.

La terza è che rimanendo in questo ruolo di osservatore/trice il tuo pensiero rallenta la sua frequenza, gradualmente, fino a fermarsi.

Questa dunque è la fase finale e definitiva della presenza mentale, o meglio della consapevolezza, che ti permetterà di non farti più le seghe mentali, che le taglierà alla radice, impedendo loro di riprodursi.
L'assunzione del ruolo di osservatore/trice della tua attività percettiva ti darà il massimo rilassamento possibile nello stato percettivo normale, ossia la massima diminuzione possibile, nello stato percettivo normale, della tensione.
Nello stato percettivo straordinario della trance, scopo ultimo dello Yoga, la tensione è addirittura totalmente eliminata.
Ma questo è un limite che puoi benissimo fare a meno di raggiungere e vivere lo stesso benissimo una vita soddisfacente e felice.
Anzi, se ti accanisci a raggiungerlo, crei tensione e ricadi nella trappola della nevrosi (cioè delle seghe mentali).

Il Buddha ha detto infatti che il vero distacco è quello che ci rende distaccati anche dal fine di raggiungere il distacco.

Perché l'assunzione del ruolo di osservatore della tua attività percettiva ti permette di sciogliere la tua tensione e quindi di eliminare la tua sofferenza?
Perché il ruolo di osservatore è un ruolo totalmente passivo.

La tensione, che è una modalità dinamica dell'organismo, si forma in funzione del compimento di un atto. O meglio in presenza di un atto intenzionale. Proprio perché intendere a un atto da luogo appunto a una tensione.

Tensione e attività intenzionale sono fra loro conseguenti.
Ove cessa l'attività intenzionale, cessa anche la tensione.

Impara dunque a diventare passivo/a. O meglio, ricettivo/a.

Il ruolo dell'osservatore non comporta infatti l'intervento sulla dinamica percettiva: osservare non è intervenire.  

Questo è fondamentale. Poiché lo scopo di tutta l'operazione è lo scioglimento della tensione, esso non può essere raggiunto se non viene realizzata una condizione di passività.
Ogni intenzione di attività genera infatti tensione, come ti ho spiegato.
Se sei agitato/a dalla tensione, fai semplicemente questo: non opporti alla tua tensione, impara a osservarla; accettala e osservala. Non fare altro: osservala e aspetta che ti passi.
Se hai un raffreddore e sai che non c'è barba di medicina che riesca a fartelo passare, cosa fai? T'incazzi e ti tagli il naso? No, se non sei del tutto scemo/a. Aspetti semplicemente che ti passi. Be', fai lo stesso con la tensione, con la paura, con l'incazzatura, con l'avvilimento, con la sofferenza, con tutte le dannate emozioni negative: aspetta semplicemente che ti passino. E osservale. L'essere osservate le mette a disagio come una signora che fa la pipì dietro un'auto nel parcheggio di un supermercato: cerca di fare più presto possibile a scaricarsi e a portare via le trippe.
In questo modo la tua dinamica percettiva si modificherà spontaneamente, senza sforzo.
Il tuo pensiero discorsivo analitico (la famosa sega mentale) finirà per affievolirsi o addirittura per scomparire e sarà sostituito dall'intuizione, un pensiero sintetico che come un flash abbraccia in un attimo diversi ragionamenti, immagini, sensazioni ed emozioni. Una specie di funzione « turbo » del motore-cervello.
Acquisterai così una capacità di comprensione e penetrazione del mondo che ti circonda (comprese le persone, la cui personalità vedrai molto più chiaramente e immediatamente) superiore al normale.

Il pensiero intuitivo è infatti il mezzo attraverso il quale noi attuiamo la conoscenza (tutte le creazioni umane, da quelle artistiche a quelle scientifiche, sono infatti nate come intuizioni). Il pensiero analitico serve soltanto a comunicarla.
L'intuizione riuscirà più facile alle femminucce che ai maschietti, perché la parte femminile del cervello ha una propensione naturale a usare l'intuizione più che il ragionamento.

Impara dunque a osservare le tue sensazioni, le tue emozioni, i tuoi pensieri.
Diventa un/a osservatore/trice della tua vita, interiore ed esteriore.
Assumerai un distacco, nei confronti di situazioni, persone ed emozioni, che ti metterà al riparo da ogni attacco, da ogni frustrazione, da ogni sconfitta.
All'inizio sarà molto difficile, per te, farlo. Perché dovrai attivare una funzione cerebrale che normalmente non eserciti: la consapevolezza.
Ma vale la pena di fare uno sforzo.

Il Buddha ha parlato appunto di « retto sforzo ».

Lo stato di consapevolezza può infatti divenire consueto, o almeno frequente, mediante un atto di volontà opportunamente reiterato. 

La ricompensa è la liberazione definitiva dalle seghe mentali, la felicità, quella vera, che non è la frenetica esaltazione che ti prende quando vieni a sapere che hai vinto un miliardo al totocalcio o che tua moglie è scappata con il macellaio, e che dopo qualche giorno ti passa, bensì la sicura pace interiore, la capacità di aderire alle cose, alle persone e alla vita senza conflitti, senza contrasti, senza dolore, in perfetta armonia; la capacità di goderti la vita, accettandola per quello che è, traendone il meglio e godendone consapevolmente ogni aspetto, anche il più modesto, assaporandone ogni istante, con la consapevolezza che è unico e irripetibile.
La liberazione definitiva e permanente dalle seghe mentali, o meglio la costante consapevolezza, è stata tramandata nella cultura orientale con il nome di illuminazione.
La famosa e misteriosa illuminazione è dunque soltanto questo: uno stato permanente di consapevolezza della realtà.
Non è cosa da niente, naturalmente.
Ma la sua straordinarietà non sta nello stato in se stesso, bensì nella sua durata.
Tutti siamo capaci di essere consapevoli qualche volta, ma pochi sempre.
Naturalmente anche lo stato di illuminazione è una mitizzazione.
 
Non si può infatti essere proprio sempre nello stato di consapevolezza.
Neanche il Buddha c'era (qualche volta s'incazzava pure lui).
 
Tuttavia vale la pena cercare di esserci il più a lungo possibile.
Perché trovarsi in quello stato significa sciogliere la tensione che è in noi, uscire dalla « condizione umana » di sofferenza continua.
Infatti lo stato di illuminazione è stato definito dal Buddha «la liberazione dalla condizione della sofferenza umana ».
Il segreto è: non farsi aspettative ma godersi la vita per quello che è.
Qualsiasi cosa sia.
E imparare ad amare.
Lo stato di illuminazione è più diffuso di quanto non si creda, negli esseri umani.

 
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