DAL PENSIERO ALLA SEGA MENTALE

lunedì 3 maggio 2010





 Il pensiero è come il coltello: ti ci puoi imburrare il pane oppure tagliartici la gola.
È incredibile, ma quasi tutti gli esseri umani preferiscono la seconda soluzione.

Eppure il pensiero non è nato con l'idea di essere, o di diventare, un'arma di autodistruzione, naturalmente.
Il pensiero è un risultato dell'evoluzione biologica, quindi ha lo stesso scopo di tutte le funzioni biologiche: la sopravvivenza. 

... lo scopo immediato del pensiero, quello per cui probabilmente si è originato, è scaricare la tensione eccessiva.
Avendo addosso una tensione insopportabile e non potendo scaricarla completamente attraverso l'azione reale, la scarichi parzialmente attraverso l’azione pensata.

Quindi il pensiero è fondamentalmente un surrogato dell'azione. 

Infatti il pensiero consiste sostanzialmente nella simulazione immaginativa dell'azione. 

Per dirla in termini fisiologici, quando, a causa di un'aggressione ambientale, lo stato di tensione (e quindi di malessere) raggiunge un livello di guardia oltre il quale può diventare autodistruttivo per l'individuo, subentra a salvaguardia della sua sopravvivenza uno stato di benessere (caduta temporanea della tensione) provocato autogenamente mediante l'attivazione del pensiero, il quale simulando l'azione capace di scaricare la tensione simula una situazione ambientale gratificatoria.
Materialmente, nel cervello viene sostituita la produzione di neurotrasmettitori adrenalinici (che provocano lo stato di tensione, cioè di stress) con la produzione di neurotrasmettitori noradrenalinici (che provocano lo stato di distensione).
E' un normale fenomeno di omeostasi, cioè di ripristino dello stato di equilibrio fisiologico, finalizzato alla sopravvivenza, che rientra nella naturale dinamica biologica degli organismi viventi. 

Il pensiero, quindi, assolve a una funzione difensiva dalle aggressioni ambientali.
Probabilmente, la forma primitiva del pensiero è il sogno.
Infatti anch'esso, come il pensiero, è simulazione di azioni non reali e anch'esso, come il pensiero, si attiva in caso di eccesso di tensione, come in occasione di traumi.
A questo livello primitivo pensano, in quanto sognano, anche gli animali.

Anche il sogno è, come il pensiero, una specie di polluzione notturna mentale che ha lo scopo di scaricare un poco la tensione quando essa diviene eccessiva.
Con l'evoluzione della neocorteccia nel cervello umano probabilmente il sogno si è prolungato anche durante la veglia e con lo sviluppo del linguaggio è diventato pensiero. E con il pensiero si è sviluppata la logica e la capacità di deduzione.
Da semplice meccanismo di troppo pieno, il pensiero è diventato nell'essere umano una formidabile arma di controllo dell'ambiente per mezzo della quale egli si è impadronito del pianeta, perché mediante il pensiero l'essere umano è diventato capace di risolvere i problemi ambientali.
Le azioni simulate dal pensiero, infatti, possono essere non soltanto semplicemente consolatorie nei confronti di condizioni ambientali negative, ma anche atte a eliminare quelle stesse condizioni ambientali negative che hanno attivato il pensiero e che costituiscono un problema.
Se sei chiuso in una trappola, il pensiero può aiutarti a uscirne.
Questo è diventato il pensiero nell'essere umano: un sistema di problem solving, un sistema capace di risolvere i problemi ambientali attraverso la simulazione delle azioni atte alla loro soluzione. A patto però che le azioni pensate vengano attuate, cioè che le azioni da simulate divengano reali e quindi che il pensiero dia luogo all'azione: questa elimina le condizioni ambientali negative e scarica la tensione ristabilendo l'equilibrio omeostatico, cioè lo stato di benessere.

Il pensiero che da luogo all'azione capace di eliminare le condizioni ambientali negative assolve dunque pienamente alla sua funzione di difesa dalle aggressioni ambientali.
Ma esso è un pensiero attinente alla realtà.

Quindi il pensiero che da luogo all'azione non è una sega mentale mentre, banalmente, il pensiero che non da luogo all'azione è una sega mentale.

Ma quante volte tu traduci il tuo pensiero in azione? Quante volte tu usi il tuo pensiero per risolvere problemi reali utilizzando la sua funzione più evoluta?
Quante volte invece ti immagini azioni che non sei stato o non sei in grado di compiere?
Quante volte utilizzi la funzione più primitiva del pensiero semplicemente per contenere la tensione generata dai problemi reali non risolti con l'azione?

Tu puoi facilmente constatare che la maggior parte del tuo pensiero è rivolto ad assolvere la sua funzione primitiva di contenimento della tensione simulando azioni immaginarie sostitutive delle azioni reali non compiute, piuttosto che a risolvere, con l'azione reale, problemi reali.

Ne deriva una verità tremenda, che pochi sono in grado di reggere senza farsi prendere da un travaso di bile: il pensiero è molto spesso una sega mentale.

E che dire di quando l'azione simulata dal tuo pensiero non può essere attuata o di quando non è in grado di eliminare le aggressioni ambientali neppure sul piano dell'immaginazione?
In questi casi la tua tensione non soltanto non diminuisce, ma addirittura aumenta, in quanto il diminuire della tua  capacità di difesa aumenta il grado di pericolosità da te attribuito alle aggressioni ambientali e quindi la tua reazione tensiva, ossia la tua sofferenza.

Da sistema di difesa dalla tensione, il pensiero si trasforma in questo caso in un sistema di incremento della tensione, cioè della sofferenza, e quindi in un processo autolesivo.
Questo vale soprattutto per i filosofi, che sono fra tutti gli intellettuali i più incazzosi (chissà perché, poi, visto che invece si dice, di uno che se ne frega, che «prende la vita con filosofia»).

Quindi:
Il pensiero che genera sofferenza è una sega mentale malefica il massimo della sega mentale malefica si ha quando il problema alla cui soluzione si applica il tuo pensiero non è un problema reale, ma soltanto un problema inventato dal tuo stesso pensiero, cioè un problema immaginario. 

Come può avvenire che il pensiero, inventato per risolvere o alleviare i problemi reali, diventi invece il creatore di problemi immaginari?
Il fatto è che non è il pensiero che può risolvere un problema reale, ma soltanto l’azione.
Quindi se un problema reale non viene risolto con l'azione, la tensione da esso generata rimane e scatta la valvola del pensiero per contenerla entro limiti accettabili.
Ma se il problema reale è molto grave, la tensione è talmente alta che il pensiero non riesce ad abbassarla entro limiti accettabili.
Cosa fa allora il sistema per difendersi?
Dimentica il problema.
Freud ha chiamato questo processo rimozione.
La rimozione non elimina tuttavia la tensione generata dal problema rimosso: la mantiene soltanto entro limiti non distruttivi.
 La tensione continua quindi a generare pensiero.
Ma non potendosi palesare nel problema reale perché rimetterebbe in moto una tensione insopportabile dal sistema, il pensiero genera un altro problema, un problema immaginario, apparentemente risolvibile. 

In realtà il problema immaginario non può essere risolto.
Infatti non esiste soluzione reale del problema immaginario per il semplice fatto che il problema immaginario non è reale.

Il problema immaginario infatti non può venire risolto neppure con l'azione.

Infatti l'eventuale azione attivata da un problema immaginario non è atta a risolvere la tensione perché questa è originata, come abbiamo visto, da un problema reale diverso o non più attuale, e quindi l'azione atta a risolvere la tensione è soltanto quella che avrebbe dovuto essere compiuta a fronte del problema reale: quindi o un'azione diversa, o la stessa azione ma compiuta in un tempo e in un contesto diverso (nel passato).

E' vero che un problema immaginario può avere una soluzione immaginaria, ma poiché l'invenzione del problema immaginario è precisamente il « troppo pieno » di una tensione non risolta con l'azione, e non risolvibile altrimenti che con l'azione, la sua soluzione immaginaria darebbe luogo all'invenzione di un altro problema immaginario, perché è precisamente questo il processo attraverso il quale il sistema psicofisico tenta di ristabilire lo stato omeostatico: cioè appunto la produzione di pensiero simulante l'azione non attuata.

Di solito il tuo cervello, che tende tutto sommato all'economia, non sta neppure a sprecare energia per risolvere immaginariamente un problema immaginario per poi inventarsene sùbito dopo un altro e ritornare da capo nella situazione iniziale (questo lo fanno i matti e spero tanto che tu non sia uno di loro, altrimenti, cavolo, allora è proprio vero che questo è un libro da matti!): si tiene il primo che gli capita e ci si trastulla senza neppure far finta di trovargli una soluzione. Oppure, se sei particolarmente fantasioso, se ne inventa uno dopo l'altro senza risolverne nessuno.

La tensione causata da un problema immaginario, quindi, non può essere eliminata.
Anzi lo stesso problema immaginario diventa fonte di tensione.

Da sistema di difesa dalla tensione, il pensiero si trasforma quindi, nel caso dei problemi immaginari, in sistema di incremento della tensione e quindi in un processo autolesivo che si protrae nel tempo e si accresce indefinitamente in quanto si autoalimenta.
La tensione, diminuita inizialmente dalla rimozione, generando pensiero creatore di problemi immaginari, aumenta, tendendo a riportarsi al livello originato dal problema reale rimosso e anzi a superarlo.

Nel caso dei problemi immaginari l'autoalimentazione della tensione attraverso il pensiero è infatti particolarmente vigorosa: spesso succede che con il tempo i problemi immaginari inventati dal pensiero generino più tensione di quella generata inizialmente dal problema reale che ha innescato il processo.

Quindi il pensiero di problemi non reali è la sega mentale più malefica.
Un processo sistematico di seghe mentali malefiche, noi lo chiamiamo nevrosi. Esso è diffusissimo.

Poiché, come abbiamo visto, il pensiero tende a essere più spesso una sega mentale che una spinta all'azione e poiché le seghe mentali tendono a essere più spesso malefiche che benefiche, ne deriva un'altra verità che farà incazzare ancora di più gli esaltatori del pensiero come massima espressione dell'essere umano:
il pensiero è molto spesso una manifestazione nevrotica.

Ma allora, mi dirai, bisogna smettere di pensare?
Ebbene, ti devo confessare che non sarebbe male, smettere di pensare, e ti devo anche confidare che è bellissimo.
Tuttavia è sufficiente usare il pensiero soltanto in quelle poche occasioni in cui serve davvero a salvarci e a stare meglio: non poi così spesso come si crede.

(dal libro "Come smettere di farsi le seghe mentali")


Leggi questo mio post ---> I BENEFICI DI QUANDO SMETTI DI FARTI LE SEGHE MENTALI...

--> QUI <--  c'è la sezione SEGHE MENTALI  

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1 commenti:

Andrea ha detto...

Sarò sincero, causa fretta, non sono andato oltre la prima frase. Ma devo dire che è valsa la visita! :)

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