Il Sufismo - Burhanuddin Herrmann

martedì 10 dicembre 2013

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Rumi: “Se sapesse cosa c’è dall’altra parte, la terra sarebbe disabitata
Tutte le paure della nostra vita si concentrano alla fine in un’unica paura: la paura della morte. Se riusciamo a superarla, a passarvi oltre, vivremo una nuova esistenza.
In verità non è la morte che temiamo, è la vita. Abbiamo paura che non vada come vorremmo. Sono le nostre aspettative a nutrire i nostri timori. Sacrificandoli, scopriremo che la vita è fatta per noi, così come ci si presenta.
Forse non otterremo tutto ciò che vogliamo, ma riceveremo sicuramente tutto ciò di cui abbiamo bisogno, generosamente. Se riusciamo a vincere la paura della morte, allora torneremo alla vita. Saremo nuovi, e nulla potrà più spaventarci. Sembrerà strano ma la morte è la chiave per la vita.


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La consapevolezza del respiro (Hosh dar dam)
In persiano HOSH significa MENTE; DAR significa DENTRO; DAM significa RESPIRO
Siamo prima di tutto esseri che respirano, il respiro non ci abbandona mai.
Il respiro è la porta sul presente ci mette in contatto con la nostra essenza. Allora la mente si placa e diventa possibile calarsi nell’attimo.
Prendere consapevolezza della propria respirazione significa compiere metà del cammino che porta al dominio della mente. Il cammino Naqshbandi parte dalle cose facili, veloci, universali: invita per prima cosa a concentrarsi sulle proprie funzioni vitali base.
Quando inspiriamo diciamo dentro di noi “Inspiro” quando espiriamo “Espiro”. Oppure possiamo ripetere “Dentro” e “Fuori”. Quando la percezione è stabile possiamo non dirlo più.
Chiunque può seguire questa pratica, ovunque si trovi, in qualunque momento.
La mente è la superficie e avrà sempre delle onde, ma bastano già solo 20 minuti, due volte al giorno di respirazione consapevole, e la mente si placherà.
Osservare i propri passi (Nazar bar qadam)
Significa mantenere gli occhi bassi mentre si cammina. Essere attenti ad ogni passo che si compie. Vuol dire essere presenti e rinascere quando è il momento giusto per agire.
Uomini e donne, soprattutto se giovani, quando camminano per strada si guardano continuamente intorno perché desiderano essere riconosciuti e ricevere delle conferme.
La consapevolezza che abbiamo di noi stessi è dominata dalla sessualità. Il derviscio dal momento in cui esce di casa guarda solo in basso. Rilassa lo sguardo e smette di ispezionare tutto ciò che gli sta intorno.
Questo è un lavoro spirituale.
Il viaggio interiore (Safar da watan)
Viaggiare verso la propria terra natale”. Non è un’evoluzione verso qualcosa bensì un tornare alle nostre origini. Per questo la via Sufi è chiamata anche “La via del ritorno”.
Dobbiamo guardare dentro di noi, volgerci verso l’origine di ogni cosa.
La solitudine nella folla (Khalwat dar anjuman)
Khalwat = ritiro
La solitudine nella folla” indica essere esteriormente con gente rimanendo interiormente con Dio.
È necessario superare l’illusione di non essere completi e la convinzione di aver bisogno dell’altra metà per esserlo. Abbiamo questa sensazione perché nascondiamo a noi stessi quella parte che, pur essendo dentro di noi, cerchiamo nell’altro. Il sufismo non richiede l’ascetismo. Grazie alla pratica, il discepolo avverte che la situazione della propria esistenza appare più semplice. Ciò non accade perché le circostanze migliorano, anzi, di fatto spesso peggiorano, ma solo perché ora è più presente a se stesso e quindi meno coinvolto nelle contingenze mutevoli del mondo circostante.
Il ricordo essenziale (Yad Kard)
Yard è dhikr o “ricordo”, Kard è “l’essenza dello dhikr”. Ricordo essenziale significa “concentrarsi sulla presenza divina”.
Individuiamo dentro di noi ciò che abbiamo elevato a divinità: paura, desideri, opinioni, preoccupazioni che dominano i nostri pensieri e li riversiamo nell’oceano dell’infinito.
Il ritorno (Baz Gasht)
“Riconoscere l’unicità divina”
L’ego cerca soddisfazione nel fare; deve avere sempre nuove idee, nuovi programmi, il passo successivo da compiere.  Nello stadio di “ritorno” il derviscio scopre che non c’è nulla che egli possa fare e percepisce nitidamente chi è il vero artefice.
La febbre del fare cessa, subentra una pace profonda e tutto va meglio.
L’attenzione (Nigah Dasht)
Nigah significa “vista”. “L’attenzione” è l’invito a osservare il proprio cuore e a impedire che i cattivi pensieri vi entrino.
Il raccoglimento (Yada Dasht)
Il “raccoglimento” significa “mantenere il proprio cuore nella presenza divina”, “avvicinarsi alla verità”.
La consapevolezza del tempo (Wuquf Zamani)
Significa “essere presenti, attenti alla mutevolezza dei propri stati mentali nel tempo”.
Il tempo è sempre in connessione con un movimento e quindi con lo spazio. Spazio e tempo possono essere manipolati.
La consapevolezza dei numeri (Wuquf  ‘adadi)
Il principio indica l’osservanza del numero esatto di ripetizioni dello dhikr.
Rispettare la verità dei numeri mantiene nella presenza. L’universo è matematico: fisica e astronomia sono scienze matematiche che studiano spazio e tempo. In realtà ogni scienza è dettatata dai numeri.
La consapevolezza del cuore (Wuquf Qalbi)
Si raggiunge la “consapevolezza che la realtà è solo nel cuore”.
Comprendere ciò significa avere in mano le chiavi dell’universo.
È lo stadio del kun faya kun, “Sia ed è”: nel cuore la manifestazione è istantanea, questo è il suo potere, che però è difficile da dimostrare perché è così veloce, immediato, che la mente nella sua lentezza non sarebbe in grado di coglierlo.
Questa stazione è il punto di arrivo del viaggio al centro del cuore.
La dimora dell’esistenza. Il cuore è il centro; è la fonte della vita, la dimora fisica e spirituale della nostra esistenza.
Tuttavia è la mente ad essere percepita come la plancia di comando perché è sempre in movimento, non ha mai pace e ci mantiene immersi nei nostri pensieri e preoccupazioni ventiquattr’ore al giorno. Più la mente è attiva, più genera sofferenza. Il derviscio impara che il potere non risiede nella mente o nei muscoli, ma unicamente nel cuore, quando ne comprende la vera natura crea un campo di attrazione che richiama tutto ciò di cui ha bisogno. Chiamiamo questo potere la “calamita del cuore”.
Il respiro è la fune che attraverso il corpo ci lega all’anima permettendoci di salire in alto fino a raggiungere la dimensione dello spirito.
Il respiro è il punto di raccordo tra il mondo esteriore e quello interiore.
Siamo immersi nel mondo psichico. Pensiamo di essere liberi, di essere noi a decidere, ma siamo condizionati dai nostri pensieri ed emozioni. Le persone sono così assorbite dalle loro storie personali, ricurve sulle proprie ferite e desideri personali, che alla semplice domanda “Per cosa vivi?” reagiscono come se avessero ricevuto un colpo d’ascia nella schiena.
Se cerchiamo la risposta alla vita dentro le nostre vicende personali non la troveremo mai.
Se senti che ogni giorno è uguale all’altro, significa che ne hai perso uno”.
Se non abbiamo una vita interiore, dobbiamo confrontarci con il mondo materiale. Ma il nostro Io Superiore sa che è solo un sollievo effimero, il vero significato dell’esistenza è altrove. Con l’età tale sensazione si acuisce e sentiamo di avere mancato la vita.
L’invito divino è: trova qualcosa in te che non possa scomparire.
Quando veniamo alla luce nasciamo al mondo visibile, quando moriamo nasciamo a quello invisibile. Nel passaggio accade il trasferimento da uno stato vibrazionale all’altro.
Così come la morte non esiste, non esiste neppure l’aldilà, è solo una questione di frequenze diverse.
Abitiamo in un cosmo in movimento, che danza. Quando un oggetto si muove nello spazio e nel tempo, acquista una frequenza. Ogni materia ha una vibrazione che produce un suono. I suoni nell’altro mondo sono molto diversi. Gli angeli comunicano attraverso una sorta di telepatia.
Noi siamo il prodotto dell’insieme di luce, suono ed energia. Quando questi tre elementi si combinano, creano la materia.
Migliaia di anni fa gli abitanti della terra potevano ascoltare le risonanze di ogni singola anima, anche di quelle non ancora manifestatesi.
In Cielo sono presenti bacini di risonanza dai quali discendono sulla terra miliardi di anime. Nel tempo il numero cambia: ogni ciclo dell’umanità ha bisogno di un suo equilibrio di anime presenti sul pianeta. Ora, ad esempio, vi sono più anime incarante di quelle che sono in Cielo, questo causa degli scompensi.
Come viene bilanciata la situazione? Attraverso le catastrofi naturali e le epidemie. Se la nostra umanità non si evolve spiritualmente, sei persone su sette sono destinate ad andarsene, lo dicono le profezie. Non è il numero delle anime ad essere troppo elevato sulla terra, lo è il numero degli esseri inconsapevoli.
Sul nostro pianeta c’è abbastanza per tutti ma non per l’ego di tutti.
Ogni singolo momento della vita viene registrato nel cervello. Questa “memoria radice” rimane profondamente localizzata dentro di noi, per sempre. È connessa alle risonanze magnetiche del cosmo, è scritta fin dall’inizio della creazione quando l’atomo primario è esploso. Al momento della morte, la nostra memoria non viene azzerata: portiamo con noi le nostre emozioni, i nostri ricordi nel corpo eterico.
Tutto ciò che abbiamo fatto, vissuto, sognato viene scritto nel nostro registro divino individuale: nella tradizione si chiama il “cuore segreto”. È il cuore spirituale, si trova proprio dietro al cuore fisico e contiene la linea intera della nostra vita. 

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