KARMA E REINCARNAZIONE

giovedì 26 dicembre 2013

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Glosse Varie  - Gruppo di Ur


In questo capitolo, come anche nel precedente, si è preso posizione contro la teoria della rincarnazione, e se ne è indicato il luogo e il senso. Una tale teoria, se presa alla lettera, rappresenta una assurdità e in nessun caso corrisponde ad un insegnamento esoterico, d'Oriente o d'Occidente che sia.
Molti « spiritualisti » e teosofisti di oggi la pensano diversamente. Essi vorrebbero rivendicare alla teoria della rincarnazione la dignità di una superiore verità, atta ' fra l'altro, a differenza di ogni altra, a soddisfare la ragione perché si ritiene che essa spieghi il problema del male e della diseguaglianza degli uomini.

Qui non ci proponiamo di far dell'apologetíca iniziatica, ma non possiamo non rilevare che pretendere una cosa del genere non è certo dar prova di molto acume critico. Infatti, anche ammettendo che la differenza fra gli esseri, insieme ai mali e i beni che essi incontrano, sia la conseguenza di azioni da essi compiute in una vita precedente, bisognerebbe spiegare perché in quella vita precedente alcuni esseri hanno compiuto certe azioni ed altri azioni diverse. Si dovrà allora ricorrere a predisposizioní, di cui la causa sia un agire in una vita ancor più indietro, e così si retrocederà all'infinito senza spiegar nulla. Se invece all'infinito non si retrocede ma ci si ferma ad un dato punto, si sarà costretti, in esso, ad ammettere delle differenze originarie o la potenzialità di determinarle, senza una causa anteriore. Era allora inutile ricorrere alla rincarnazione, con essa sola - anche ammettendola - non spiegandosi ciò che si voleva spiegare.
Rileviamo anche brevemente che è daccapo mancanza di spirito critico supporre che con la legge di causa ed effetto (la legge del Karma, che i teosofisti associano a quella della rincarnazione) si abbia una legge razionale e naturale di giustizia che porta di là dalla concezione « ingenua » di un Dio personale che premia e punisce. Per quale fondamento ad una data causa deve seguire proprio quell'effetto? A quell'azione quella reazione? 0 si pensa che è così perché è così, ed allora anche qui la pretesa di una spiegazione è illusoria. Oppure si deve riconoscere una volontà superiore come base del seguire proprio di un dato effetto ad una data causa: cosa più o meno equivalente ad ammettere la teoria delle sanzioni divine, che si credeva di poter superare mediante la legge « naturale » del Karma e delle azioni e reazioni.
Le vedute esposte nel precedente capitolo sull'immortalità potrebbero riuscire non proprio consolanti, perché conclusione ne sarebbe che immortali in senso assoluto sono solo gli iniziati; ma l'iniziazione è cosa che, specie oggi e in Occidente, appare pressoché inaccessibile, anzi ignota perfino come concetto alla immensa maggioranza. Né gli « spiritualisti », narcotizzati dalla fede in una presunta anima naturalmente immortale, si trovano in condizioni migliori.
Non vi sono altre prospettive? Ve ne sono. Si possono considerare i casi nei quali tutta una vita è stata orientata verso qualcosa che, per cosí dire, l'abbia portata di là dal semplice vivere. Ad essi bisogna poi aggiungere i casi di culminazioni varie dello spirito realizzate in sede sia di eroismo (1), sia di sacrificio, sia, talvolta, perfino di ebrezza e di esaltazione. Tutto ciò determina nella sostanza profonda dell'Io delle disposizioni virtuali che possono condurre oltre la caduta della coscienza mortale e fruttificare nella dovuta sede, facendo superare la « seconda morte » e l'Ade. A tanto, la condizione generale è però che queste forme di superamento parziale senza un intervento iniziatico specifico abbiano avuto un certo orientamento attivo e disindividuale, non siano cioè avvenute sulla base di un'idea da cui si è presi, di un fanatismo, di un istinto, di una passione perché in questi casi la fiamma accesa dalla dedizione o dal sacrificio nella sostanza di vita varrebbe solo ad alimentare gli enti che già hanno agito attraverso quelle disposizioni dell'anima.
Quanto all'insegnamento dei Misteri antichi, ricordato da « Ea », secondo il quale un delinquente, se iniziato, gode nei riguardi dell'aldilà di un destino privilegiato mentre anche un Epaminonda o un Agesilao, se non iniziati, hanno la stessa sorte di un qualsiasi mortale, esso, in via di principio, è ineccepibile e non ha carattere paradossale per chi intenda l'iniziazione come essa deve esser intesa, cioè come una reale trasformazione di natura non avente riguardo, nella sua oggettività, per valori e non-valori a carattere umano.
Ciò non impedisce però che l'iniziazione abbia le sue condizioni. Richiede, di massima, una « materia » opportunamente preparata per accoglierla e svilupparne i benefici. Se queste condizioni, di nuovo, non sono necessariamente legate a ciò che, secondo le varie convenzioni degli uomini e le varie situazioni storiche, viene giudicato come « merito » e « demerito », « bene » e « male », è però possibile un apprezzamento esoterico degli effetti sottili oggettivi di determinate discipline e di determinati modi di vita ai fini di tale preparazione. Può darsi che un delinquente sia iniziabile e che un uomo moralissimo non lo sia, con gli effetti corrispondenti. Ma a ciò vi saranno sempre delle ragioni. Applicato indiscriminatamente, il potere dell'iniziazione o non avrebbe presa, o potrebbe agire in modo negativo, distorto o addirittura distruttivo sul soggetto non qualificato.
La questione sulla « legge degli enti » impostata da « Iagla » ha un carattere complesso. Di fatto, varie tradizioni sembra abbiano professato, in modo diretto o indiretto, il principio della ineluttabilità della legge di azione e reazione. Su tale principio si basa, ad esempio, tutto un ordine di riti sacrificali, i sacrifici espiatori, con la veduta assai diffusa della reversibilità dell'espiazione (espiazione vicaria - l'innocente che può espiare al luogo del colpevole). In effetti, una legge del genere vige in un certo ambito del mondo manifestato; e si deve rilevare che (cosa significativa) la concezione-base dello stesso cristianesimo non sembra elevarsi di là da tale ambito. Infatti non si capisce che ragione avrebbe avuto Dio di sacrificare suo figlio (dando occasione agli uomini, fra l'altro, di commettere una nuova orrenda colpa) per riscattare gli uomini stessi dal peccato, anziché semplicemente perdonare ed annullare questo peccato con un atto di potenza - non si capisce ciò, che presupponendo una legge di remissione più forte di Dio stesso. Singolare è che tuttavia si vuole opporre il cristianesimo al giudaesimo come « religione della grazia » a « religione della legge ». Ora, se non si presuppone quella legge, la situazione appare così assurda come se un re, volendo risparmiare ad un colpevole (Adamo) il castigo che merita la sua colpa, e graziarlo, non lo potesse, se non facendo subire quel castigo a suo figlio (Cristo). Questa obiezione i Romani non mancarono di avanzarla contro i cristiani.
Limitandoci agli aspetti pratici del problema, si può precisare quanto segue:
Per quel che riguarda il problema individuale, la necessità che cause create si « scarichino » fino al loro esaurirsi, è generalmente riconosciuta. Esiste però anche un piano sovraordinato, con riferimento al quale vien detto che « il fuoco della conoscenza brucia il corpo karmico », questo corpo equivalendo al veicolo che racchiude le cause potenziali non esaurite, di cui si è detto. La cosa è evidente, perché la « conoscenza » qui equivale alla realizzazione del supremo principio, quindi a ciò stesso che condiziona e sorregge l'intera concatenazione delle cause.
Passando al campo magico operativo, gli effetti a rimbalzo dei colpi parati intervengono necessariamente nel caso di chi in quel campo si avventuri con azioni soltanto interiori. Nella magia cerimoniale sono contemplate invece misure varie per deviare opportunamente le eventuali scariche. Si sa del resto dell'episodio evangelico con gli ossessi e i maiali; quando una reazione dovesse esser avviata in direzioni consimili, bisognerebbe avere una forma addirittura patologica di sensitività, ignota perfino a Gesù, maestro di compassione, per sentire, nel riguardo, una responsabilità.
Quando infine si tratta di reazioni destate non da interventi magici operativi ma dalla pura volontà di tenersi in piedi e di andare avanti sulla via iniziatica, è conosciuto un mezzo: l'uso iniziatico del principio di non resistere al male (2). E’, legge naturale che una reazione e un rimbalzo avvengano quando una forza incontra una resistenza. Se si crea invece un atteggiamento interno tale che la forza non incontri in noi qualcosa di rigido, ma qualcosa di simile all'aria, essa non troverà più presa e, al massimo, turbinerà su sè stessa. La tecnica consiste allora nell'aspettare il momento in cui è possibile riaffermarsi sulla forza, cui si è lasciata aperta la porta, e a poco a poco assorbirla e trasformarla in sè. Talvolta ciò equivale ad offrire sè stessi per una specie di azione sacrificale, traendone però un effetto positivo, una elevazione e una maggiore forza.
Può rilevarsi che non diversa tecnica viene usata in certe scuole nei riguardi di passioni che tendono a travolgere l'anima.


(1) Così è per es. detto nella tradizione islamica che coloro che muoiono nel jibad, nella « guerra santa », effettivamente non sono morti.
(2) Vi si accenna nel libro del MEYRINK, Il domenicano bianco, ed anche in quello di A. BLACKWOOD, jObn Silence (entrambi tradotti in italiano per le edizioni Bocca). Ecco il passo del Blackwood: « Una forza entrò nel mio essere, scuotendolo come una foglia... Fu il punto decisivo, quando l'ente raggiunse la profondità della sua potenza. Poi lentamente, risolutamente egli (l'operatore) riguadagnò la superficie... Cominciò a respirare profondamente e regolarmente e ad assorbire in sé la forza op« posta volgendola a suo vantaggio. Cessando di resistere e per« mettendo che la corrente mortale si riversasse tutta dentro di lui
• senza incontrare ostacoli, si valse della stessa forza fornita dalla sua avversaria per accrescere cosí smisuratamente la propria... Questa alchimia spirituale egli l'aveva imparata. Sapeva che la forza alla fin fine è una sola e sempre la stessa... che, sempre che non avesse perduto la padronanza di sè, era possibile assorbire quella radiazione malvagia e trasformarla magicamente ».

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