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Frasi più lette di Emil Cioran, Indro Montanelli, Alda Merini, Cesare Pavese


Trovate 154 aforismi di Emil Cioran
Poi 386 riflessioni di Indro Montanelli
532 pensieri di Alda Merini
Infine 233 di Cesare Pavese


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Frasi di Emil Cioran
1. Quando si sa che ogni problema è un falso problema si è pericolosamente vicini alla salvezza.

2. La conversazione è feconda soltanto fra spiriti dediti a consolidare le loro perplessità.

3. Dio: una malattia dalla quale immaginiamo di essere stati curati perché nessuno ai nostri giorni ne
rimane vittima.

4. Nei momenti critici una sigaretta porta più sollievo che i vangeli.

5. Il male, al contrario del bene, ha il duplice privilegio di essere affascinante e contagioso.

6. Ammettendo l'uomo, la natura ha commesso molto più di un errore di calcolo: un attentato a se stessa.

7. L'unico modo di conservare la propria solitudine è di offendere tutti; prima di tutti coloro che si ama.

8. Colui che avendo frequentato gli uomini si fa ancora delle illusioni sul loro conto, dovrebbe essere
condannato alla reincarnazione.

9. Un tempo, davanti a un morto, mi chiedevo: "A che gli è servito nascere?". Ora mi faccio la stessa
domanda davanti a ogni vivo.

10. Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per
quello di vomitarlo.

11. Soltanto chi non ha approfondito nulla può avere delle convinzioni.

12. La timidezza fonte inesauribile di disgrazie nella vita pratica, è la causa diretta, anzi unica, di ogni
ricchezza interiore.

13. Quando al risveglio si ha la luna per traverso è inevitabile che si approdi a qualche atroce scoperta,
anche solamente osservandosi.

14. Tutto è nulla, anche la coscienza del nulla.

15. Come ogni altra cosa umana, anche la politica non si compie che sulla propria rovina.

16. Al contrario di Giobbe, non ho maledetto il giorno della mia nascita. Ma in compenso ho colmato di
maledizioni tutti gli altri giorni.

17. Anche quando disertano l'inferno, gli uomini lo fanno solo per ricostruirlo altrove.
18. Chi non ha sofferto non è un essere: tutt'al più un individuo.

19. È vero non faccio nulla. Ma vedo passare le ore, che è molto meglio che tentare di riempirle.

20. Il fatto che la vita non ha un significato è una ragione per vivere, l'unica in grado di darle un senso.

21. Il progresso è l'ingiustizia che ogni generazione commette con il consenso dei propri predecessori.

22. Il tormento, per alcuni, è una necessità, un bisogno, un appetito, un compiacimento.

23. L'uomo deve vincere se stesso, deve farsi violenza, per compiere la più piccola azione esente dal male.

24. La coscienza è molto più che la spina, è il pugnale nella carne.

25. La speranza è la forma normale del delirio.

26. La vera vertigine è l'assenza della follia.

27. Nessuno guarisce dalla malattia dell'essere nato, una ferita mortale se mai ce n'è stata una.

28. Niente rende modesti, neppure la vista di un cadavere.

29. Noi deriviamo la nostra vitalità dal magazzino della pazzia.

30. Non c'è modo di provare che è preferibile essere al non essere.

31. Ogni pensiero deriva da una sensazione frustrata.

32. Onan, Sade, Masoch, che uomini fortunati! Poiché né i loro nomi né le loro scoperte saranno mai fuori
moda.

33. Parlare e silenzio. Ci sentiamo più al sicuro con una signora che parla piuttosto che con una che non
apre la sua bocca.

34. Per non aver saputo celebrare l'aborto e legalizzare il cannibalismo, le società moderne dovranno
risolvere le loro difficoltà adottando procedimenti ben più sbrigativi.

35. Quando siamo nati abbiamo perso quanto perderemo con la morte: tutto.

36. Quando un solo cane si mette ad abbaiare a un'ombra, diecimila cani ne fanno una realtà.

37. Quello che so a sessant'anni lo sapevo anche a venti. Quindi quarant'anni di una lunga, evitabile
verifica.
38. Se la morte non fosse una forma di soluzione, i viventi avrebbero già trovato un modo qualsiasi di
aggirarla.

39. Se Noè avesse avuto il dono di leggere il futuro sicuramente avrebbe affondato la sua barca.

40. Se potessimo vederci con gli occhi degli altri scompariremmo all'istante.

41. Senza la possibilità del suicidio avrei potuto uccidermi molto tempo fa.

42. Si resta schiavi finché non si è guariti dalla mania di sperare.

43. Si vive nel falso fino a che non si è sofferto. Ma quando si comincia a soffrire si entra nel vero soltanto
per rimpiangere il falso.

44. Tutto ciò che può essere di buono in noi proviene dalla nostra pigrizia, dalla nostra incapacità d'agire e
di eseguire i nostri piani.

45. Un monologo il cui contenuto si riduce a una sfilata di oggetti. Questo è il romanzo contemporaneo.

46. Un uomo che si rispetti non ha patria.

47. Una civiltà è distrutta solo quando i suoi dei sono distrutti.

48. Una sensazione deve essere caduta molto in basso per accettare di trasformarsi in un'idea.

49. Alla minima contrarietà, e a maggior ragione al minimo dispiacere, bisogna precipitarsi nel cimitero
più vicino, dispensatore immediato di una calma che si cercherebbe invano altrove. Un rimedio miracoloso,
per una volta.

50. Ciò che non è straziante è superfluo, almeno in musica.

51. Di tutto ciò che si prova, niente dà tanto l'impressione di essere al cuore stesso del vero quanto gli
accessi di disperazione senza ragione: a paragone, tutto sembra frivolo, sofisticato, privo di sostanza e
d'interesse.

52. Divorare una biografia dopo l'altra per persuadersi meglio dell'inutilità di qualsiasi impresa, di
qualunque destino.

53. È l'umanità tarata a costituire la materia della letteratura. Lo scrittore si rallegra della perversione di
Adamo e prospera solo in quanto ciascuno di noi la assume e la rinnova.

54. La conversazione con lui era convenzionale come quella con un agonizzante.

55. La meditazione è uno stato di veglia mantenuto per via di un'oscura turba, che è insieme devastazione e
benedizione.
56. La musica esiste solo fintantoché dura l'ascolto, come Dio finché dura l'estasi. L'arte suprema e l'essere
supremo hanno questo in comune: dipendono interamente da noi.

57. Non è grazie al genio ma grazie alla sofferenza, e solo grazie ad essa, che smettiamo di essere
marionette.

58. Perdere il sonno e cambiare lingua. Due prove, l'una indipendente da sé stessi, l'altra deliberata. Da
soli, faccia a faccia con le notti e con le parole.

59. Più si è sofferto, meno si rivendica. Protestare è segno che non si è attraversato alcun inferno.

60. Pubblicare un libro comporta lo stesso genere di noie di un matrimonio o di un funerale.

61. Quale sollievo gettare nella pattumiera un manoscritto, testimone di una recrudescenza di febbre, di
frenesia costante!

62. Se obbedissi al primo impulso passerei le giornate a scrivere lettere di ingiurie e di addio.

63. Si insiste sulle malattie della volontà e si dimentica che la volontà come tale è sospetta, e che non è
normale volere.

64. Sono talmente appagato dalla solitudine che il minimo appuntamento è per me una crocifissione.

65. Un silenzio improvviso nel mezzo di una conversazione ci riporta d'un tratto all'essenziale: ci rivela a
quale prezzo dobbiamo pagare l'invenzione della parola.

66. Chiunque non sia morto giovane merita di morire.

67. È semplice chiacchiera ogni conversazione con chi non ha sofferto.

68. Forse la follia è soltanto un dispiacere che abbia smesso di evolversi.

69. La differenza fra il teorico della fede e il credente è grande quanto quella fra lo psichiatra e il matto.

70. La dolcezza di prima della nascita, la luce della pura anteriorità.

71. La felicità spinge al suicidio quanto l'infelicità, anzi ancora di più perché amorfa, improbabile, esige
uno sforzo di adattamento estenuante, mentre l'infelicità offre la sicurezza e il rigore del rito.

72. La sola funzione della memoria è di aiutarci a rimpiangere.

73. La sorte di chi si è ribellato troppo è di non aver più energie se non per la delusione.
74. L'uomo non fu creato per rimanere inchiodato a una sedia. Ma forse non meritava di meglio.

75. Nella divinità è più importante ritrovare i nostri vizi che le nostre virtù.

76. Ogni inizio di idea corrisponde a un'impercettibile lesione della mente.

77. Se si eccettuano alcuni casi aberranti, l'uomo non è propenso al bene: quale dio ve lo spingerebbe?

78. Si crede veramente fino a quando non si sa chi implorare. Una religione è viva solo prima
dell'elaborazione delle sue preghiere.

79. Siamo stati felici soltanto nelle epoche in cui, avidi di annientamento, con entusiasmo accettavamo il
nostro niente.

80. Siamo tutti in fondo a un inferno, dove ogni attimo è un miracolo.

81. Tutto ha l'aria di esistere, e non c'è niente che esista.

82. «Da quando sono al mondo» – quel da quando mi pare gravato di un significato così spaventoso da
diventare insostenibile.

83. A differenza di Giobbe non ho maledetto il giorno della mia nascita; gli altri giorni, in compenso, li ho
coperti tutti di anatemi.

84. Aspirare, nel più profondo di sé, a essere tanto spossessati, tanto miserabili quanto lo è Dio.

85. Aver commesso tutti i crimini, tranne quello di essere padre.

86. Bisogno fisico di disonore. Mi sarebbe piaciuto essere figlio di boia.

87. C'è un dio al principio, se non alla fine, di ogni gioia.

88. Che misera cosa una sensazione! L'estasi stessa non è, forse, niente di più.

89. Ci ripugna, certo, considerare la nascita un flagello: non ci è stato forse inculcato che era il bene
supremo, che il peggio era posto alla fine e non all'inizio della nostra traiettoria? Il male, il vero male, è
però dietro, non davanti a noi. E quanto è sfuggito al Cristo, è quanto ha invece colto il Buddha: «Se tre
cose non esistessero al mondo, o discepoli, il Perfetto non apparirebbe nel mondo...». E, alla vecchiezza e
alla morte, antepone il fatto di nascere, fonte di tutte le infermità e di tutti i disastri.

90. Ciò di cui non possiamo più impietosirci non conta e non esiste più. Si capisce perché il nostro passato
cessi così presto di appartenerci per prendere forma di storia: di qualcosa che non riguarda più nessuno.

91. Con che diritto vi mettete a pregare per me? Non ho bisogno di intercessori, me la caverò da solo. Da
parte di un miserabile forse lo accetterei, ma da nessun altro, foss'anche un santo. Non posso tollerare che
ci si preoccupi della mia salvezza. Poiché la pavento e la fuggo, che indiscrezione le vostre preghiere!
Orientatele altrove; ad ogni modo, non siamo al servizio degli stessi dèi. Se i miei sono impotenti, ho tutte le
ragioni di credere che i vostri non lo siano meno. Anche supponendo che siano quali voi li immaginate,
mancherebbe comunque loro il potere di guarirmi da un orrore più antico della mia memoria.

92. Di norma, gli uomini aspettano la delusione: sanno che non devono spazientirsi, che presto o tardi
verrà, che accorderà loro la dilazione necessaria perché possano dedicarsi alle occupazioni del momento.
Diverso è il caso del disingannato: per lui la delusione sopraggiunge contemporaneamente all'atto; non ha
bisogno di spiarne l'arrivo, essa è presente. Affrancandosi dalla successione, egli ha divorato il possibile e
reso superfluo il futuro. «Non posso incontrarvi nel vostro futuro» dice agli altri. «Non abbiamo un solo
istante che ci sia comune». Perché per lui l'insieme del futuro è già qui.

93. Di solito sono così sicuro che tutto sia privo di consistenza, di fondamento, di giustificazione, che chi
osasse contraddirmi, foss'anche l'uomo che stimo di più, mi apparirebbe come un ciarlatano o un
rimbambito.

94. Disfare, de-creare, è il solo compito che l'uomo possa assegnarsi, se aspira, come tutto lascia supporre,
a distinguersi dal Creatore.

95. Esiste una conoscenza che toglie peso e portata a quello che si fa. E per la quale tutto è privo di
fondamento tranne essa medesima. Pura al punto da aborrire perfino l'idea di oggetto, traduce quel sapere
estremo secondo il quale fare o non fare un atto è la stessa cosa, e a cui si associa una soddisfazione
altrettanto estrema: il poter ripetere, a ogni incontro, che nessuno dei gesti da noi compiuti merita la nostra
adesione, che niente è avvalorato da una qualche traccia di sostanza, che la «realtà» è dell'ordine
dell'insensato. Una tale conoscenza meriterebbe di essere definita postuma: opera infatti come se chi
conosce fosse vivo e non vivo, essere e memoria di essere. «È già passato» dice costui di tutto ciò che
compie, nell'istante stesso dell'atto, che viene così destituito per sempre di presente.

96. Essere in vita – improvvisamente sono colpito dalla stranezza di questa espressione, come se essa non si
applicasse a nessuno.

97. Fin dall'infanzia percepivo lo scorrere delle ore indipendente da ogni riferimento, da ogni atto e da ogni
evento, la disgiunzione del tempo da ciò che tempo non era, la sua esistenza autonoma, il suo statuto
singolare, il suo imperio, la sua tirannia. Ricordo con estrema chiarezza quel pomeriggio in cui, per la
prima volta, di fronte all'universo vacante, non ero più che fuga di istanti ribelli ad adempiere ancora la
loro particolare funzione. Il tempo si separava dall'essere a mie spese.

98. Giorni miracolosamente colpiti da sterilità. Invece di rallegrarmene, di gridare vittoria, di convertire
quell'aridità in festa, di vederli come un punto d'arrivo e come una prova della mia maturità, insomma del
mio distacco, mi lascio pervadere dalla stizza e dal cattivo umore: tanto è tenace in noi il vecchio uomo, la
canaglia smaniosa incapace di scomparire.

99. Il vero contatto fra gli esseri si stabilisce solo con la presenza muta, con l'apparente non-
comunicazione, con lo scambio misterioso e senza parole che assomiglia alla preghiera interiore.

100. Insorgere contro l'ereditarietà è insorgere contro miliardi di anni, contro la prima cellula.
101. La mia facoltà di essere deluso oltrepassa l'intendimento. Essa, che mi fa capire il Buddha, è la
medesima che mi impedisce di seguirlo.

102. La prova migliore di quanto l'umanità stia regredendo è l'impossibilità di trovare un solo popolo, una
sola tribù, in cui la nascita provochi ancora lutto e lamenti.

103. La vera, unica sfortuna: quella di venire alla luce. Risale all'aggressività, al principio di espansione e
di rabbia annidato nelle origini, allo slancio verso il peggio che le squassò.

104. Le notti in cui abbiamo dormito è come se non fossero mai esistite. Restano nella memoria solo quelle
in cui non abbiamo chiuso occhio: notte vuol dire notte insonne.

105. Le tre del mattino. Percepisco questo secondo, e poi quest'altro, faccio il bilancio di ogni minuto.
Perché tutto questo? – Perché sono nato. È da un tipo speciale di veglia che deriva la messa in discussione
della nascita.

106. Mentre agiamo abbiamo uno scopo; ma l'azione, una volta conclusa, non ha per noi maggiore realtà
dello scopo che perseguivamo. Non c'era dunque nulla di veramente consistente in tutto ciò, era solo gioco.
Ma ci sono alcuni che hanno coscienza di questo gioco durante l'azione stessa: vivono la conclusione nelle
premesse, il realizzato nel virtuale, minano la serietà con il fatto stesso di esistere.

107. Mi piacerebbe essere libero, perdutamente libero. Libero come un nato morto.

108. Mi svincolo dalle apparenze e ciò nondimeno vi rimango impastoiato; o meglio: sono a mezza strada
fra quelle apparenze e questa cosa che le infirma, questa cosa che non ha né nome né contenuto, questa
cosa che è niente ed è tutto. Il passo decisivo fuori dalle apparenze non lo farò mai. La mia natura mi
obbliga a ondeggiare, a perpetuarmi nell'equivoco, e se tentassi di decidere in un senso o nell'altro perirei
della mia stessa salvezza.

109. Noi non corriamo, verso la morte, fuggiamo la catastrofe della nascita, ci affanniamo, superstiti che
cercano di dimenticarla. La paura della morte è solo la proiezione nel futuro di una paura che risale al
nostro primo istante.

110. Non bisogna costringersi a un'opera, bisogna solo dire qualcosa che si possa bisbigliare all'orecchio
di un ubriaco o di un morente.

111. Non faccio niente, d'accordo. Ma vedo passare le ore. E questo è meglio che cercare di riempirle.

112. Non sono mai a mio agio nell'immediato, mi seduce solo quello che mi precede, quello che mi
allontana da qui, gli istanti innumerabili in cui non fui: il non-nato.

113. Occorre pure una visione di ricambio, quando quella del Giudizio non accontenta più nessuno.

114. Ogni volta che le cose non vanno e ho pietà del mio cervello, sono colto da una voglia irresistibile di
proclamare. Proprio allora intuisco da quali baratri i meschini sorgano riformatori, profeti e salvatori.
115. Quando due persone si rivedono dopo molti anni dovrebbero sedersi l'una di fronte all'altra e non dirsi
niente per ore ed ore, affinché con il favore del silenzio la costernazione possa assaporare se stessa.

116. Quando si scorge la fine nel principio si va più in fretta del tempo. L'illuminazione, delusione
folgorante, dispensa una certezza che trasforma il disingannato in liberato.

117. Rari sono i giorni in cui, proiettato nella post-storia, io non assista all'ilarità degli dèi al termine
dell'episodio umano.

118. Se la morte avesse solo lati negativi, morire sarebbe un atto impraticabile.

119. Se tanta ambiguità e tanto turbamento sono parte integrante della lucidità, è perché essa è il risultato
del cattivo uso che abbiamo fatto delle nostre veglie.

120. Si può sopportare qualsiasi verità, per quanto distruttrice sia, purché surroghi tutto, e abbia la stessa
vitalità della speranza alla quale si è sostituita.

121. So che la mia nascita è un caso, un incidente risibile, eppure, appena mi lascio andare, mi comporto
come se fosse un evento capitale, indispensabile al funzionamento e all'equilibrio del mondo.

122. Sono attratto dalla filosofia indù, il cui proposito essenziale è il superamento dell'io; eppure tutto
quello che faccio e tutto quello che penso è solo io e disgrazie dell'io.

123. Su quella costa normanna, a un'ora così mattutina, non avevo bisogno di nessuno. La presenza dei
gabbiani mi disturbava: li feci fuggire a sassate. E udendo i loro gridi, di uno stridore soprannaturale, capii
che proprio quello mi occorreva, che solo il sinistro poteva calmarmi, e che proprio per incontrarlo mi ero
alzato prima dell'alba.

124. Trasportandoci al di qua del nostro passato, l'ossessione della nascita ci fa perdere il gusto del futuro,
del presente, e del passato stesso.

125. Tutto è; niente è. L'una e l'altra formula arrecano uguale serenità. L'ansioso, per sua disgrazia,
rimane a mezza strada, tremebondo e perplesso, sempre alla mercé di una sfumatura, incapace di insediarsi
nella sicurezza dell'essere o dell'assenza di essere.

126. Un'idea, un essere, qualsiasi cosa si incarni perde il suo volto, tende al grottesco. Frustrazione del
compimento. Non evadere mai dal possibile, lasciarsi andare, da eterno velleitario, dimenticare di nascere.

127. Abbiamo perduto l'arte di suicidarci a sangue freddo.

128. Appena adolescente, la prospettiva della morte mi gettava nell'angoscia; per sfuggirvi mi precipitavo
al bordello o invocavo gli angeli. Ma con l'età ci si abitua ai propri terrori, non si fa più niente per
liberarsene, ci si imborghesisce nell'Abisso. E se ci fu un tempo in cui invidiavo quei monaci egiziani che
scavavano le loro tombe per versarvi lacrime, oggi scaverei la mia per non lasciarvi cadere altro che
cicche.
129. All'interno di ogni desiderio lottano un monaco e un macellaio.

130. Che lo vogliamo o no, siamo tutti psicoanalisti, amanti dei misteri del cuore e della mutanda,
palombari degli orrori.

131. Chi si uccide per una puttana fa un'esperienza più completa e più profonda dell'eroe che mette a
soqquadro il mondo.

132. Dopo le metafore, la farmacia. Così si sgretolano i grandi sentimenti.

133. In un mondo senza malinconia gli usignoli si metterebbero a ruttare.

134. La carne è incompatibile con la carità: l'orgasmo trasformerebbe un santo in lupo.

135. Quando la feccia sposa un mito, preparatevi a un massacro o, peggio ancora, a una nuova religione.

136. Signore, abbi pietà del mio sangue, della mia anemia in fiamme!

137. Solo le nature erotiche sacrificano alla noia, deluse in anticipo dall'amore.

138. Soltanto le passioni simulate, i deliri finti hanno qualcosa a che fare con lo spirito, e con il rispetto di
noi stessi; i sentimenti sinceri presuppongono una mancanza di riguardo verso di sé.

139. Tante volte mi ha fatto morire la mia avidità di agonie che mi sembra indecente abusare ancora di un
cadavere dal quale non posso ricavare più niente.

140. Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché si ha voglia di dire qualcosa.

141. Piante e bestie recano i segni della salvezza come l'uomo quelli della perdizione. Questo è vero per
ciascuno di noi, per l'intera specie, accecata e vinta dall'esplosione dell'Incurabile.

142. Un neonato, questo cranio nudo, questa calvizie originaria, questa scimmia infima che ha soggiornato
per mesi in una latrina e che fra poco dimenticando le sue origini, sputerà sulle galassie.

143. La vera eleganza morale consiste nell'arte di travestire le proprie vittorie da sconfitte.

144. Per alcuni la felicità è una sensazione cosi insolita che appena la provano, si allarmano e
s'interrogano su questo nuovo stato; nulla di simile nel loro passato: è la prima volta che si avventurano
fuori della sicurezza del peggio.

145. Ce l'ho col nostro secolo per averci soggiogati fino al punto di ossessionarci anche quando ce ne
distacchiamo.

146. Poiché la sfera della coscienza si restringe nell'azione, chi agisce non può pretendere all'universale:
l'agire è un aggrapparsi alle proprietà dell'essere a detrimento dell'essere, a una forma di realtà a scapito
della realtà.

147. Respiriamo troppo velocemente per poter cogliere le cose in se stesse o denunciarne la fragilità.

148. Come si puo essere Rumeno? A questa domanda potevo rispondere soltanto con una incessante
mortificazione. Odiando i miei, il mio paese, i suoi contadini fuori del tempo, irretiti dal loro torpore e come
sprizzanti ebetudine, arrossivo d'esserne l'erede, li rinnegavo, mi ritraevo dalla loro sub-eternità, dalle loro
certezze di larve pietrificate, dalle loro fantasticherie geologiche.

149. L'idea di poter abbandonare lo spettacolo della vita quando si vuole è esaltante, perché permette di
sopportare qualsiasi cosa.

150. Il pessimista deve inventarsi ogni giorno nuove ragioni di esistere: è una vittima del "senso" della vita.

151. Sebbene io abbia della vita una concezione tetra, ho sempre nutrito un grande amore per l'esistenza,
un amore talmente grande da convertirsi in negazione della vita, perché non possedevo i mezzi per
soddisfare la mia voglia di vivere.

152. Il miglior mezzo per sbarazzarsi di un nemico è dirne bene ovunque. Glielo riferiranno, e lui non avrà
più la forza di nuocervi: avete spezzato la sua molla... Sarà sempre in guerra contro di voi ma senza vigore
né costanza, giacché inconsciamente avrà smesso di odiarvi. È vinto, e ignora la propria disfatta.

153. Il ruolo dell'insonnia nella storia: da Caligola a Hitler. L'impossibilità di dormire è causa o
conseguenza della crudeltà? Il tiranno vigila è ciò che propriamente lo definisce.

154. Machiavelli sa troppo bene che un Marco Aurelio è un fenomeno raro, anzi unico, che è un'eccezione di cui è inutile tenere conto. I Tiberio, i Nerone, i Caligola, ecco la materia della storia. Ogni principe
degno di questo nome si avvicina più o meno a loro; ogni principe che conosca il proprio mestiere è un
mostro dichiarato o attenuato e corretto.


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Frasi di Indro Montanelli
1. È pericoloso porre in modo sbagliato questioni sostanzialmente giuste.

2. Non ho paura della morte, ma di morire.

3. La servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi.

4. Il manuale dal titolo: 'Della donna non si butta via niente. Con 21 ricette per cucinarla' suggerisce un
approccio inusuale con le donne. Un'idea originale, non v'è dubbio. Peccato che il problema con le donne,
non sia cucinarle. Ma digerirle.

5. Sempre più si diffonde sulla nostra stampa il brutto vezzo di chiamare Andreotti col nome di Belzebù.
Piantiamola. Belzebù potrebbe anche darci querela.

6. Un giorno dissi al cardinal Martini: ma non si può scomunicare la televisione, non si possono mandare
al rogo un po' di quelli che la fanno?

7. Anche quando avremo messo a posto tutte le regole, ne mancherà sempre una: quella che dall'interno
della sua coscienza fa obbligo a ogni cittadino di regolarsi secondo le regole.

8. Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente.

9. La corruzione comincia con un piatto di pasta.

10. I nostri uomini politici non fanno che chiederci a ogni scadenza di legislatura un atto di fiducia. Ma qui
la fiducia non basta: ci vuole l'atto di fede.

11. Noi l'Italia la vediamo realisticamente qual è: non un vivaio di poeti, di santi e di navigatori, ma una
mantenuta costosa e scostumata: ma è la sola che riesce a riscaldare il nostro letto e a farci sentire uomini,
anche se cornuti.

12. In Italia non c'è una coscienza civile, non c'è un'identità nazionale che tenga insieme uno Stato federale
e garantisca la civile convivenza delle sue parti. Invece io vedo solo nell'Italia Cisalpina qualche barlume di
coscienza civile e una vocazione europea. Altrove, invece, è un disastro difficile, se non impossibile, da
rimediare. Spero proprio di sbagliarmi.

13. Forse uno dei guai dell'Italia è proprio questo, di avere per capitale una città sproporzionata per nome
e per storia, alla modestia di un Popolo che quando grida "forza Roma" allude solo ad una squadra di
calcio.

14. Posso solo dire che l'Italia del Cattaneo è quella che conserva qualche probabilità di salvarsi da questo
degrado politico, culturale, morale, economico. E l'Italia del Cattaneo è quella Cisalpina. A nord del Po, e
forse anche in Emilia, esistono tracce di coscienza civile e anche di classi dirigenti sane. Poi c'è un'Italia
centrale, quella toscana e umbra e marchigiana, che conserva le sue peculiarità, i suoi caratteri spiccati
che affondano le radici nell'Italia comunale e rinascimentale. Il resto è un disastro che non saprei come
salvare. Del resto Cattaneo ci tentò, andò a Napoli e resistette qualche giorno. Poi si arrese e se ne tornò
nella sua Lugano, nella sua Svizzera.

15. Se un articolo di giornale contiene due idee, una è di troppo.

16. L'unica grande rivoluzione avvenuta nel nostro mondo occidentale è quella di Cristo il quale dette
all'uomo la consapevolezza del Bene e del Male, e quindi il senso del peccato e del rimorso. In confronto a
questa tutte le altre rivoluzioni compresa quella francese e quella russa fanno ridere.

17. Se siamo fatti in un certo modo è perché il Risorgimento ci fece in un certo modo.

18. A me Grillo piace. Lo considero il più efficace comico in circolazione. Anzi: «comico» non è la parola
giusta. Grillo non è un comico, non è un moralista, non è un predicatore: è tutte queste cose insieme. Nel
panorama dello spettacolo italiano, dove abbonda il bollito misto, è un'eccezione ambulante (e urlante). Lei
ha ragione quando dice che Grillo esagera. Non soltanto esagera; provoca anche, e insulta, e offende. Ma
tutte le categorie di giudizio, con un tipo così, risultano inadeguate. Grillo appartiene ad una specie
animale particolare, formata da un solo esemplare: lui. O lo strozziamo o lo applaudiamo. Io, appena
posso, lo applaudo. Perché i suoi eccessi, a differenza di quelli di Sgarbi, odorano di bucato.

19. A suo tempo imprigionato dagl'israeliani per complicità col terrorismo palestinese, e liberato per
l'intervento del Vaticano con l'impegno di astenersi dalla politica, l'Arcivescovo libanese di Gerusalemme
Hilarion Capucci ha dichiarato in un'intervista all'Europeo che i rivoltosi di Gaza e della Cisgiordania non
ricevono ordini da nessuno: «Li prendono solo da Dio, loro unico leader». Lo abbiamo sempre detto, noi: a
grattare un arabo, anche se cristiano e Monsignore, viene fuori un Ayatollah. Ma forse non c'è neanche
bisogno di grattare.

20. Agnelli ha detto che non siamo nella repubblica delle banane, però qualche banana in Italia c'è, perché
avvengono cose veramente singolari.

21. Al conformismo l'ironia fa più paura d'ogni argomentato ragionamento.

22. [Sull'offerta di Massimo D'Alema a concedere, come «atto dovuto», i funerali di Stato a Bettino Craxi]
Atto dovuto? Ma dovuto a chi? Anche a un latitante quale, dal punto di vista legale, era Craxi? Concedere i
funerali di Stato a un latitante significa sconfessare la giustizia che lo ha condannato. [...] Ma può lo Stato
sconfessare la propria giustizia senza sconfessare se stesso? Mi sembra di vivere in un Paese che di senso
dello Stato ne ha meno di una tribù del Ghana.

23. Berlusconi è una persona intelligente finché riesce a ragionare col suo cervello: il suo cervello è valido.
Ma lui, oltre al cervello, ha le viscere, e molto spesso le viscere prendono la prevalenza sul cervello. E
quando lui si abbandona alle viscere, secondo me, diventa uomo pericoloso.

24. Berlusconi non delude mai: quando ti aspetti che dica una scempiaggine, la dice.
25. Berlusconi ha straordinarie qualità di imprenditore coraggio, fantasia, forza di lavoro che gli hanno
valso il successo in tutti i campi in cui si è cimentato. Una sola cosa non gli riesce di fare, il presidente di
una società di calcio.

26. Berlusconi non ha idee: ha solo interessi.

27. Calvinista a rovescio, invece che nella predestinazione della grazia, credeva in quella della disgrazia.
[Su Aldo Moro]

28. Certo, per un direttore di giornale, avere sottomano un Travaglio, che su qualsiasi protagonista,
comprimario e figurante della vita politica italiana è pronto a fornirti su due piedi una istruttoria rifinita
nel minimo dettaglio è un bel conforto. Ma anche una bella inquietudine. Il giorno in cui gli chiesi se in quel
suo archivio, in cui non consente a nessuno di ficcare il naso, ci fosse anche un fascicolo intitolato al mio
nome, Marco cambiò discorso.

29. Chi di voi vorrà fare il giornalista, si ricordi di scegliere il proprio padrone: il lettore.

30. Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un
furfante. Senza, per carità, allusione a Scalfari. Solo come promemoria.

31. Cosa c'è meglio di Prodi? Governa fra compromessi e imbroglietti. I nostri soci sanno benissimo che
siamo imbroglioni, che sui conti che portiamo all'Europa s'è un po' imbrogliato. Accettano lo stesso, purché
non s'esageri. E Ciampi non esagera, è un economista serio e vero. [...] [Romano Prodi] Con la faccia da
mortadella, l'ottimismo inossidabile e l'eterno sorriso, ci porterà in Europa: ringraziamo Dio, e anche
D'Alema, che ci hanno dato Prodi.

32. Dicono che De Mita sia un'intellettuale della Magna Grecia. Io però non capisco cosa c'entri la Grecia.

33. Grande soldato, grande statista, grande scrittore, grande avventuriero [Giulio Cesare]. E grande
amatore. C'era di tutto. [...] In questa epoca di Mani Pulite Cesare sarebbe rimasto sicuramente
"intangentato". Di tangenti lui ne prese parecchie. Ma a differenza dei mariuoli di oggi era anche un
grande legislatore, un grande generale, un uomo di un'efficienza straordinaria. I nostri sono dei ladri. Ladri
e basta.

34. Gli italiani non si dividono in furbi e in fessi, sono nello stesso tempo tutti furbi e fessi.

35. Gran parte delle forze leghiste, quelle che accennano a qualche razzismo nei confronti del meridionale,
sono composte da meridionali che si sono milanesizzati e ci si trovano talmente bene a Milano che non
vogliono che altri arrivino dal sud.

36. [Su Lucio Battisti] Ho amato molto le sue canzoni e il suo desiderio di vivere appartato.

37. I mariti italiani, per comprar la pelliccia alle mogli, spendono più di tutti i loro colleghi europei.
Poveri, ma pelli.
38. I ricordi vanno messi sotto teca, appesi a una parete e guardati. Senza tentare di rinnovarli. Mai.

39. Il bello dei politologi è che, quando rispondono, uno non capisce più cosa gli aveva domandato.

40. Il fascismo privilegiava i somari in divisa. La democrazia privilegia quelli in tuta. In Italia, i regimi
politici passano. I somari restano. Trionfanti.

41. In Italia a fare la dittatura non è tanto il dittatore quanto la paura degli italiani e una certa smania di
avere, perché è più comodo, un padrone da servire. Lo diceva Mussolini: «Come si fa a non diventare
padroni di un paese di servitori?».

42. In Italia c'è una frangia d'imbecilli tali che credono si possa resuscitare il comunismo. Seppellire il
cadavere del marxismo non è facile, anche perché per molti significa rinnegare l'intera esistenza. Ma certo
Bertinotti non è di questi: lui non sa un corno di marxismo, non gl'importa niente, è un piccolo pagliaccio,
un populista all'italiana che scalda in piazza maree di poveri diavoli e parla ancora delle masse operaie,
che vede solo lui.

43. In Italia si può cambiare soltanto la Costituzione. Il resto rimane com'è.

44. In Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l'intero edificio, basato su tre fondamentali
puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre
istituzioni trovavano la più sicura garanzia.

45. Io non mi sono mai sognato di contestare alla Chiesa il suo diritto a restare fedele a se stessa, cioè ai
comandamenti che le vengono dalla Dottrina... ma che essa pretenda d'imporre questi comandamenti anche
a me che non ho la fortuna di essere un credente, cercando di travasarli nella legge civile in modo che
diventi obbligatorio anche per noi non credenti, è giusto? A me sembra di no.

46. Io il giornale urlato non è che non glielo voglio dare, non lo so fare! La clava non è nel mio
armamentario! Non lo posso fare e non credo che sia un buon segno di civiltà politica l'uso della clava.

47. Io non sono napoletano, ma di fronte a Peppino, non so come, mi capita sempre di diventarlo.

48. Io non voglio soffrire, io non ho della sofferenza un'idea cristiana. Ci dicono che la sofferenza eleva lo
spirito; no la sofferenza è una cosa che fa male e basta, non eleva niente. E quindi io ho paura della
sofferenza. Perché nei confronti della morte, io, che in tutto il resto credo di essere un moderato, sono
assolutamente radicale. Se noi abbiamo un diritto alla vita, abbiamo anche un diritto alla morte. Sta a noi,
deve essere riconosciuto a noi il diritto di scegliere il quando e il come della nostra morte.

49. Kipling diceva: "un italiano, un bel tipo; due italiani, una discussione; tre italiani, tre partiti politici". I
suoi concittadini, invece, li definiva così: "un inglese, un cretino; due inglesi due cretini; tre inglesi, un
popolo". Vorrei avere a che fare con dei cretini che, insieme, facessero un popolo.

50. La cosa curiosa di Caponnetto è che si va a schierare con Orlando che è stato il peggior denigratore di
Falcone. E poi dice che fa l'antimafia, io vorrei sapere i voti a Orlando chi glieli ha dati.
[Corriere della Sera, 21 marzo 1994]

51. La cultura, per un giornalista, è come una puttana: la puoi frequentare ma non devi ostentarla. La
cultura si tiene nel cassetto. Il lettore non va trattato dall'alto in basso, ma preso per mano come un amico e
portato dove vuoi.

52. La cultura si è chiusa nella torre eburnea. Rimane lì, arroccata in sé stessa, perché ha orrore dei
contatti col pubblico, si crede diminuita dai contatti col pubblico. Questa è la cultura italiana. È una
cultura di cretini.

53. La democrazia è sempre, per sua natura e costituzione, il trionfo della mediocrità.

54. La depressione è una malattia democratica: colpisce tutti.

55. La devolution mi preoccupa molto, perché la decomposizione della Jugoslavia cominciò esattamente
così: reclamata e imposta dai due grandi compari Tudjiman e Milosevic che distrussero l'unità del Paese
per restare padroni in casa propria.

56. La guerra contro il brigantaggio, insorto contro lo Stato unitario, costò più morti di tutti quelli del
Risorgimento. Abbiamo sempre vissuto dei falsi: il falso del Risorgimento che assomiglia ben poco a quello
che ci fanno studiare a scuola.

57. La nostra classe politica ha fatto del partito una specie di totem intoccabile e gli ha attribuito tutti i
poteri, con in più un diritto: il diritto di abusarne.

58. Le mie idee sono sempre al vaglio dell'esperienza e l'esperienza mi impone di rivederle continuamente.

59. Mi avvio verso il mio capolinea con l'angoscia di portare con me le cose che ho più amato: il mio paese
e il mio mestiere, temo che non mi sopravviveranno.

60. Nell'arte dell'imprenditoria, tu sei di certo un genio, ed io un coglione. Ma nell'arte della polemica il
genio sono io, e tu il coglione.

[Rivolto a Berlusconi che voleva imporsi sulla linea editoriale de il Giornale]

61. No, Travaglio non uccide nessuno. Col coltello. Usa un'arma molto più raffinata e non perseguibile
penalmente: l'archivio.

62. Non credo alle feste comandate. La memoria dovrebbe essere spontanea. L'unica cosa che si dovrebbe
fare è raccontare veramente e in maniera spassionata ai giovani, che non lo sanno, cosa è stata la Shoah,
senza fare mobilitazioni di folle.

63. Non mi si portino i soliti argomenti astratti, tipo la sacralità della vita: nessuno contesta il diritto di
ognuno a disporre della sua vita, non vedo perché gli si debba contestare il diritto a scegliere la propria
morte.
64. Non sono certo che il grande pubblico sia in grado di capire che Beppe Grillo costituisce la versione
genovese del folletto dispettoso delle fiabe, un incubo esilarante, il rigurgito della nostra cattiva coscienza.
Chissà: forse è meglio che rimanga «off limits», per il suo stesso bene. Anche se mi mancherà.

65. [Su Slobodan Milosevic] Oltre che un despota, lo ritengo anche un satrapo della razza dei Ceausescu,
avido non solo di potere, ma anche di denaro, e credo che la sorte che si merita sia un bel plotone di
esecuzione. Purché composto da serbi, al comando di un serbo, e in esecuzione di una sentenza emessa da
un tribunale serbo e motivata non tanto da generici crimini contro l'umanità, che sono sempre salvo casi di
monumenti all'orrore come l'Olocausto oggetto di discussione e dissensi; ma dal più grande e
imperdonabile delitto di cui Milosevic si è macchiato nei confronti non soltanto dei serbi: la distruzione
della Nazione Jugoslava, che la Monarchia serba aveva fondato dopo la prima guerra mondiale; che il
croato Tito aveva difeso coi denti e restaurato dopo la seconda, dando alla Balcania un esempio e un
puntello di stabilità; e che Milosevic e il suo compare croato Tudjman distrussero per poter restare
ciascuno padrone in casa sua; e sulle cui macerie si scatenarono tutte le violenze (Bosnia, Kosovo) che
hanno insanguinato e continuano a insanguinare quel povero Paese.

66. Pur ricordandovi che la nostra regola è quella di non tener conto delle intemperanze altrui, specie dei
politici, e di dire sempre la verità, tutta la verità, senza partito preso né animosità verso nessuno, vi
autorizzo a comunicare al suddetto signore, se ve ne capita l'occasione, che l'unica «testa» in pericolo di
cadere dopo il 5 aprile non è la vostra ma, casomai, la sua. E potete aggiungere, da parte mia, che non la
considererei una gran perdita.

67. Pertini ha interpretato al meglio il peggio degli italiani.

68. Quando mi viene in mente un bell'aforisma, lo metto in conto a Montesquieu, od a La Rochefoucauld.
Non si sono mai lamentati.

69. Quello che ci ripugna è che, per mettere un controllo all'autorità politica, ci sia bisogno di ricorrere
all'autorità giudiziaria. Cioè che, alla fine, noi avremo le riforme istituzionali non per via politica, ma per
via giudiziaria e processuale. Questo ci allarma anche perché, come avrete ben capito, la mia opinione dei
politici è molto bassa, ma quella dei giudici non è migliore. Perché anche i giudici sono stati corrotti dalla
partitocrazia. Lo dimostra il semplice fatto che molti di loro ostentano la tessera di partito. Un giudice che
ha venduto la propria imparzialità ai partiti è un giudice che, prima di processare gli altri, dovrebbe essere
processato lui e cacciato in galera. Lo so che a dire queste cose si possono avere dei dispiaceri, ma io di
dispiaceri in vita mia ne ho avuti tanti che, uno più o uno meno, non mi fa nessunissimo effetto.

70. Se qualcuno mi chiedesse: "Cosa vorresti che, dopo di te, di te rimanesse?", risponderei senza esitare:
"Questi colloqui".

71. Sfido io che [il Giornale] non va bene come vendite. Non va bene come vendite perché noi siamo ancora
alla macchina Olivetti. Qui non è stato fatto mai nessun investimento ed è stato detto chiaro che gli
investimenti non sarebbero venuti finché io ne fossi il direttore. Questa è la situazione.

72. Siamo un paese cattolico, che nella Provvidenza ci crede o almeno ne è affascinato. Il pericolo è questo:
gli italiani sentendo aria di provvidenza sono sempre pronti a mettersi in fila speranzosi.
73. Sta arrivando l'uomo della provvidenza. E io, in vita mia, di questi personaggi ne ho già conosciuto uno.
Mi è bastato. Per sempre.

74. Una cultura che perde i contatti col pubblico si sterilisce e muore. Questa è la verità. E la nostra
cultura è assolutamente sterile. Noi culturalmente non contiamo più nulla nel mondo. Perché? Perché è
chiusa in sé stessa, la cultura, ha perso i contatti col pubblico, con la vita. Non c'è più. Sono mummie. Non è
più cultura: è mafia.

75. Un generale che, sfiduciato del proprio esercito, credeva che l'unico modo di combattere il nemico fosse
quello di abbracciarlo. [Su Aldo Moro]

76. Un giorno fui convocato a Palazzo Venezia, era il 1932 e avevo 23 anni, perché il duce voleva vedermi.
Ero emozionatissimo, entrai e mi misi sull'attenti, e il duce che faceva finta di scrivere mi lasciò lì per un
quarto d'ora e alla fine mi disse: "Ho letto il vostro articolo sul razzismo (avevo scritto un articolo contro il
razzismo). Bravo, vi elogio. Il razzismo è roba da biondi (non si era accorto che ero biondo), continuate
così. Sei anni dopo fece le leggi razziali. Perché questo era Mussolini, diceva una cosa e ne faceva un'altra,
secondo il vento del momento. Non creava il vento, vi si accodava da buon italiano.

77. [Su Giorgio La Pira] Un pasticcione ben intenzionato che, nel nome del Signore, appoggia le peggiori
cause appellandosi ai migliori sentimenti.

78. [Sul funerale di Leo Longanesi] Al cimitero ci si ritrovò in una decina di persone, non di più. Non ci
furono cerimonie né discorsi. Solo la piccola Virginia, che avrà avuto quattordici anni, mentre la bara di
suo padre calava nella tomba, mormorò: «E dire che gli orfani mi sono sempre stati così antipatici...» Una
frase che sarebbe piaciuta moltissimo a Leo.

79. Carnevale ha dichiarato in un'intervista che la notte non ha bisogno di sonniferi per dormire perché, nei
confronti della Legge, la sua coscienza è apposto. Ci crediamo senz'altro. Ma se si ponesse la stessa
domanda nei confronti della Giustizia, mi domando se i suoi sogni sarebbero altrettanto tranquilli. E ci
rendiamo tuttavia conto che questa domanda non se la porrà mai, e anzi gli sembrerà del tutto stravagante.
Perché, per un magistrato italiano, la Legge con la Giustizia non ha nulla a che fare.

80. Gli uomini non sanno apprezzare e misurare che la fortuna degli altri. La propria, mai.

81. I partiti avevano finalmente messo l'uomo sbagliato al posto sbagliato. De Mita non è senza qualità. Ma
gli facevano interamente difetto le doti di un governo. Lo si era visto quand'era ministro, e concludeva
poco: e quel poco, di solito, sarebbe stato meglio non fosse stato concluso.

82. Certamente Mussolini fu un grossissimo politico, un uomo politico di grandissimo fiuto, di tempismo
formidabile: lo dimostrò la facilità con cui vinse. Forse dovuta per metà alle sue capacità, alla sua bravura
parlo sempre come politico e per metà all'insipienza, alla nullaggine dei suoi avversari, perché è tempo
oramai di dire anche questo. Non c'è dubbio che il potere assoluto guastò completamente Mussolini: il
Mussolini del 1930 non era certamente quello del 1940, il Mussolini di dieci anni dopo l'avvento al potere
era diventato una specie di marionetta, la caricatura di sé stesso. Aveva perso proprio il senso della realtà,
che era stato invece il suo forte da principio, il contatto col pubblico lo aveva perso, il senso della misura, e
lo aveva dimostrato poi con gli errori madornali che ha fatto. Nei primi dieci anni credo che alcune cose
buone le abbia fatte. Non credo che abbia ucciso la democrazia, credo che l'abbia soltanto seppellita
perché era già morta. Da quel poco che ricordo l'Italia era un grosso carnevale, e anche abbastanza
drammatico, perché la situazione interna era addirittura sfasciata: correva sangue, ne correva molto, noi in
Toscana ne sapevamo qualcosa [...]. E quindi non è vero che lui... le democrazie non vengono mai uccise, le
democrazie muoiono. Dopodiché si dà la colpa a chi le seppellisce, ma la verità è che si suicidano, e credo
che la democrazia italiana del '21-22 si sia suicidata. [...] Mussolini capì una cosa fondamentale: che per
piacere agli italiani bisognava dare a ciascuno di essi una piccola fetta di potere col diritto di abusarne, e
questo era il fascismo. Il fascismo aveva creato una gerarchia talmente articolata e complessa che ognuno
aveva dei galloni: il capofabbricato... tutti avevano una piccola fetta di potere, di cui naturalmente ognuno
abusava come è nel carattere degli italiani.

[da Questo secolo, 1982]

83. Io sono convinto che la magistratura debba essere indipendente, però chiedo ed esigo che abbia un
autogoverno di controllo, e che soprattutto risponda dei suoi gesti. Oggi noi abbiamo una magistratura che
non risponde a nessuno dei suoi errori spesso catastrofici, perché hanno distrutto uomini, hanno distrutto
aziende per delle cose che poi si son rilevate insussistenti. Mai un magistrato ha pagato per questo. Io
voglio che i magistrati paghino. Non dico a dei poteri esterni, ma perlomeno al potere a cui viene affidata la
disciplina nella categoria.

[da Mixer, 5 maggio 1985]

84. Io esclusi immediatamente la responsabilità degli anarchici [dalla strage di piazza Fontana] per varie
ragioni: prima di tutto, forse, per una specie di istinto, di intuizione, ma poi perché conosco gli anarchici.
Gli anarchici non è che sono alieni dalla violenza, ma la usano in un altro modo: non sparano mai nel
mucchio, non sparano mai nascondendo la mano. L'anarchico spara al bersaglio, in genere al bersaglio
simbolico del potere, e di fronte. Assume sempre la responsabilità del suo gesto. Quindi, quell'infame
attentato, evidentemente, non era di marca anarchica o anche se era di marca anarchica veniva da
qualcuno che usurpava la qualifica di anarchico, ma che non apparteneva certamente alla vera categoria,
che io ho conosciuto ben diversa e che credo sia ancora ben diversa.

[da La notte della Repubblica, 12 dicembre 1989]

85. La Lega è una cosa sgradevole. Però le Leghe sono un fenomeno di reazione a una provocazione. È la
politica nazionale, che fa nascere le Leghe. Questo non vuol dire che io le approvi. La reazione è sbagliata,
ma provocazione c'è, le degenerazioni della partitocrazia ci sono. Che il pubblico denaro sia male
amministrato e che a farne le spese siano soprattutto i cittadini del Nord non è contestabile.

[da La Stampa, 7 novembre 1990]

86. Ah, quel maledetto Toni Negri, quel maledetto aizzatore dei sentimenti dei giovani che è vigliaccamente
scappato dall'Italia per non affrontare il carcere. Per un Paese non c'è nulla di peggio che i cattivi maestri.
Come punirli? Bisognerebbe impiccarli. Ripeto, impiccarli.

[da L'Italia settimanale, 1995]
87. Tutto questo mi evoca dei ricordi poco simpatici. Era il fascismo che si conduceva così. Era il Fascismo
che proibiva la satira, che in un paese civile e democratico dovrebbe essere assolutamente indenne da
controlli politici; perché la satira non ha niente a che fare con la politica, anche se prende in giro la
politica, ma si sa che è satira. Ed ogni regime serio e democratico accetta la satira, come si accettano le
caricature. Era Mussolini che non le sopportava. E qui pensano: «Ripuliremo la stalla», «Faremo piazza
pulita». Ma questo linguaggio, al signor Fini, chi glielo ispira? Ci ricorda delle cose che avremmo voluto
dimenticare. Questa non è la destra, questo è il manganello. Gli italiani non sanno andare a destra senza
finire nel manganello. [...] Alla RAI faranno piazza pulita, lo hanno già annunziato. Ma come si fa a
definire democratico un partito che annunzia «Quando saremo al potere, noi faremo piazza pulita»? Ma
questo è un linguaggio del peggiore squadrismo, che loro non sanno cosa fu, ma io me lo ricordo. Questo è
il linguaggio con cui [i fascisti] andarono al potere.

[da La settimana di Montanelli, 17 marzo 2001]

88. Io voglio ringraziare Travaglio, perché ha detto l'assoluta e pura verità. Assolutamente. La versione che
ha dato degli avvenimenti è quella esatta. [...] Io ho conosciuto due Berlusconi: il Berlusconi imprenditore
privato che comprò il Giornale e noi fummo felici di venderglielo, perché non sapevamo come andare
avanti su questo patto: tu, Berlusconi, sei il proprietario de il Giornale, io, direttore, sono il padrone del
Giornale, nel senso che la linea politica dipende solo da me. Questo fu il patto fra noi due. Quando
Berlusconi mi annunziò che si buttava in politica, io capii subito quello che stava per succedere. Cercai di
dissuaderlo [...] ma tutto fu inutile. Dal momento in cui lo decise mi disse: «Ora il Giornale deve fare la
politica della mia politica». Ed io gli dissi: «Non ci pensare nemmeno». Allora lui riunì la redazione come
ha raccontato Travaglio e questo lo fece a mia totale insaputa e disse: «D'ora in poi il Giornale farà la
politica della mia politica». E a quel momento me ne andai, cos'altro potevo fare? [...] Nella mia vita ci
sono stati due Berlusconi, completamente opposti [...] questo fa parte del ritratto di Berlusconi. [...] Come
capo politico è quello che io ho conosciuto in quei brutti giorni in cui scorrettamente, nella maniera più
scorretta e più volgare, saltandomi, radunò la redazione de il Giornale per dirgli «Qui si cambia tutto»
all'insaputa del direttore. Se questo sembra a Feltri un modo di procedere democratico e civile, è affar suo.

[Risposta telefonica a Marco Travaglio e Vittorio Feltri durante la trasmissione Il Raggio Verde, 23 marzo
2001]

89. [Silvio Berlusconi] È il bugiardo più sincero che ci sia, è il primo a credere alle proprie menzogne. [...]
È questo che lo rende così pericoloso. Non ha nessun pudore.

[dall'intervista di Sophie Gherardi, L'Europa deve trattare il sig. Berlusconi con sdegno e disprezzo, non
con ostilità, Le Monde, 8 maggio 2001]

90. Spero che l'Europa adotterà nei confronti di Berlusconi l'atteggiamento di indignazione e di disprezzo
che merita.

[dall'intervista di Sophie Gherardi, L'Europa deve trattare il sig. Berlusconi con sdegno e disprezzo, non
con ostilità, Le Monde, 8 maggio 2001]

91. Fu una pulizia etnica, bisognava far fuori gli italiani: allora si chiamarono fascisti e si ammazzarono, e
si buttarono nelle foibe. Questo avvenne dopo la fine della guerra, sia chiaro. Perché gli orrori di guerra,
non dico che siano giustificabili, ma sono comprensibili, la guerra é di per sé stessa un orrore. No, queste...
le foibe furono un'infamia commessa dopo la Liberazione, dopo la fine della guerra, e purtroppo vi hanno
collaborato parecchi comunisti italiani, alcuni dei quali non solo sono ancora a piede libero, pur essendo
vivi, ma ricevono delle pensioni di Stato. Ricevono delle pensioni di Stato. Però io ti posso dire questo: che
come testimone oculare io ho visto anche in Croazia delle cose, da parte degli italiani, su cui è meglio
sorvolare. Perché anche noi le abbiamo commesse, perché la guerra le comporta, questo é fatale, ecco.
Quindi non facciamo tanto i moralisti. [...] No, questo [tesi sloveno-croata sulla pulizia etnico-culturale da
parte degli italiani durante il periodo di occupazione fascista] è assolutamente falso. Pulizie etniche noi non
ne abbiamo mai fatte, in nessun Paese occupato. Quando sento dire che noi facemmo anche la pulizia etnica
in Etiopia, beh vabbè, mi cascano le braccia. Mi cascano le braccia. Quelle son menzogne infami, di gente o
che non sa nulla, o che mente sapendo di mentire. Non è vero. Furono episodi, ma non di pulizia etnica, di
rappresaglie.

[dall'intervista al TG2, Massacri delle foibe, 6 settembre 1996]

92. Lui [Giangiacomo Feltrinelli] fu l'emblema di tutto quanto accadde in quegli anni [Anni della
contestazione]. A differenza della Francia, eravamo un paese da burletta, con una contestazione da burletta
e rivoluzionari da burletta. E Feltrinelli ne fu l'esponente più qualificato.

93. Era il 1940 e a quel tempo Giangi [Giangiacomo Feltrinelli] aveva quattordici anni e seguiva i corsi
scolastici con pessimo profitto. Giangiacomo era un ragazzetto che voleva a tutti i costi cavalcare qualcosa
di rivoluzionario. Non importava il colore. Tanto è vero che il suo sogno fu prima il fascismo e poi Che
Guevara.

94. Negli anni Quaranta lui [Giangiacomo Feltrinelli] era fascista. Era talmente fascista che nel 1943,
dopo l'8 settembre, voleva denunciare sia me che Barzini per alcune cose che avevamo detto contro i
fascisti. Allora pensava di aderire a Salò. La sua dedizione a una causa quale che sia, purché
rivoluzionaria, lo spingeva e questi atti pazzeschi.

95. Generoso? Lo chieda ai suoi collaboratori. [Giangiacomo Feltrinelli] Era una specie di padrone delle
ferriere che spendeva generosamente solo per soddisfare il suo vizio principale: la rivoluzione. Con chi era
in difficoltà non si dimostrò mai particolarmente generoso.

96. [Alla domanda «Perché allora lei è così implacabilmente critico nei suoi riguardi?»] Non ce l'ho
neppure tanto con lui [Giangiacomo Feltrinelli], quanto con tutti coloro che di Feltrinelli hanno fatto un
mito. In realtà era un povero uomo. Un ingenuo divorato dall'esibizionismo.

97. [Alla domanda «Come può ridurre tutto alla convinzione che Giangiacomo Feltrinelli fosse solo un
ingenuo e un esibizionista?»] Anche Starace segnò un decennio della nostra vita. Mica per questo era meno
cretino. Se Feltrinelli sia stato qualcosa di più complesso, io non riesco a vederlo. Posso aggiungere
questo: quella sua mania di ostentazione, quella voglia di primeggiare su tutte le cose lo ha condotto anche
a degli atti di eroismo. Perché uno che sale su un traliccio, con la dinamite che non sa maneggiare e salta
per aria, beh almeno il coraggio gli va riconosciuto. O forse chiamiamola incoscienza.

98. [Il regime corrotto] C'è ancora. Ma la rivolta non era tanto contro la corruzione e la partitocrazia, che
erano senza dubbio un grosso male, ma che non erano il male più letale. In quel momento era proprio la
società che si disfaceva, le condizioni della scuola, la predicazione del nulla, insomma la contestazione
globale, l'ubriacatura degli Anni Settanta, che fu l'ubriacatura del terrorismo, e quella acquiescenza di una
certa borghesia, salottiera, radical chic, che amoreggiava con queste cose, che aveva le smanie
maotsetunghiste, che poi parlavano tutti di cose che non sapevano. La corruzione dei partiti invece è quasi
immanente. La partitocrazia è destinata a durare almeno finché non si riforma la legge elettorale. Ma
questa è la battaglia che noi cerchiamo di fare oggi.

99. [Alla domanda «Ma gli Anni Settanta non hanno anche prodotto qualcosa di positivo nella società
italiana?»] No. Non vedo fatti positivi nel lascito degli anni di piombo. Vorrei sapere veramente quali.
Quando dicono per esempio il divorzio. Ma il divorzio c'era già prima. Quelle sono conquiste sociali. C'era
bisogno dei pistoleros per il divorzio? Ma andiamo!

100. [«Però lei difendeva Pannella»] Sì. A Pannella dobbiamo veramente due cose, malgrado le sue
mattane. Effettivamente riuscì a impedire a una certa aliquota di giovani di finire in braccio al terrorismo,
cioè gli dette un'altra bandiera. E alcune battaglie sue furono sacrosante, come quella del divorzio che
appoggiammo. Poi verso Pannella io ho una certa simpatia, dovuta al mio vecchio fondo anarchico,
libertario, che ritrovo in lui. È una simpatia genetica. Ritrovo in lui quello che io sono stato a vent'anni.

101. [Alla domanda «Ma che fine ha fatto quella borghesia, che fine hanno fatto quei salotti buoni? Le sue
battaglie contro la Crespi o contro la Cederna sono cosa Passata? Sono cambiati loro, oppure è cambiato
lei?»] Vabbè, con la Camilla poi siamo ridiventati amici. Con la Crespi no, mai. Ma non ho più rancori,
non ho più animosità. Però è un mondo che disprezzo un po', perché è un mondo di pecore che seguono
sempre il filo del vento, santoiddio, sono proprio personcine, personcine inconsistenti, pronte ad andare con
chiunque. E poi sempre per salvare i propri interessi, non è che abbiano delle idealità, no? Oggi è cambiato
il vento, quindi sono cambiati anche loro. Ma non è che sia cambiato il mio giudizio. Quel mondo lì io non
lo amo.

102. La crisi rimane e si riflette nell'amministrazione cittadina. L'amministrazione era sempre stata un
autentico specchio. Fino a Bucalossi il Comune di Milano era retto da specchiati galantuomini, che finivano
tutti poveri, in miseria, finivano alla Baggina. Gente davvero di una correttezza esemplare. Poi sono venuti
gli Aniasi e compagni e guardi qui dove siamo arrivati: siamo arrivati a Chiesa.

103. Mi sono dannato l'anima perché il centro avesse un suo candidato. Avrei voluto Locatelli: era la
persona giusta per portare la bandiera referendaria e raccogliere gli elettori moderati. Era quello il mio
sogno.

104. Segni non ha capito nulla, è arrivato in ritardo, ha candidato una persona che nessuno conosce. Non
abbiamo un rappresentante del centro, ma tre surrogati che si elimineranno a vicenda. E ci toccherà
scegliere fra Dalla Chiesa e Formentini.

105. [«Di qui il suo suggerimento: turarsi il naso e votare Lega»] No, non dico "Votiamo Lega", dico
"Votiamo Formentini". E nel suo caso non ci si deve neppure turare il naso: è modesto, anche mediocre se
vogliamo, ma è onesto. Non credo sia marcio. Insomma: è il male minore.

106. [Alla domanda «E Dalla Chiesa?»] No, il mio voto non lo avrà. Perché io non voto per la sinistra e
per un sinistro come quello lì.

107. [Alla domanda «Ma che cosa la preoccupa nella coalizione di Dalla Chiesa?»] Questi reperti di un
mondo fallito vogliono ora governare l'Italia. E io con loro non ci sto. La storia gli ha dato torto, la realtà li
svergogna e noi dovremmo fidarci? E stata l'apertura a sinistra a dare inizio alla putredine.

108. Quella mattina [2 giugno 1977] sono in due nei giardini di piazza Cavour, a Milano. Uno mi spara
alle gambe. L'altro mi tiene nel mirino della sua pistola. I primi due tre proiettili entrano nelle mie lunghe
zampe di pollo. Non devastano né ossa né arterie. Ma sarebbero sufficienti per far cadere a terra qualsiasi
cristiano. In quegli attimi ricordo la promessa che avevo fatto a Mussolini, e a me stesso, quando, bambino,
mi ritrovai intruppato nei balilla: "Se devi morire, muori in piedi!" Davanti a questi vigliacchi che non
hanno il coraggio di affrontarmi in faccia, penso, non posso morire in ginocchio. E mi aggrappo alla
cancellata dei giardini. Non sto in piedi sulle gambe, ma mi reggo dritto con la forza delle braccia. E quello
continua a sparare e a centrare le mie zampe di pollo. Se mi fossi accasciato, se mi fossi inginocchiato
davanti a lui, a quell'ora sarei morto.

109. Per lui ho sempre avuto rispetto. Penso che la sua autoemarginazione dalla società prima e
l'emarginazione che la società gli ha imposto poi ci abbiano privato di un uomo di valore. Non lo conosco
di persona, ma lo stimo, anche se poteva essere lui quello che ha mandato i due ragazzi a spararmi. Non ho
rancore: quando la guerra è finita gli avversari si devono stringere la mano e devono brindare alla pace
ritrovata.

110. Apprezzo il coraggio di chi non si pente per ricavarne un utile, di chi non denuncia il compagno di
errori ma riconosce i propri torti. Almeno i brigatisti lottavano per ideali diversi da quelli dello stalinismo e
del comunismo sovietico. I terroristi neri, invece, volevano soltanto restaurare un regime sepolto dalla
storia. I rossi non sapevano bene cosa ma avevano in mente qualcosa di nuovo.

111. [Alla domanda «E se avessero vinto loro?»] Impossibile. L'esistenza del terrorismo ha soltanto
ribadito le manchevolezze del nostro Paese: uno Stato inefficiente e un popolo codardo e conformista.

112. [Sui burattinai, i Grandi Vecchi, la Cia, i Servizi segreti] Fregnacce: che gliene poteva importare alla
Cia di fucilare gente come il buon Casalegno o quel galantuomo di Emilio Rossi, vent'anni fa direttore del
Tg Uno, o quel bischero di Montanelli? La dietrologia era una divagazione di intellettuali perditempo. Il
vero problema era ed è un altro: finché non ci decideremo a riconoscere la mancanza negli italiani di una
coscienza nazionale e civile questo pericolo del terrorismo lo correremo sempre. E questa fabbrica di una
coscienza nazionale e civile io non la vedo nascere.

113. [Sul dolore che il tempo non ha cancellato nei parenti delle vittime] Anche noi italiani dobbiamo
imparare a pagare gli inevitabili tributi dovuti alla Storia come hanno saputo fare tutti i Paesi occidentali.
Il dolore resta, ma la piaga va ricucita. Una volta per tutte.

114. È la solita bruciante delusione, questa nostra borghesia. Non cambia mai, è sempre la stessa: la più
vile di tutto l'Occidente. Gente portata a correr dietro a chi alza la voce, a chi minaccia, al primo
manganello che passa per la strada. Questo sono i nostri borghesi: tutti fascisti sotto il fascismo, poi tutti
antifascisti fin dall'indomani. Quando il comunismo era forte e faceva paura, e io fondai il Giornale, mi
lasciarono solo e senza un soldo. Ai tempi del terrorismo, amoreggiavano con gli estremisti nella speranza
che quelli andati al potere gli risparmiassero la villa e il portafoglio. E ora che il comunismo non c'è più,
si scoprono tutti anticomunisti, questi sedicenti liberaloni.

115. Il loro eroe è sempre chi brandisce il manganello. Ieri, il manganello vero. Oggi, quello catodico delle
televisioni. Il liberalismo vero l'hanno sempre tradito, anzi non hanno mai saputo che cosa sia. Non
vogliono le regole, detestano le leggi, vogliono avere le mani libere per fare quello che gli pare, in nome
della loro cosiddetta «efficienza». Quando abbiamo fondato la Voce l'abbiamo toccato con mano: parlare
di regole e di legalità a questa gente è peggio di un insulto, una bestemmia in chiesa.

116. L'ho sempre detto che fu un errore, quattro anni fa, defenestrarlo. Bisognava lasciarlo lì ancora un bel
po', così tutti avrebbero capito quanto vale, che razza di statista è... Magari adesso non saremmo in Europa,
ma non avremmo così tante gente che si lascia ubriacare dalla sua propaganda, che prova nostalgia per lui.

117. [Alla domanda «E se un giorno si andasse a votare per il suo referendum, quello per abolire i reati del
Cavaliere?»] In quella forma, mi pare difficile che si arrivi, anche se in Italia non si sa mai. Comunque, se
si votasse, credo che anche lì vincerebbe lui. Perché è quello che vuole questa nostra borghesia. Ormai è
ufficiale: Berlusconi ce lo meritiamo.

118. Io voglio che vinca, faccio voti e faccio fioretti alla Madonna perché lui vinca, in modo che gli italiani
vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella
iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi
al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L'immunità che si ottiene col vaccino.

119. È strano: io non avevo mai preso parte alla campagna di demonizzazione: tutt'al più lo avevo definito
un pagliaccio, un burattino. Però tutte queste storie su Berlusconi uomo della mafia mi lasciavano molto
incerto. Adesso invece qualsiasi cosa è possibile: non per quello che succede a me, a me non succede nulla,
non è che io rischi qualcosa, è chiaro. Quello che fa male è vedere questo berlusconismo in cui purtroppo è
coinvolta l'Italia e anche tante persone perbene.

120. La scoperta che c'è un'Italia berlusconiana mi colpisce molto: è la peggiore delle Italie che io ho mai
visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L'Italia della marcia su Roma,
becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L'Italia del 25 luglio, l'Italia dell'8
settembre, e anche l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la
bassezza di questa Italia qui non l'avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che
risale il pozzo.

121. Il silenzio mantenuto finora [sui massacri delle foibe], o quasi silenzio, si spiega facilissimamente:
tutta la storiografia italiana del dopoguerra era di sinistra, apparteneva all'intellighenzia di sinistra, la
quale era completamente succuba del Partito Comunista. Quindi non si poteva parlare delle foibe, che non
appartenevano al comunismo italiano, ma appartenevano certamente al comunismo slavo, di cui però il
comunismo italiano era alleato e faceva gli interessi. Quindi di questo non si poteva parlare, e non si poteva
parlare delle stragi del triangolo della morte, perché anche queste ricadevano sulla coscienza ammesso
che ce ne sia una del Partito Comunista, il che sta a dimostrare quello che dicevo prima, cioè che la
Resistenza non fu una resistenza, fu una guerra civile tra italiani che continuò anche dopo il 25 aprile. [...]
[Sull'eccidio dei conti Manzoni] Andai come giornalista [...] per appurare com'era andata la strage dei
conti Manzoni, dopo la fine della guerra. [...] Una famiglia di persone che col fascismo non aveva niente a
che fare, ci aveva convissuto come tutti gli italiani. Bene, nessuno mi voleva parlare di questa faccenda. [...]
Nessuno ne aveva parlato, né dei Carabinieri né della Polizia e tantomeno della magistratura, eppure lo
sapevano. [...] C'era una complicità assoluta, una complicità dannata. [...] Se ne parla ora perché il Muro
di Berlino è crollato, ma si ricordi che trent'anni fa, quando De Felice annunziò di mettere allo studio il
ventennio fascista per sapere com'era andata, fu proposta la sua estromissione dalla cattedra universitaria,
solo perché metteva allo studio un ventennio di storia italiana che, bella o brutta, c'era stata. [...] Non era
possibile inquadrare storicamente il fascismo: chi lo faceva, cercando di spiegare i perché della sua durata,
ed anche i perché della sua catastrofe, veniva accusato di fascismo.

[da Dalla Monarchia alla Repubblica]

122. È difficile sapere che cosa fu Togliatti, perché Togliatti non ha lasciato memoriali, non ha lasciato
diario, che cosa pensasse Togliatti non lo sapeva nessuno, credo nemmeno la sua compagna Nilde Iotti. Si
può dire che è stato un esecutore fedele degli ordini di Stalin. Lo è stato sempre, e per questo godeva la
fiducia di Stalin. [...] Era un diplomatico per sé, soprattutto, perché é un uomo sopravvissuto a venticinque
o trent'anni anni di Mosca, senza finire in galera, processato o contro il muro. Beh, questo è uno dei grandi
personaggi. Sono pochi. [«Non era uno statista, per esempio?»] Non poteva essere uno statista perché i
comunisti non hanno lo Stato nel sangue, i comunisti hanno il partito. Stalin non è mai stato Capo dello
Stato, e nemmeno Capo del Governo, era capo del partito. Il potere nei regimi comunisti non sta né nello
Stato né nel governo, sta nel partito.

[da Dalla proclamazione della Repubblica al Trattato di pace]

123. Questa Costituzione porta male gli anni da quando aveva un giorno, perché fu subito chiaro quali
erano i suoi difetti. Del resto furono anche denunciati da uomini come, per esempio, Calamandrei, come
Mario Paggi.

[da Dall'assemblea costituente alla vigilia delle elezioni del 1948]

124. I difetti furono soprattutto due. Il primo difetto fu di ripartizione dei lavori. La Costituente era formata
da 600 membri eletti di passaggio. Voglio [far] notare che quella fu la prima elezione che si tenne in Italia
per la Costituente, non per il Parlamento ma dove ci fu lo spiegamento dei partiti. Ogni partito portò i suoi
candidati, cioè dei giuristi che facevano capo alla propria ideologia. Bene, in quella prima elezione il 35%
dei voti andò ai democristiani, il 21% andò ai socialisti di Nenni, il 19% ai comunisti. Quindi in quel
momento... non c'era ancora il Fronte ma in quel momento i socialisti facevano premio sui comunisti. Erano
di poco, ma un po' più forti dei comunisti. [...] Questi 600 costituenti non potevano lavorare tutti insieme,
era impossibile mandare avanti 600 persone a dibattere all'infinto le stesse cose, e allora i lavori furono
devoluti a una commissione che si chiamò la Commissione dei Settantacinque, perché erano 75 membri
della Costituente che venivano incaricati per le loro competenze specifiche di redigere il testo. Ma anche 75
erano troppi, e allora anche i 75 si frazionarono in sotto-commissioni, ognuna delle quali lavorò per conto
suo. Non ci fu un piano di insieme. [«Quindi non fu un vero lavoro collettivo»] Non fu un vero lavoro
collettivo. Calamandrei lo disse subito: «Noi stiamo montando una macchina, che magari pezzo per pezzo
sarà anche ben fatta, ma le cui giunture non coincidono con le giunture di altri pezzi». [...] Fu lasciata così
perché nessuno volle rinunziare al proprio elaborato, e questo è tipico degli italiani.

[da Dall'assemblea costituente alla vigilia delle elezioni del 1948]

125. Il secondo motivo che rese questa Costituzione veramente impalatabile e nociva per il regime che ne
doveva nascere, fu che i nostri costituenti partirono dal punto di vista opposto a quello da cui sarebbero
partiti i costituenti tedeschi quando la Germania fu libera di elaborare una sua Costituzione. Da che cosa
partirono i costituenti tedeschi? Da questo ragionamento: il nazismo fu il frutto della Repubblica di
Weimar. Cos'era la Repubblica di Weimar? Era l'impotenza del potere esecutivo, cioè del Governo. [...] La
Germania rimase nel disordine, nel caos, nella Babele dei partiti che non riuscivano a trovare mai delle
maggioranze stabili, quindi dei governi efficaci. Ecco perché Hitler vinse, perché il nazismo vinse. I
costituenti nostri partirono dal presupposto contrario, cioè dissero: «Cos'era il fascismo? Il fascismo era il
premio dato a un potere esecutivo che governava senza i partiti, senza controlli eccetera. Quindi noi
dobbiamo esautorare completamente il potere esecutivo, [negando] la possibilità di dare ai governi una
stabilità, eccetera». Per rifare che cosa? Weimar. Cioè, mentre i tedeschi partivano dalla negazione di
Weimar, noi arrivavamo [a Weimar] senza dirlo. Nessuno lo disse, ma questo fu il risultato. [...] Non fu
possibile nemmeno introdurre quella solita linea di sbarramento che invece fu introdotta in Germania, per
cui i partiti che non raggiungevano non ricordo se il 5 o il 3%, non avevano diritto a una rappresentanza.
No, tutti i partiti dovevano esserci e tutti avevano un potere di ricatto sulle maggioranze, che erano per
forza di cose di coalizioni.

[da Dall'assemblea costituente alla vigilia delle elezioni del 1948]

126. Gli italiani non imparano niente dalla Storia, anche perché non la sanno. [«Forse non amano la
Storia»] Non la amano, non la leggono, non se ne interessano, ma questo anche le classi dirigenti: sono
uguali, intendiamoci. [«Lei auspica che venga rifatta questa Costituzione»] Sì, ma che venga rifatta
secondo criteri logici, non [secondo] criteri illogici. Tutte le volte che si diceva «Ma qui bisogna restituire
un po' di autorità al potere esecutivo, bisogna mettere i governi in condizione di governare» si diceva:
«Fascista! Fascista!». Con questo ricatto qui abbiamo fatto le più grosse scempiaggini che si potesse
immaginare.

[da Dall'assemblea costituente alla vigilia delle elezioni del 1948]

127. La fine di De Gasperi è la fine di un'epoca: con lui finisce un'epoca e ne comincia un'altra non
certamente migliore. [...] C'è una bella pagina della figlia di De Gasperi, Maria Romana, che ha scritto un
bel libro sul padre. Un libro tutto vero in cui racconta anche i funerali su in Val Sugana: c'era naturalmente
tutta la nomenclatura democristiana che accompagnava la bara. Oramai De Gasperi era morto, si poteva
anche fingere il compianto, e a un certo momento un passante che era lì uno che guardava, che non aveva
niente a che fare con la politica, con la Democrazia Cristiana eccetera eccetera si avvicinò al feretro e
scansando questi turiferari della DC disse: «No, non è vostro! De Gasperi è nostro! Era un italiano!». E
aveva ragione. De Gasperi era nostro, non un democristiano.

[da Gli anni di Alcide De Gasperi]

128. [Giovanni Gronchi] Era un uomo molto abile, brillante parlatore, molto abile anche negli affari. Era
molto più libertino di Sforza, quindi la Democrazia Cristiana [...] era cambiata, evidentemente, e Gronchi
fu eletto per una faida interna della Democrazia Cristiana, perché Fanfani voleva Merzagora. Allora per
fare dispetto a Fanfani, invece gli buttarono fra i piedi Gronchi, il quale seppe benissimo tessere la sua
trama fra Sinistra, Destra eccetera e far diventare gronchiani anche quelli degli altri partiti. Dicendosi agli
uni uomo di Destra e agli altri uomo di Sinistra, facendo insomma il giuoco personale di Gronchi, con cui
entrò in Quirinale il vero grande corruttore della vita politica italiana. [...] Dopo l'onestissimo Einaudi
viene Gronchi, che è l'indulgenza plenaria verso tutte le deviazioni e i deviazionisti d'Italia.

[da La rivolta in Ungheria e l'elezione di Giovanni XXIII]

129. Questa storia dell'MSI è una delle grandi truffe della Prima Repubblica: nella Costituzione c'è un
articolo che proibisce la rinascita di un partito fascista. Ecco. Ora, l'MSI era chiaramente un partito
fascista. Non lo negava, anzi si faceva gloria del fatto di essere l'erede eccetera. Perché lo avevano messo,
allora? Lo avevano messo perché questo partito fascista, che avrebbe dovuto essere escluso dalla vita
politica, serviva a captare un certo numero di voti che, senza questo partito, sarebbero andati a dei partiti
moderati di Centro e soprattutto, forse, alla Democrazia Cristiana. Quindi quale fu il gioco delle Sinistre, a
cui la Democrazia Cristiana però si piegò e si rassegnò: è consentito di esistere all'MSI, però l'MSI quando
è in Parlamento è escluso dal gioco parlamentare. Così si mettevano i voti dell'MSI in frigidaire, e così non
andavano alla Democrazia Cristiana e ai partiti [di Centro]. È una delle peggiori truffe che è stata
inventata dalla classe politica che ci ha governato per cinquant'anni.

[da I successori di De Gasperi e la politica italiana fino alla morte di Togliatti]

130. Io vorrei sapere quali furono le crescite... di civiltà che il Sessantotto pretende di averci lasciato. Io
vedo tutt'altra cosa: io vidi nascere, dal Sessantotto, una bella torma di analfabeti che poi invasero la vita
pubblica italiana, e anche quella privata, portando dovunque i segni della propria ignoranza. Io ho visto
questo. Può darsi che sia affetto da sordità o da cecità ma io non ho visto altro, come frutti del Sessantotto.

[da Il Sessantotto e la politica di Berlinguer]

131. [La differenza tra il Sessantotto francese e quello italiano è] La differenza che passa fra l'originale e il
fac-simile perché il Sessantotto nacque in Francia e in Italia fu un fatto di riporto, di imitazione. [«Che vi fu
in tutto il mondo, però, questo»] Un po' in tutto il mondo ma particolarmente in Italia dove non nasce mai
niente, è sempre qualcosa di imitato dagli altri. Bene o male, insomma, i francesi ebbero... anche una certa
cultura del Sessantotto, ebbero Sartre. Oddio, Sartre rivisto con gli occhi di oggi naturalmente scende molto
dal suo mitico piedistallo. [...] In Italia non ci fu neanche un Sartre.

[da Il Sessantotto e la politica di Berlinguer]

132. Credo che su Pasolini si sia preso un grosso abbaglio: Pasolini è passato per uno scrittore di sinistra
perché aveva preso come sfondo dei suoi racconti bellissimi del resto il sottoproletariato delle borgate
romane, i ragazzi di vita, insomma, la schiuma della società. Ma lo aveva fatto per dei gusti e dei motivi del
tutto personali sui quali è inutile tornare a far commenti. Questo lo aveva fatto considerare come uno
scrittore, un difensore del proletariato, ma non era una scelta politica quella che aveva fatto Pasolini. Non
centrava niente, assolutamente nulla. Quindi quello che lui disse era assolutamente vero, cioè dire che nei
tafferugli, dove spesso ci scappava il morto, tra quei dilettanti delle barricate che erano [dei borghesi], i
veri proletari erano i poliziotti, tutti figli di famiglie povere, eccetera eccetera. I dilettanti delle barricate
erano tutti o quasi tutti figli di papà: aveva ragione Pasolini! Ma come no! E questo fu considerato un
tradimento all'ideologia di sinistra.

[da Il Sessantotto e la politica di Berlinguer]

133. Il primo fenomeno fu il Sessantotto, e il Sessantotto partorì poi il terrorismo, il brigatismo rosso
eccetera eccetera. Su questo non ci son dubbi, insomma. Dirò di più: i più seri, e forse gli unici seri, furono
quelli che poi diventarono dei terroristi e che quindi rischiarono la loro vita, almeno. Gli altri erano quello
che diceva Pasolini, dei figli di papà.

[da Il Sessantotto e la politica di Berlinguer]
134. [La figura del Grande Vecchio] È una di quelle fandonie, di quelle stupidaggini che piacciono tanto a
noi italiani: l'idea di un Grande Vecchio che organizzasse tutte queste stragi, attentati eccetera eccetera. È
un affare da Simenon di borgata insomma no? Piaceva l'idea che ci fosse dietro tutta una strategia.
Sennonché poi non si sapeva chi fosse il Grande Vecchio. [«Aveva un volto questo grande vecchio?»] Ne ha
avuti molti: naturalmente Andreotti quello non manca mai, quando si cerca un deus ex macchina di tutto
ciò che di più criminale è avvenuto in questo Paese [c'è] Andreotti. [«Però in quel momento non era tanto
vecchio»] In quel momento non era tanto vecchio, ma il Grande Vecchio non ha nulla di anagrafico, è il
Grande Vecchio così poi Gelli, poi Sindona. Ha avuto varie raffigurazioni che sono tutte di fantasia.

[da Piazza Fontana e dintorni]

135. Se c'era un funzionario corretto, che veniva portato come esempio da tutti i suoi colleghi, era
Calabresi. Per quale motivo si scatenò questa campagna contro di lui non lo so. È vero che aveva
interrogato Pinelli, ma gli interrogatori di Calabresi facevano testo per la loro correttezza. Sempre. [...]
Non so per quale motivo, a un certo momento, la stampa s'incendiò e cominciò ad additare Calabresi come
«il bruto», come «lo scherano del potere sopraffattore e assassino». Questo si lesse in vari giornali. Ora, il
potere sopraffattore assassino in quel momento era rappresentato da Rumor e da Colombo: mi dica lei se
hanno il viso dei sopraffattori assassini. Magari lo fossero stati un po', ma immaginiamoci. E questa
campagna fu implacabile, assolutamente implacabile.

[da Piazza Fontana e dintorni]

136. Come in tutti i processi italiani anche questi, che poi volevano arrivare all'identificazione dei
responsabili e non ci arrivarono quasi mai, erano dominati dal cosiddetto «teorema»: si partiva dal
presupposto... a un certo momento si mise di parlare degli anarchici si smise quasi subito di parlare [degli
anarchici] e tutte le lampadine furono rivolte ai partiti e alle forze di Destra. Erano quelle le forze
stragiste. [...] I nostri bravi giudici, salvo alcuni, partivano dal presupposto che [i colpevoli] certamente
venivano di lì, venivano dalle Destre, dalle Destre più violente. Alle quali si attribuiva, sempre per
«teorema», questa idea: creare una tensione nel Paese in modo da impaurire gli italiani e metterli alla
scelta «o la libertà o l'ordine», perché insieme non potevano andare. Nella libertà era chiaro che non si
poteva mantenere l'ordine, e loro dicevano: «Qualunque popolo messo a questa scelta sceglie l'ordine».
Ecco. È un teorema. È un teorema che ha sempre cercato dimostrazione e non l'ha trovata mai.

[da Piazza Fontana e dintorni]

137. Craxi era un uomo di partito certamente molto accorto, era un uomo valido di governo perché sapeva
decidere; che cosa fosse lo Stato, da buon socialista, non lo sapeva.

[da Il terrorismo fino al sequestro e all'uccisione di Aldo Moro]

138. Quelle lettere erano tutte farina del sacco di Moro, e questa farina non è molto encomiabile perché,
vede, tutti gli uomini hanno diritto ad avere paura. Tutti. Però quando un uomo sceglie la politica, e nella
politica emerge a uomo di Stato a uomo rappresentativo dello Stato non perde il diritto a avere paura, ma
perde il diritto a mostrarla. Questo sì. Questo è uno dei principi che dovrebbe essere affermato. L'incidente,
tipo quello di Moro, fa parte del mestiere. Chi affronta quel mestiere deve sapere che può incorrere in
quell'incidente e deve avere i nervi, e diciamo gli altri attributi, per resistere. Moro era lo Stato. Lo Stato si
raccomandava, implorava, minacciava la classe politica che facesse di tutto, anche che si prostituisse, per
salvargli la vita: eh, no. No. Moro era certamente un politico a modo suo, estremamente abile era anche un
galantuomo, credo ma uomo di Stato non era nemmeno lui. [...] Anch'io mi sono posto questa domanda
molto spesso: «Ma se Moro fosse tornato in politica dopo aver costretto lo Stato a prostituirsi, a
inginocchiarsi di fronte ai terroristi, avrebbe potuto restarci?». Avrebbe potuto restare? Con che faccia?
Vabbè che siamo in Italia. [«Forse lo Stato sarebbe stato un'altro perché i terroristi avrebbero vinto»]
Appunto. I terroristi avrebbero vinto. Quindi lui che cosa diventava, il braccio politico del terrorismo? Che
cosa diventava? Come poteva ripresentarsi? Va bene, gli italiani hanno lo stomaco forte, inghiottono tutto
noi italiani abbiamo lo stomaco forte e inghiottiamo tutto ma, insomma, di fronte a un uomo la cui vita, la
cui sopravvivenza, aveva avuto quel prezzo per noi non credo che avrebbe potuto ripresentarsi all'opinione
pubblica italiana.

[da Il terrorismo fino al sequestro e all'uccisione di Aldo Moro]

139. Noi naturalmente abbiamo il dovere di ringraziare Gorbacev per quello che ha fatto, però se lei mi
chiede se lo ha fatto bene o lo ha fatto male io debbo rispondere che lo ha fatto malissimo. Io non so se lui...
che lui volesse salvare la Patria sovietica questo non lo metto in dubbio. Che lui volesse salvare il
comunismo... io debbo risponderle di no, perché quello che lui ha fatto per affossare il comunismo lo ha
fatto.

[da Giovanni Paolo II e la fine dell'URSS]

140. Anche i cinesi si erano accorti che il sistema comunista era arrivato al capolinea, era fallito. Fallito
perché non regge, assolutamente non regge. [Il sistema comunista] Aveva portato il Paese, e i Paesi che lo
avevano adottato, al fallimento. Anche i cinesi si erano accorti di questo, però avevano capito che per
trasformare un sistema oramai ancestralmente totalitario, statalizzato, che aveva tolto ogni libertà a tutti,
che aveva disabituato tutti da ogni spirito di iniziativa e di impresa... per trasformare un'economia basata
su questi principi fallimentari in un'economia capitalista basata sul libero mercato, sulla libera
concorrenza eccetera, bisognava tenere in mano il potere politico per controllare questo passaggio. I cinesi
lo fecero. Quando gli studenti di Pechino credettero di potergli [al governo cinese] prendere la mano
scendendo in piazza Tienanmen i cinesi non esitarono a mitragliarli e, per quanto un massacro non possa
che essere esecrato, io dico questo: i cinesi erano obbligati a farlo. Se non lo facevano la Cina si
dissolveva, ritornava quella di Chiang Kai-shek: ritornava quella dei signori della guerra, cioè il Paese si
disfaceva. Il Paese che bene o male Mao Tse-tung aveva unificato e a cui aveva dato un'anima di Nazione si
sarebbe disfatto.

[da Giovanni Paolo II e la fine dell'URSS]

141. Per istinto, e per come avevo visto e conosciuto Gelli, io sono convinto che [la Loggia P2] era una
cricca di affaristi e basta. Era una cricca di affaristi condotta da un uomo che, evidentemente, come
intrallazzatore doveva essere geniale. Era un pataccaro, indiscutibilmente era un pataccaro, ma che a tutto
pensava fuorché a un golpe. Non ci pensava nemmeno. Lui procurava affari e soprattutto fomentava
carriere. Lui aveva capito qual è la struttura del potere in Italia, sempre, non soltanto allora, sempre: è una
struttura mafiosa. Bisogna far parte di una cricca, di una conventicola in cui ognuno aiuta l'altro, e questo
era la P2. [...] Ma che interesse poteva avere Gelli a rovesciare un sistema che gli consentiva di influire
sino a quel punto? Quale interesse poteva avere? E poi, Gelli era un farabolano ma non doveva essere del
tutto sprovveduto, doveva sapere che l'Italia non è terra da golpe. Ma chi lo fa il golpe? E anche se
qualcuno lo fa, come fa a resistere? Che cos'ha dalla sua per fare il golpe? Non ho mai creduto al golpismo
di Gelli.

[da Il caso Sindona e la P2]

142. Il caso Chiesa era un caso modestissimo. Fece da detonatore perché il momento era maturo per
arrivare a Tangentopoli, che era dovuto a una cosa molto più complessa che era questa: che ci fosse la
corruzione in Italia si è sempre saputo, la classe dominante promanava questo puzzo di fogna che tutti
sentivano, il famoso «turarsi il naso». Soltanto che fin quando l'alternativa di questa classe politica allora
al potere era un Partito comunista, che era un fac-simile di quello sovietico, basato sui carri armati, sulla
polizia segreta, sulle delazioni, sui processi, [...] finché c'era questo spettro noi non potevamo prenderci il
lusso di mettere sotto processo e mandare in galera la classe politica dirigente allora. Fu quando, col Muro
di Berlino, crollò questo incubo che i tempi furono maturi perché questo avvenisse.

[da Tangentopoli]

143. Che [la corruzione] sia inestirpabile, di questo sono sicuro perché dura da 2000 anni. La corruzione
non è soltanto nella politica: è nella società italiana! Noi italiani abbiamo sempre corrotto tutti! Tutti
coloro che sono venuti in Italia a fare i padroni li abbiamo corrotti. [...] Noi dobbiamo metterci in testa che
la lotta alla corruzione la si fa in un modo solo: cambiando gli italiani, non cambiando le classi politiche.
Le classi politiche, anche quelle nuove, si corrompono. È inevitabile.

[da Tangentopoli]

144. Berlusconi ha un sacco di qualità. C'è da dire, ha una grande immaginazione, una grande fantasia; ha
un coraggio leonino nel buttarsi nelle imprese; sa trascinare molto bene; è un comunicatore eccezionale, sa
accendere i suoi seguaci di entusiasmi eccetera eccetera, mi ricordo che una volta gli dissi: «Io sono sicuro
che se tu ti mettessi a fabbricare dei vasi da notte, faresti venire la voglia di fare pipì a tutta l'Italia».

[da Verso il bipolarismo]

145. Lui è un uomo d'attacco: se avesse fatto la carriera militare lui non sarebbe diventato né un Rundstedt
né un Manstein, che furono i grandi strateghi tedeschi dell'ultima guerra. [...] Lui sarebbe diventato un
Rommel o un Patton. Cioè dire: è un generale di straccio e di rottura che, appunto, sullo slancio può
compiere qualsiasi cosa. Se lo metti poi a difendere le posizioni conquistate con lo slancio, eh no, lì non ci
sta. Come Rommel: Rommel finché poté attaccare in Libia e in Egitto attaccò. Quando dovette mettersi
sulla difensiva chiese il rimpatrio. [...] Non sarebbe uomo di Curia e non è un uomo di pazienza, non è un
uomo da guerra di posizione e di logoramento.

[da Verso il bipolarismo]

146. Lui Arrivò a Palazzo Chigi credendo, e facendo credere, che uno Stato si poteva condurre con gli
stessi criteri di un'azienda privata. Io su questo avevo avuto serie discussioni con lui non litigi, non ho mai
litigato con Berlusconi gli avevo detto: «Guarda che lo Stato non è un'azienda privata». [...] Lui credeva di
potersi comportare a Palazzo Chigi, e con la macchina dello Stato, come si comportava con la sua
organizzazione, dove la gente frullava e, se non frullava, lui la cacciava via, com'è giusto che faccia un
imprenditore. Ma lui non poteva applicare questi metodi e sistemi allo Stato. Quando si trovò di fronte alla
muraglia grigia, sorda e ottusa della burocrazia italiana, che è la peggiore, ma anche la più resistente del
mondo, lui rimase senz'armi: non poteva licenziare neanche un usciere. Nel gioco parlamentare lui
naufraga perché non è abituato a queste cose. La politica non dico che sia solo un mestiere ma è anche un
mestiere. Questo mestiere lui non lo aveva.

[da Verso il bipolarismo]

147. Che gli italiani siano capaci di emanare leggi di riforma, ci credo senz'altro. L'Italia è la più grande
produttrice di regole, ognuna delle quali è una riforma, è la riforma di un'altra regola. Gli stessi esperti
pare che abbiano perso il conteggio delle leggi, dei regolamenti che vigono in Italia: c'è qualcuno che parla
di 200.000, altri di 250.000. Ora, quando si pensa che la Germania ha in tutto 5.000 leggi, la Francia pare
7.000, l'Inghilterra nessuna, quasi nessuna ha dei principi, così stabiliti a cosa ha portato tutta questa
proliferazione? A riempire gli scantinati dei nostri pubblici uffici, dove ci sono questi mucchi di legge che
nessuno va nemmeno a consultare perché ognuna di queste leggi poi offre il modo di evaderle. Questa è la
grande abilità dei legislatori italiani. I legislatori italiani sono quasi tutti degli avvocati. E gli avvocati a
che cosa pensano? A ingarbugliare le leggi in modo da restarne loro i supremi e unici depositari. [...]
Riforme: hai voglia se ne faremo, continuiamo a farne, è la nostra vocazione, questa. Quanto poi
all'attuazione, allora è un altro discorso: le leggi in Italia non vengono osservate, anche perché sono
formulate in modo che si possano non osservare. Ed è questo che spiega l'abbondanza, la prodigalità delle
nostre classi politiche, delle nostre classi dirigenti, nello sfornarne di continuo.

[da Dal Governo Dini all'Ulivo]

148. Un Paese che ignora il proprio Ieri, di cui non sa assolutamente nulla e non si cura di sapere nulla,
non può avere un Domani. Io mi ricordo una definizione dell'Italia che mi dette in tempi lontanissimi un mio
maestro e anche benefattore, che fu un grande giornalista, Ugo Ojetti, il quale mi disse: «Ma tu non hai
ancora capito che l'Italia è un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri perché senza memoria». Io
avevo 25-26 anni e la presi come una boutade, per una battuta, un paradosso. Mi sono accorto che aveva
assolutamente ragione. Questo è un Paese che [«È un Paese che non ama la Storia»] ha una storia
straordinaria, ma non la studia, non la sa. È un Paese assolutamente ignaro di se stesso. Se tu mi dici cosa
sarà un domani per gli italiani, forse sarà un domani brillantissimo. Per gli italiani, non per l'Italia. Perché
gli italiani sono i meglio qualificati a entrare in un calderone multinazionale perché non hanno resistenze
nazionali. Intanto hanno dei mestieri in cui sono insuperabili. [...] Voglio dirlo senza intonazioni
spregiative, nei mestieri servili noi siamo imbattibili, assolutamente imbattibili. Ma non lo siamo soltanto in
quello. L'individualità italiana si può benissimo affermare in tutti i campi, anche scientifici. Io sono sicuro
che gli scienziati italiani, i medici italiani, gli specialisti italiani, i chimici, i fisici italiani quando avranno a
disposizione dei gabinetti europei veramente attrezzati brilleranno. Gli italiani, l'Italia no. L'Italia non ci
sarà, non c'è. Perché gli italiani che vanno in Germania diventeranno tedeschi. [...] Alla seconda
generazione sono assimilati. Dovunque vadano, sono assimilati. [«Ma questo è un difetto?»] No... è un
difetto... è un difetto ed è anche una virtù. È una qualità. Voglio dire: per l'Italia non vedo un futuro, per gli
italiani ne vedo uno brillante.

[da Dal Governo Dini all'Ulivo]

149. Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino
non è morto: è soltanto «in trasferta».
150. [A proposito di Maratea] Forse in Italia non c'è paesaggio e panorama più superbi. Immaginate
decine e decine di chilometri di scogliera frastagliata di grotte, faraglioni, strapiombi e morbide spiagge
davanti al più spettacoloso dei mari, ora spalancato e aperto, ora chiuso in rade piccole come darsene.

151. [Su La dolce vita] Ma non c'è dubbio che qui ci si trova di fronte a qualcosa di eccezione (sic!) non
perché rappresenti un meglio o un di più di ciò che finora si è fatto sullo schermo, ma perché ne va
nettamente al di là, violando tutte le regole e convenzioni, a cominciare da quelle della durata, che supera
le tre ore di spettacolo, per finire a quelle della trama, o meglio della non trama, perché non c'è.

152. [Su La dolce vita] Non siamo più nel cinematografo, qui. Siamo nel grande affresco. Fellini secondo
me non vi tocca vette meno alte di quelle che Goya toccò in pittura, come potenza di requisitoria contro la
sua e la nostra società.

153. Il suo reportage non è una "patacca". Il poco oh, molto poco! che vi luce è proprio oro. E il molto che
vi puzza è proprio fogna. Del resto, se così non fosse, il film sarebbe fallito come falliscono i reportages
quando eludono la verità o non riescono a centrarla. Quindi, amici, vi prevengo se domani La dolce vita vi
farà inorridire, non confutàtela dicendo: "Non è vero". Perché per esser vero, tutto ciò che qui è
raccontato, lo è. D'altronde Fellini è ricorso al mezzo più spicciativo (e più diabolico) per dimostrarlo.

154. Ma mi affretto subito ad aggiungere che La dolce vita non è una polemica a sfondo giustizialista, che
appunta i suoi strali sulle cosiddette classi alte. Non convincerebbe, in questo caso, o convincerebbe meno.
Gli altri ambienti, che si srotolano giù giù negli appunti di questo reporter d'eccezione, sono descritti con la
identica spietatezza, convalidata dalla stessa tecnica di rappresentare ciascuno nei propri panni.
Lasciatemi testimoniare in tutta onestà che raramente ho visto qualcosa di più vero di quel salotto
intellettuale. Esso ha dato perfino a me, che non ne frequento nessuno, un senso profondo di mortificazione,
un vago anelito a cambiar mestiere e a iscrivermi, fo' per dire, ai coltivatori diretti.

155. Non è necessario essere socialisti per amare e stimare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia,
odora di pulizia, di lealtà e di sincerità.

156. Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non
d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei
senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e
di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo
sciagurato feddayn scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo
sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a
dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è
storicamente, politicamente e giuridicamente falso.

157. Tocqueville diceva che «è nel sonno della pubblica coscienza che maturano le dittature».

158. Se si mettono a raffronto i due rivali come faccia, come presenza, come eloquio, come cordialità,
insomma come simpatia umana, non c'è dubbio che Albertini ne ispira molto meno di Fumagalli, anzi
diciamo la verità tutta intera: non ne ispira punta. Ed io, cittadino ed elettore milanese, proprio di questo
sentivo il bisogno: di un sindaco antipatico, di faccia arcigna e poco invogliante alla pacca sulla spalla, al
confidenziale «tu» e al pappecciccia coi sottoposti, e poco, anzi punto disponibile a quelle benevolenze,
condiscendenze e indulgenze che rappresentano le supposte di glicerina di tutte le corruzioni. [...] Con
Albertini ho parlato una sola volta. Ma mi è bastata per capire che, per rendersi antipatico, non ha bisogno
di fare sforzi. Basta che si mostri com'è e come spero che rimanga: una specie di Molotov di Palazzo
Marino, chiuso nei suoi caparbi niet, diffidente, scostante e culdipietra. Che abbia una compagna
fermamente decisa a non partecipare alla vita pubblica del compagno, anche questo ci va bene. [...] Si
ricordi, signor Sindaco, che noi abbiamo votato per lei, non per questi papponi.

159. Non vorremmo, dopo averne deplorato il brutto vezzo, contribuire alle polemiche nel momento in cui
bisogna invece accantonarle per fare compatto fronte per il salvataggio del salvabile. Ma basta con le
«regole» che servono soltanto a rendere impenetrabili le responsabilità dei disastri quando i disastri si
possono ricondurre a delle responsabilità umane (come non accade, per esempio, nei terremoti). Ma
quando verrà l'ora della ricostruzione, ricordiamoci che l'urbanistica e il paesaggio italiani hanno bisogno
non di altre, ma di meno «regole». E, più che di cemento, di dinamite.

160. Qualche dichiarazione meno infuocata contro la Giustizia di regime, come il Cavaliere si ostina a
definirla, avrebbe meglio aiutato la politica italiana a rimuovere il macigno che la paralizza, e che è lui,
Berlusconi.

161. L'Italia sarà anche, come dicono i nostri tromboni universitari, «la culla del diritto». Ma è anche il
sepolcro di una giustizia che, per decidere se un imputato è innocente o colpevole, aspetta il suo certificato
di morte che la esenta dal dirlo. Il secondo problema è il reclutamento e la selezione del personale. Come in
tutte le altre pubbliche attività, anche nella giustizia c'è un dieci per cento di autentici eroi pronti a
sacrificarle carriera e vita, ma senza voce in un coro di «gaglioffi» che c'è da ringraziare Dio quando sono
mossi soltanto da smania di protagonismo.

162. Tutto si è risolto in un colpo solo, non si sa con precisione quando e come combinato, che ha tagliato
la strada alla bagarre prima che cominciasse. E che, per quanto mi riguarda, mi ha liberato dall'incubo che
turbava i miei inquieti sonni, e in cui mi vedevo in fuga da un mostro senza volto, ma che m'incalzava con la
logorrea del presidente uscente, aggravata dall'accento irpino di Mancino e dalle corde vocali della
signora Jervolino. [...] Siamo sicuri che il popolo, chiamato a pronunciarsi fra un Ciampi e faccio per dire
un Di Pietro, si sarebbe pronunciato per Ciampi? È una domanda che non aspetta risposta, ma che mi
permetto di proporre ai lettori. Gran bella parola «il Popolo». E riconosciamogli pure l'attributo, che gli
spetta, di «Sovrano». Ma insomma, meditate gente, meditate.

163. Tutti coloro che hanno svolto pubbliche funzioni in Sicilia sono rimasti e sono tuttora in qualche modo
«collusi» con la mafia. Lo furono quotidianamente, e per secoli, il governo e la polizia borbonica. Lo fu
Garibaldi che in essa trovò, dopo lo sbarco, la sua prima alleata. Lo furono i governi nazionali sia di destra
che di sinistra. Lo fu Giolitti che pure non scese mai, a ch'io sappia, a sud di Napoli. Lo fu il presidente
della vittoria, Orlando, che quando tornava a Palermo, la prima visita che rendeva non era al prefetto né
all'arcivescovo, ma al capomafia. Tentò di non esserlo Mori che aveva licenza di uccidere garantita da un
regime totalitario, e ci rimise il posto. Lo sono stati tutti i politiconi e politicastri della Prima Repubblica.
Anche il cautissimo Andreotti? Può darsi, attraverso i suoi proconsoli in loco. Ma il Tribunale deve aver
capito che l'imputato non era lui. Era il costume morale e politico della nostra vita pubblica, sul quale un
Tribunale non ha, né può né deve avere competenza. [...] E il problema, secondo me, è questo: che fin
quando noi italiani crederemo di salvarci dalla peste mandando sul rogo una strega o un untore, dalla peste
non ci libereremo mai.
164. Ci dicano chiaro e tondo perché hanno smembrato il Ros, e hanno ridimensionato l'attività di Sco e
Gico. Non ci raccontino che hanno voluto mettere al riparo il capitano Ultimo e i suoi uomini dalle possibili
vendette della malavita. E soprattutto non vengano a ripeterci che il modus operandi dei servizi segreti, per
impedirne le «deviazioni», dev'essere «trasparente». Questa, che un segreto possa essere trasparente, è
un'idea da primato della cretineria. E, se non della cretineria, lo è della retorica virtuista o della menzogna
truffaldina.

165. Era la prima volta che il partito socialista italiano aveva trovato un uomo [Bettino Craxi], se non di
Stato, almeno di governo, che lo aveva liberato dalla subalternanza al Pci, e condotto su posizioni
democratiche, europeistiche e atlantiche. Lo avrà anche fatto con metodi alquanto spicciativi e disinvolti,
più da padrino che da leader. Ma mi chiedo se avrebbe potuto usarne di diversi per avere ragione dei
vecchi tromboni del massimalismo populista e piazzaiolo con le loro clientele incrostate da decenni. E mi
chiedo anche quanto contribuirono alla sua crocifissione i rancori e le acredini che si era lasciato dietro.
Ma nella difesa si perse, e non per mancanza, ma forse per eccesso di coraggio.

166. Anche noi siamo convinti che il Paese ha il diritto di conoscere la verità (che non riguarda soltanto
quella di Piazza Fontana). Ma non ci riusciamo. Anche perché se la pista rimane, come sembra accertato,
quella del terrorismo nero, non sappiamo quali nomi l'accusa potrà tirar fuori dal suo cappello. I tre
maggiori indiziati sono già stati assolti con sentenza passata in giudicato che non consente di richiamarli
sul banco degli imputati. Gli altri di cui si fa il nome non sarebbero che comparse, la più importante delle
quali, Delfo Zorzi, risiede a Tokio con passaporto giapponese che lo mette al riparo da ogni pericolo di
estradizione. Vale la pena ricominciare? L'ouverture dei dibattimenti non è stata incoraggiante. Il
proscenio era occupato da Capanna, Valpreda, Dario Fo e altri reduci sessantottini, cui si era aggiunto
anche Sergio Cusani, l'intangentato convertitosi (lo diciamo senza nessuna ironia) al missionarismo. [...]
Invano i portaparola della parte lesa, cioè dei familiari delle vittime, si sono dichiarati estranei e contrari a
ogni tentativo di politicizzare il processo. Una parola. Non ci riescono nemmeno Jovanotti e Teocoli con le
loro filastrocche dal palcoscenico di Sanremo. Figuriamoci se potranno riuscirci i registi di questo
processo rouge et noir, se mai ve ne furono. [...] Ecco a cosa servono i processi come questo: non a cercare
la verità, ma a fornire argomenti al rouge o al noir.

167. Cosa c'entri la giustizia italiana in fatti e misfatti capitati trent'anni fa in un Paese [l'Argentina] di cui
la metà della popolazione è di origine italiana, non riusciamo a capire. Ma ci pareva impossibile che
l'iniziativa del giudice spagnolo Garzon per trascinare l'ex dittatore cileno Pinochet sul banco degli
accusati di un tribunale madrileno non trovasse imitatori in un Paese di scimmie come il nostro. Grazie ad
essa, il nome e il volto di Garzon sono noti in tutto il mondo. Ed è probabile che tra poco lo siano anche
quelli del pubblico ministero Caporale. Vi pare poco in un'era dell'effimero come quella in cui stiamo
vivendo, e che vede l'infittirsi di processi ai defunti, su cui le nuove leve della storiografia vorrebbero
riscrivere il passato?

168. Dobbiamo avere la modestia di riconoscere che noi, come venditori, non leghiamo nemmeno le scarpe
a un piazzista che se un giorno si mettesse a produrre vasi da notte, farebbe scappare la voglia di urinare a
tutta l'Italia.

169. Al tavolo di pace di Versailles, il vecchio prostatico Clémenceau, guardando il nostro Orlando
continuamente in lacrime per le umiliazioni che, a suo dire, gli Alleati gl'infliggevano, bofonchiava: «Ah, se
io potessi pisciare come lui piange!».
170. Non sono mai venuto meno all'impegno, preso non con il Cavaliere, ma con me stesso, di non
associarmi mai alla sua demonizzazione. Ma non posso sottacere ai lettori i pericoli che si nascondono
sotto questa sua allergia alla verità, questa sua voluttuaria e voluttuosa propensione alle menzogne, la
naturalezza con cui riesce a pronunziarle.

171. Berlusconi, cui nulla riesce tanto bene quanto la parte di vittima e perseguitato. «Chiagne e fotte»
dicono a Napoli dei tipi come lui. E si prepara a farlo per cinque anni di seguito.

172. Chi sarà il nostro lettore noi non lo sappiamo perché non siamo un giornale di parte, e tanto meno di
partito, e nemmeno di classi o di ceti. In compenso, sappiamo benissimo chi non lo sarà. Non lo sarà chi dal
giornale vuole soltanto la «sensazione» [...] Non lo sarà chi crede che un gol di Riva sia più importante di
una crisi di governo. E infine non lo sarà chi concepisce il giornale come una fonte inesauribile di scandali
fine a se stessi. Di scandali purtroppo la vita del nostro Paese è gremita, e noi non mancheremo di
denunciarli con quella franchezza di cui crediamo che i nostri nomi bastino a fornire garanzia. Ma non lo
faremo per metterci al rimorchio di quella insensata e cupa frenesia di dissoluzione in cui si sfoga un certo
qualunquismo, non importa se di destra o di sinistra. [...] Vogliamo creare, o ricreare un certo costume
giornalistico di serietà e di rigore. E soprattutto aspiriamo al grande onore di venire riconosciuti come il
volto e la voce di quell'Italia laboriosa e produttiva che non è soltanto Milano e la Lombardia, ma che in
Milano e nella Lombardia ha la sua roccaforte e la sua guida. [...] A questo lettore non abbiamo
«messaggi» da lanciare. Una cosa sola vogliamo dirgli: questo giornale non ha padroni perché nemmeno
noi lo siamo. Tu solo, lettore, puoi esserlo, se lo vuoi. Noi te l'offriamo.

[25 giugno 1974, il Giornale nuovo, 1° Editoriale]

173. Checché ne dicano gli agiografi della Resistenza, la guerra l'abbiamo persa, e c'è un conto da pagare.
Che l'Italia lo saldi a spese dei suoi figli minori i Dalmati e gli Istriani è un ghigno del destino. Ma in
compenso può considerarsi miracolata. Quando si pensa a cosa ha pagato la sua sconfitta la Germania,
amputata d'intere province e dimezzata in due nazioni diverse e ostili, e quando si pensa a cosa ha pagato
l'Inghilterra, precipitata dalla condizione di massimo impero mondiale a quella di piccola isola alla
periferia d'Europa; non possiamo lamentarci del trattamento che gli alleati ci fecero.

[30 settembre 1975, il Giornale]

174. Siamo stati accusati di aver fatto, nei confronti dei comunisti, il processo alle intenzioni. Non vediamo
su cos'altro avremmo dovuto giudicarli, visto che sono sempre rimasti all'opposizione, ed è di lì che ancora
si affannano a dire che cosa si propongono di fare se andassero al potere, anzi quando andranno al potere
(perché ormai lo danno per scontato). E cosa sono, queste, se non intenzioni?

[19 giugno 1976, il Giornale]

175. Che cerchino di eliminarmi perché sono un avversario, questo lo posso anche capire; ma perché a
quanto mi riferiscono hanno detto che io sono un servo delle multinazionali, allora questo sta a dimostrare
la confusione di idee di questi poveretti che, evidentemente, non sanno cosa sono le multinazionali.

[3 giugno 1977, il Giornale]
176. I giuochi sono fatti. E sono fatti non soltanto per Moro, cui va tutta la nostra più fraterna e rispettiva
pietà. Sono fatti anche per una politica da belle époque, che la distruzione fisica o morale di Moro chiude
e conclude. La Storia sta riprendendo i suoi connotati di tragedia, e costringe coloro che la fanno, o
ambiscono o s'illudono di farla, ad adeguarsi al repertorio. Stiamo entrando in una di quelle «età di ferro»
in cui il potere si paga, o si può pagarlo col ferro. Nessuno è obbligato a sfidare questo rischio. Chi lo fa,
sappia che oggi è toccato a Moro, domani può toccare a lui. Solo se si rende conto di questo e lo accetta, la
classe politica troverà la forza di archiviare il caso Moro. Ed è tempo che lo faccia.

[7 maggio 1978, il Giornale]

177. Quattr'anni e mezzo orsono, quando questo giornale nacque, un «ragazzo del '68» (con tante scuse a
quelli veri, del '99), Mario Capanna, oggi gerarchetto regionale (che belle carriere, questi rivoluzionari!),
dichiarò che, come nemici del «pubblico» e del «sociale» e come assertori del «privato», e quindi della
reazione, noi saremmo diventati il più bel museo della città, dove babbi e mamme avrebbero potuto
condurre in gita ricreativa i loro figlioletti per mostrargli, dal vivo, com'erano buffi i loro nonni e bisnonni:
noi. Bene. Se il vento seguita a soffiare come soffia, saremo noi che di qui a un po' condurremo i nostri
figlioletti dal signor Capanna per mostrargli com'erano buffi i loro nonni e bisnonni di dieci anni fa. Ma
non lo faremo. Lo spettacolo di questi ragazzi-prodigio abortiti, di questi barricadieri con pancia e cellulite
che credevano di camminare con la Storia, e invece camminavano solo con la moda, non ha nulla di
edificante.

[16 gennaio 1979, il Giornale]

178. In una sua memorabile inchiesta un giornalista d'incrollabile fede sinistrorsa, ma di esemplare onestà,
Giampaolo Pansa, mise benissimo in luce questo contrasto fra i due atteggiamenti e mentalità, che ieri ha
trovato una eloquente conferma nella manifestazione di Torino. Niente chiasso, niente sceneggiate, niente
slogans, niente insomma che appartenga al repertorio del buffonismo nazionale. Nessuno ha rotto le righe
per andare a rovesciare auto o a fracassar vetrine. Questa, sì, era Danzica, sia pure senza Madonne; non i
picchettaggi e i pestaggi di Mirafiori, sia pure con le Madonne. Ora sappiamo già cosa diranno gli altri,
oggi e domani. Diranno che gli operai non c'erano. Infatti. Doveva trattarsi di quarantamila presidenti,
consiglieri delegati, ingegneri: insomma, la solita «maggioranza silenziosa»: termine che soltanto nella
lingua italiana ha significato spregiativo. La maggioranza silenziosa esiste in tutti i Paesi del mondo, dove
nessuno si vergogna di appartenervi perché è essa, in definitiva, che ristabilisce gli equilibri. Fu la
maggioranza silenziosa autoqualificatasi come tale di seicentomila parigini che dodici anni fa pose fine al
carnevale sessantottesco, riportò De Gaulle all'Eliseo e restituì alla Francia la stabilità di cui tuttora essa
gode. [...] Il motivo vero che farà i dimostranti bersaglio delle peggiori critiche e accuse è ch'essi
rappresentano la rivolta delle persone serie contro gli arruffoni della «conflittualità permanente», dei
«modelli di sviluppo» e via baggianando. E in questo Paese nulla fa più paura, perché nulla è più
rivoluzionario, della serietà.

[15 ottobre 1980, il Giornale]

179. Per i falchi del Pci, Berlinguer era ormai un personaggio scomodo e pericoloso, specie da quando
aveva cominciato ad allentare gli ormeggi che lo legavano a Mosca. Gli era perfino scappato di dire (a
Pansa) che voleva per l'Italia un regime comunista, ma sotto l'ombrello della Nato che la tenesse al riparo
dalle soperchierie del padrone sovietico: la più grave e blasfema di tutte le eresie in cui un capo comunista
possa incorrere.
[12 giugno 1984, il Giornale]

180. Se fino a che punto i piduisti a parte il manipolatore Gelli, e forse qualche altro fossero un branco di
delinquenti golpisti, non siamo riusciti a capirlo. Abbiamo capito soltanto che gran parte di essi
occupavano, forse grazie alla P2, posizioni di rilievo, e quindi parecchio ambite, ma ambite anche da molte
persone che, per il fatto di non appartenere alla P2, avevano ora, grazie anch'esse alla P2, la possibilità di
occuparle. Di fatti accertati e meno ancora di crimini provati, siamo andati invano alla ricerca delle 34.847
pagine della commissione. Vi abbiamo trovato soltanto ipotesi, illazioni, accostamenti di nomi e di episodi.
Tutta roba che in mano a Le Carré poteva fruttare chissà quali affascinanti trame. In mano alla signorina
Anselmi, resta cicaleccio di portineria. Ma questa è un'altra storia.

[19 marzo 1985, il Giornale]

181. Tutto pensavo che potesse capitarmi, fuorché di essere un giorno tentato di spendere qualche parola,
per poco che valga, in difesa di Togliatti. [...] Un processo a Togliatti per stalinismo, se glielo intentano i
socialisti, che nell'era dello Stalinismo gli fecero da mosca cocchiera, è una burletta. Se lo intentano i
comunisti come sembra che qualcuno di loro voglia fare , oltre che oltraggio al pudore, diventa quiescenza
alla voce del nuovo padrone, cioè stalinismo della più brutt'acqua, anzi una parodia dello Stalinismo. Per la
caccia alle streghe, anche dello Stalinismo, ci vogliono degli stalinisti doc, qual era Togliatti. Non è roba
da dilettanti, quali sono i suoi pallidi epigoni.

[3 marzo 1988, il Giornale]

182. La fine del Muro è una cosa buona, la fine di una vergogna: non possiamo che salutarla con
soddisfazione. Ma guardiamoci dal prendere abbaglio sui suoi moventi. Ulbricht concepì e Honecker
realizzò il muro per impedire che i tedeschi dell'Est fuggissero in massa nella Germania dell'Ovest: già 9
(diconsi nove) milioni lo avevano fatto fin allora. E il rimedio fu, come tutti quelli che escogitano nei regimi
totalitari, drastico e semplicistico: murare viva la gente dietro una colata di cemento, senza pertugi. [...]
Abbiamo in uggia le astrazioni. Ma ciò che distingueva le due Germanie è l'idea morale e giuridica
dell'uomo: che a Ovest è padrone di se stesso, e quindi può andarsene dove vuole: ad Est è proprietà dello
Stato che ne regola i movimenti. Per chi non ricorda questo, il Muro di Berlino era, oltre che barbaro,
incomprensibile e irrazionale: mentre invece ha obbedito a una sua logica. Nel momento in cui il bunker si
affloscia e si sopravvive come mero ammasso di cemento ricordandoci un altro bunker, quello che fece da
fossa di Hitler (anche questo pare impossibile: ma i regimi in Germania muoiono nei bunker), il Muro va
ricordato per ciò che è stato: non un'aberrazione del comunismo, ma una sua conseguente applicazione. E
se crolla così, nel silenzio assordante di un giornale-radio, è perché è crollata, prima, l'ideologia che lo
aveva eretto.

[11 novembre 1989, il Giornale]

183. Negli anni Trenta, per le strade di Berlino, risuonava il grido: ein Volk, ein Reich, ein Führer: un
popolo, uno Stato, un capo. Stavolta si sono contentati di scandire ein Volk, ein Reich. Non potevano
aggiungere, checché ne dica il sig. Ridley, ein Kohl, che fra l'altro significa «cavolo». Ma [ai tedeschi] per
diventare i padroni dell'Europa anche un cavolo gli basta.

[3 ottobre 1990, il Giornale]
184. Abbiamo fatto poco: il poco che il Paese dei Formigoni, dei Cristofori, degli Sbardella, dei Balducci,
dei vescovi di Molfetta poteva fare. Non lamentiamoci se il posto che ci verrà assegnato nel ristabilimento
dell'ordine internazionale sarà nell'anticamera, non nella camera dei bottoni. Però sia chiara una cosa: che
a gridare «Viva la pace!» siamo qualificati oggi soltanto noi che abbiamo auspicato la guerra contro chi la
pace l'aveva turbata e, se lo si lasciava fare (non è un ipotesi, è una constatazione), avrebbe continuato a
turbarla in un crescendo di colpi e di aggressioni.

[1 marzo 1991, il Giornale]

185. I voti dei democristiani novaresi non sono andati al partito; sono andati a Scalfaro, democristiano
talmente anomalo, che si permette persino di credere in Dio. [...] Il vecchio magistrato conosce il suo
mestiere, e sa benissimo di operare in un Paese in cui la mamma dei Casson è sempre incinta. In nome della
Legge, le leggi le farà funzionare. Insomma siamo sicuri che starà in Quirinale come un italiano deve
starci: da straniero. Unico pericolo: le prediche. Anche Einaudi le faceva. Ma le chiamava «inutili».

[26 maggio 1992, il Giornale]

186. Da dove siano venuti tutti i «no» non lo sapremo mai con precisione, ma una cosa è certa. Questo è il
colpo di grazia al sistema dei partiti e della classe politica che lo rappresenta, e un colpo durissimo
all'immagine del Paese pronto a fare pulizia che l'Italia si stava faticosamente costruendo all'estero. Senza
giovare nemmeno a Craxi, che non potrà certo ricostruire la sua carriera sulla votazione di ieri, anzi. Se c'è
ancora qualcuno che dubita sulla necessità di un pubblico processo, non solo a lui, ma a tutta la corte di
faccendieri che lo circondava, alzi la mano, o meglio nasconda la faccia.

[30 aprile 1993, il Giornale]

187. Questo è l'ultimo articolo che compare a mia firma sul giornale da me fondato e diretto per vent'anni.
Per vent'anni esso è stato i miei compagni di lavoro possono testimoniarlo la mia passione, il mio
orgoglio, il mio tormento, la mia vita. Ma ciò che provo a lasciarlo riguarda solo me: i toni patetici non
sono nelle mie corde e nulla mi riesce più insopportabile del piagnisteo. [...] A presto dunque, cari lettori.
Anche a costo di ridurlo, per i primi numeri, a poche pagine, riavrete il nostro e vostro giornale. Si
chiamerà La Voce. In ricordo non di quella di Sinatra. Ma di quella del mio vecchio maestro maestro
soprattutto di libertà e indipendenza Prezzolini.

[12 gennaio 1994, il Giornale]

188. È un volgare calunniatore [Vittorio Sgarbi], che non disonora sé stesso, ma anche il suo committente e
padrone (tutti sappiamo chi è) che si serve di un simile scherano.

[8 novembre 1995]

189. I riformatori italiani, quando si tratta di riformare ciò che non ha bisogno di essere riformato, sono
instancabili. L'attività dell'Ucas, Ufficio complicazioni affari semplici, come ricordava un altro lettore
esasperato, è frenetica.

[13 dicembre 1995]
190. Io credo che il miglior omaggio che si può rendere a Moro sia quello di archiviare l'episodio che ne
segnò la fine e dal quale, diciamo la verità, la sua immagine esce tutt'altro che bene. Quando sento dire che,
oltre a quelle conosciute, ci sono anche altre lettere di Moro, prego Iddio che non vengano trovate. So già
cosa contengono, e preferisco non leggerlo.

[21 dicembre 1995]

191. È assolutamente impossibile istillare negli zingari il concetto di proprietà e quindi educarli al lavoro
come mezzo per conquistarsela. Ma temo che sia altrettanto impossibile far capire tutto questo ai nostri
pietisti, religiosi e laici, che farneticano di «integrarli».

[30 dicembre 1995]

192. Una delle eterne regole italiane: nel settore pubblico, tutto è difficile; la buona volontà è sgradita; la
correttezza, sospetta. Per questo, le persone capaci continueranno a tenersi a distanza di sicurezza dalla
«cosa pubblica», lasciando il posto ai furbastri (magari bravi) e alle mezze cartucce (magari oneste). Così,
purtroppo, vanno le cose in questo bizzarro paese.

[26 gennaio 1996]

193. L'unico incoraggiamento che posso dare ai giovani, e che regolarmente gli do, è questo: «Battetevi
sempre per le cose in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Una sola potete
vincerne: quella che s'ingaggia ogni mattina, quando ci si fa la barba, davanti allo specchio. Se vi ci potete
guardare senza arrossire, contentatevi».

[20 febbraio 1996]

194. Non so se il Pci sia sotterraneamente sceso a trattative con le Br per convincerle a secondare questo
piano. So soltanto che le Br, le quali invece la rivoluzione la volevano sul serio, lo rifiutarono, e fu proprio
per farlo naufragare che rapirono e poi uccisero colui che doveva esserne lo strumento. [...] Fu il risoluto e
quasi furibondo (oltre che sacrosanto) no dei comunisti che fece naufragare il tentativo [Trattativa Stato-
BR durante il sequestro Moro], che invece in seno alla Dc aveva parecchi sostenitori, anche se non osavano
dirlo apertamente. Di qui le accuse e le insinuazioni contro i suoi compagni di partito, lanciate da Moro in
quelle famose lettere, che avrebbe fatto meglio a non scrivere perché indegne di un vero uomo di Stato, anzi
di un uomo tout court, e che ancor oggi forniscono materia al sospetto di una congiura fra democristiani
con l'aiuto dei soliti servizi segreti «deviati» per sbarazzarsi di lui. Vero nulla. Forse nella Dc le forze
«trattativiste», praticamente disposte alla resa alle Br, avrebbero vinto, se non ne fossero state impedite
dalla risolutezza del Pci, che di un brigatismo assurto ad interlocutore dello Stato non voleva sentir parlare
e di un Moro salvato al prezzo di una simile capitolazione non avrebbe più saputo che farsi.

[26 marzo 1996]

195. No, è stata la persecuzione che ha costretto gli ebrei, per resisterle, a tendere ed affinare tutte le loro
risorse intellettuali. Ecco il segreto dei loro primati. In tutto. E talvolta anche nella cretineria.

[3 aprile 1996]
196. Io non mi considero affatto ateo e non capisco come si possa esserlo.

[23 maggio 1996]

197. Quanto scrivi [riferito a una lettrice] sull'insegnamento della Storia nelle nostre scuole è
sacrosantamente vero. I testi su cui ve la fanno studiare sono o reticenti o faziosi, ma più spesso l'una cosa
e l'altra, e soprattutto scritti coi piedi.

[4 settembre 1996]

198. No, caro N***, non mi basta che il Pool abbia perseguito e persegua una buona Causa. Doveva farlo
anche con buoni mezzi e criteri. E il caso Di Pietro basta a dimostrare che questo non è sempre avvenuto.

[24 ottobre 1996]

199. Io non ho titoli culturali che mi qualifichino a lezioni su una tematica come quella del calvinismo. Ma
credo di averne afferrato l'essenziale: la concezione della Ricchezza come segno della Grazia, di cui quindi
non si è proprietari, ma amministratori per conto del Signore col compito di moltiplicarla per il bene di
tutti.

[21 dicembre 1996]

200. Di commissioni d'inchiesta il nostro parlamento ne ha partorite a dozzine. Me ne citi una sola che
abbia raggiunto dei risultati, anche semplicemente conoscitivi. Per un Parlamento come il nostro (e mi
trattengo a fatica dal qualificarlo) anche la ricerca della verità è materia di lottizzazione.

[23 dicembre 1996]

201. Quando ebbi un processo non con un magistrato ma con un politico del rango di De Mita che avevo
coinvolto nella mala amministrazione dei fondi stanziati per l'Irpinia dopo il terremoto, non trovai, in tutta
quella vasta regione, una toga che venisse a testimoniare in mio favore. L'unico che mi difese fu colui che
avrebbe dovuto accusarmi: il pubblico ministero del tribunale di Monza, Mariconda: non sul merito delle
accuse, ch'egli non aveva elementi per poter valutare, ma sul diritto che mi riconosceva di lanciarle. Anche
l'uso di 50-60 mila miliardi stanziati per l'Irpinia rimase un porto nelle nebbie.

[12 gennaio 1997]

202. La sola parola «ingegneria genetica» mi mette i brividi.

[14 marzo 1997]

203. Io non mi sono mai impiccato. Ma a Norimberga assistetti a diciassette impiccagioni, compresa quella
di un cadavere, il cadavere di Göring che si era suicidato il giorno prima. Be', mi resi conto [...] che ficcare
la testa nel nodo scorsoio di una corda non è un esercizio da mezzetacche o quacquaracquà.

[15 maggio 1997]
204. [Gladio] Era stato istituito in quasi tutti i Paesi che facevano parte della Nato, e per volontà della
Nato, consapevole che i suoi soci europei non avrebbero potuto resistere all'attacco di una Potenza
superarmata qual era l'Unione Sovietica: avrebbero dovuto aspettare, per la riscossa, l'intervento
dell'America. Lo dimostra il fatto che quando questo piano fu rivelato, nessun altro Paese trovò nulla da
ridirne. Solo noi italiani i soliti romanzieri imbecilli e peggio che imbecilli ne facemmo materia di
scandalo e pretesto di «gialli» che tuttora trovano credito, come la sua lettera dimostra. Anch'io mi sento
scandalizzato, e un poco offeso. Ma solo dal fatto che nessuno mi abbia sollecitato l'adesione al Gladio:
l'avrei data con entusiasmo.

[7 giugno 1997]

205. A fare l'Italia alcuni pochi italiani ci sono, senza e contro i più, riusciti. A fare gl'italiani, l'Italia, in
centocinquant'anni, non c'è riuscita; anzi non ci s'è nemmeno provata.

[19 giugno 1997]

206. Il vero cacciatore ama gli animali a cui dà la caccia, forse anche perché li considera complici di
questo gioco in cui ritrova la sua origine esistenziale. Non spara, per esempio, sul bersaglio fermo: lo
considera sleale.

[9 luglio 1997]

207. Al matrimonio misto, che dell'integrazione razziale è la condizione genetica, sono i neri, molto più dei
bianchi, che si rifiutano. Non è quindi colpa degl'italiani, o almeno non tutta questa colpa è degl'italiani, se
anche da noi l'integrazione con gl'immigrati africani incontra degli ostacoli. Quella con gli oriundi dei
Paesi europei non ne incontra nessuno, salvo quelli che frappone la burocrazia, la quale ne pone tanti
anche a noi, e anzi campa solo di questo. Non ho mai sentito un francese, o un inglese, o un tedesco, o un
bulgaro o un ukraino lamentarsi di una apartheid italiana. Ci sono anche da noi, purtroppo, delle
manifestazioni di razzismo. Ma queste sono dovunque, e in Italia meno violente che altrove. L'Italia è un
Paese che va a catafascio. Ma non buttiamogli addosso anche delle croci che non merita. Quelle che merita
bastano, e ne avanza.

[24 agosto 1997]

208. Io sono un italiano, fra i pochi rimasti che nei confronti dell'Italia s'ispirano all'adagio inglese: «Che
abbia ragione o torto, sto col mio Paese». Anch'io sto col mio paese quando ha torto, ma senza pretendere
che il suo torto sia considerato ragione.

[23 settembre 1997]

209. Sono e rimango convinto che fin quando noi italiani ci affideremo soltanto alla Legge o, come ora usa
chiamarla, alle «regole» , rimarremo quello che siamo, coi vizi che abbiamo, fra cui quello di accatastare
regole su regole al solo scopo di metterle in contraddizione l'una con l'altra per poterle meglio evadere.

[16 ottobre 1997]
210. Forse farebbe meglio ad astenersi a dare lezioni di liberalismo a me che sono stato, in tutto il
giornalismo italiano, l'unico a difenderlo negli anni Settanta e Ottanta, quando difenderlo era difficile e
poteva anche costar caro. Non me ne faccio un vanto perché, quando alla fine ha vinto, ho visto di che
liberalismo si trattava, ed è per questo che ho votato Ulivo.

[23 ottobre 1997]

211. Le confesso che il suo piglio perentorio e inquisitorio mi disturba alquanto, anche perché mi lascia
capire che lei parte da convinzioni così granitiche da rendere vano ogni tentativo d'insinuarvi almeno un
dubbio.

[23 ottobre 1997]

212. È importante tutto questo? No. Non lo è per me né per lei, che sappiamo cosa è accaduto. E non lo è
per i leghisti doc, secondo cui qualunque cosa propone il capo è Vangelo. Se Bossi decide di andare in
Bicamerale, applaudono. Se decide di abbandonare la Bicamerale, esultano. Se va con Berlusconi,
assentono. Se lascia Berlusconi, approvano. E se un giorno si sveglia e cambia i confini della Padania,
accettano i nuovi confini. Tempo fa, rispondendo a un lettore, scrissi che «i leghisti sono pronti a
inneggiare anche all'annessione della Yakuzia, e non solo perché non sanno dove sta». Arrivarono molte
lettere indispettite. Ma nessuna contro l'annessione della Yakuzia.

[29 ottobre 1997]

213. Se sono come sono uno di quegli uomini di Destra che ultimamente hanno votato, sia pure
controvoglia, per la Sinistra (annacquata) dell'Ulivo, è perché da questa, che non è mai stata la mia
bandiera, non mi sento tradito. Essa sta facendo ciò che prometteva di fare, ma lo fa con molta
moderazione, e con una squadra di uomini che magari non saranno (meno qualcuno, come per esempio
Ciampi) di serie A, ma da cui non temo, e credo che nessuna persona ragionevole possa temere,
l'instaurazione di un regime.

[10 dicembre 1997]

214. E lo specchio non vi giudica dai successi che avrete ottenuto nella corsa al denaro, al potere, agli
onori; ma soltanto dalla Causa che avrete servito. Tenendo bene a mente il motto degli hidalgos spagnoli:
«La sconfitta è il blasone delle anime nobili».

[31 dicembre 1997]

215. Che cosa io pensi dell'onorevole Previti mi pare di averlo detto in termini talmente espliciti da
apparire a più d'uno brutali: un personaggio che solo a guardarlo in faccia verrebbe voglia di applicargli
le manette ai polsi prima ancora di sapere chi è e cosa ha fatto.

[31 gennaio 1998]

216. Infine, c'è quello che io considero il vero, grande vantaggio dell'euro: una volta dentro, non potremo
tornare all'allegra finanza pubblica d'un tempo.
[20 febbraio 1998]

217. Tutti hanno diritto di credere nel miracolo, quando non c'è altro a cui aggrapparsi. La scienza no: se
lo ricordi anche il Papa.

[23 febbraio 1998]

218. I conti col passato, si capisce, bisogna farli. Ma a un certo punto bisogna chiuderli. Perché nella
Storia non ce n'è mai stato uno che, protratto all'infinito, non ne abbia innescato un altro.

[10 marzo 1998]

219. Perché, caro B***? Perché la vocazione a dividerci sempre e su tutto per il nostro «particulare», come
lo chiamava Guicciardini, noi italiani ce la portiamo nel sangue, e non c'è legge che possa estirparla.

[18 aprile 1998]

220. Che un giudice spagnolo in vena di protagonismo abbia chiesto all'Inghilterra la consegna di un ospite
straniero andato a Londra in forma privatissima per ragioni di salute, non mi stupisce: un Di Pietro può
nascere dovunque. Ma che l'Inghilterra si proponga di consentire, non mi stupisce. Mi sbalordisce, come ha
sbalordito e indignato la signora Thatcher che aveva ospitato in casa il Generale. Ma ancora di più mi
sbalordirebbe che la Giustizia spagnola, cioè di un Paese che non solo ha accettato per quarant'anni il
potere di un Generale, ma gli ha consentito (per sua fortuna) di disporne anche dopo morto, portasse
davanti a una Corte di Giustizia quello cileno. Per non parlare delle conseguenze che tutto questo potrebbe
provocare in Cile dove, nel caso che il governo Frei si mostrasse esitante e accomodante, le Forze Armate
potrebbero riprendere il potere per rompere i rapporti diplomatici con Spagna e Inghilterra e dimostrare al
mondo che i processi alla Norimberga hanno fatto il loro tempo. Se a qualcuno il Generale cileno Pinochet
deve rendere conto del suo operato, è soltanto al Cile e ai suoi tribunali. E se io fossi un cileno che ha
votato Frei (come certamente avrei fatto se fossi stato un cileno), in questa occasione mi schiererei con le
Forze Armate. Con tanti saluti a tutto il sinistrume italiano passato, presente e futuro.

[24 ottobre 1998]

221. Che gli Usa siano in tutto il mondo odiati dagli uomini come lei [riferito a un lettore], è verosimile, e
quindi più che credibile. Un po' meno credibile è che gli uomini di tutto il mondo siano e la pensino come
lei. Comunque, il giorno in cui quel Paese venisse chiamato (ma da chi?) sul banco degl'imputati come il
nemico dell'umanità, io chiederò di essere ascoltato come testimone. Per dire alla Corte dei Vecchio di
turno che io, uomo qualunque, mi considero graziato tre volte da questo grande nemico dell'umanità. La
prima fu quando mi strappò al pericolo di diventare per bene che mi fosse andata l'attendente di un
colonnello tedesco. La seconda fu quando mi sottrasse a quello di finire i miei giorni in un kolkos siberiano.
La terza fu quando, invece di rimettermi la parcella di questi favori, mi aiutò a rifarmi la casa senza
contestarmi il diritto di invitarvi anche coloro che pensano (si fa per dire) e parlano (o meglio sbraitano)
come lei.

[10 aprile 1999]
222. Tradotto in politica, non c'è nulla di più intollerante e fazioso, e quindi di meno pacifico, del pacifismo
in generale, e di quello italiano in particolare. È un pacifismo a fasi alterne, e che si sveglia soprattutto,
anzi quasi esclusivamente, quando a fare la guerra sono gli americani. Furioso e devastatore imperversò,
non soltanto in Europa, ma nella stessa America, al tempo del Vietnam: al punto che quando Nixon venne in
visita in Italia (quell'Italia che poteva fare ciò che voleva grazie agli americani) dovettero mandarlo a
prendere a Fiumicino con un elicottero e trasportarlo via aria in Quirinale perché via terra avrebbe
rischiato la pelle. Ma questo stesso pacifismo rimase impassibile quando i carri armati sovietici
schiacciarono l'Ungheria (e a Montecitorio risuonò il grido: «Viva l'Armata Rossa!»), e poco dopo la
Cecoslovacchia e da ultimo l'Afghanistan. Sono sempre gli stessi, i pacifisti italiani. Con una bandiera in
mano come quella della pace (chi può infatti invocare la guerra?), si sentono invulnerabili. Ma la
sventolano solo per il povero Milosevic; il genocidio del Kosovo li lascia del tutto indifferenti.

[5 maggio 1999]

223. Non sempre condivido le opinioni di Sartori. Qualche volta, anzi spesso, abbiamo litigato, anche
perché a lui litigare piace moltissimo: da buon toscano, è nella polemica che lui, e forse anch'io, diamo il
meglio di noi. E anche sull'articolo del 25 maggio non siamo in tutto e per tutto d'accordo. Lo siamo nel
respingere la qualifica di «pacifista», che entrambi lasciamo in esclusiva alle «anime belle» che,
sventolando la bandiera della pace, sperano di raccogliere intorno a essa tutti gl'ipocriti e gl'imbecilli che,
sommati insieme, costituiscono certamente la stragrande maggioranza degl'italiani.

[29 maggio 1999]

224. Lo Stato di Platone, quello che lui chiamava la polis, e che poi era Atene, aveva, al tempo di Platone,
cioè nel momento del suo massimo splendore, ventimila abitanti, di cui solo cinquemila avevano diritto al
voto. E veda un po' come quei civilissimi cittadini lo usarono nelle assemblee dell'Acropoli: mettendo sotto
processo Pericle e Aspasia, condannando a morte Socrate e provocando la guerra del Peloponneso, che fu
la rovina non solo di Atene, ma di tutta la Grecia e della sua civiltà. Ora se il sistema della «democrazia
diretta» o, come lei la chiama, «partecipatoria», non funzionò nemmeno in una polis di ventimila abitanti,
s'immagini un po' cosa diventerebbe nei formicai umani cui si sono ridotte le polis attuali, e non soltanto
quelle italiane. [...] Lei ha tutte le ragioni del mondo a dire che l'attuale sistema di democrazia
«rappresentativa» o «delegata» ha dei vizi gravissimi e spesso provoca disastri, compresa quella
americana, che pure è una di quelle che meglio funzionano. Ma, mi creda, quella «diretta» o «di piazza» è
ancora molto più pericolosa perché continuamente a rischio di cadere in balia di qualche ciarlatano che
sappia soltanto vendere bene la sua merce. Certo, quella indiretta esige, da parte del cittadino, una
partecipazione che in Italia manca. Ma non è certo coi referendum che si può sostituirla. Almeno questo mi
ha insegnato l'esperienza.

[22 agosto 1999]

225. Quello di Franco, se proprio vogliamo chiamarlo regime, fu un regime di polizia, di una polizia molto
più dura di quella fascista, ma un totalitarismo no. Ecco perché, quando sentì avvicinarsi il momento della
fine, Franco poté liquidare il franchismo con relativa facilità: perché di totalitario non aveva altro che le
galere. Però bisogna anche riconoscere che questo soldataccio squallido e ottuso (sul piano umano era
repellente), il ritorno al regime democratico seppe compierlo da maestro, facendosi consegnare dal
pretendente al trono, Don Juan, ch'egli considerava (non a torto) poco affidabile, il figlio Juan Carlos per
prepararlo operazione riuscitissima ai suoi compiti di Re, e mettendogli accanto un uomo di primissimo
ordine come Suarez.

[24 ottobre 1999]

226. Non conosco Haider, e quindi nemmeno i fondamenti della sua ideologia, ammesso che ne abbia una.
A occhio e croce, più che un nazista, mi sembra un qualunquista che interpreta, o cerca d'interpretare i
sentimenti e i risentimenti di una pubblica opinione di livello bossiano, scontenta di tante cose, e a cui
l'Austria attuale va stretta. [...] Non so se anche Haider ripeto: non lo conosco sia un omuncolo. Ma penso
che l'Europa, ponendo il veto a un suo eventuale governo, costringerà gli austriaci ad affidargliene
l'incarico, come avvenne per Waldheim. Io al pericolo di un rigurgito nazista non ci credo. Come ho letto in
un articolo (mi pare di Enzo Bettiza, ma potrei sbagliarmi) penso che Jorg Haider somigli più a un Poujade
che a un Le Pen, cioè più a una miscela di Bossi e di Giannini che a un Pino Rauti. Ciò che mi allarma è
l'incapacità dell'Europa a riflettere sulle sue proprie esperienze a trarne qualche insegnamento. Questo, sì,
mi fa paura.

[3 febbraio 2000]

227. Li conosco e riconosco, quei regimi [di dittatura e di censura]. Ne avverto il passo anche di lontano, e
convengo che in Italia il pericolo di vederne arrivare qualcuno c'è. Ma sa quando si realizzerà? L'anno
venturo, dopo la vittoria che io do per certa del Polo alle Politiche. Vedrà. La prima cosa che farà
Berlusconi, come la fece nel '94, sarà di spazzare via l'attuale dirigenza Rai per omologarne le tre Reti a
quelle sue.

[26 febbraio 2000]

228. Una Giustizia che per istruire un processo impiega sei o sette anni e poi non riesce a chiuderlo con
una sentenza che non si presti a rimetterlo, con qualche marchingegno, in gioco, è un meccanismo di cui
bisogna assolutamente rivedere e rifare gl'ingranaggi: «Giustizia ritardata dice Montesquieu è Giustizia
negata».

[7 giugno 2000]

229. Il revisionismo è la materia prima della storiografia che, senza di esso, sarebbe una disciplina morta.

[16 giugno 2000]

230. Il mio giudizio su Garzón resta quello di prima, solo un po' rinforzato: un garzoncello smanioso
soltanto di leggere il proprio nome sulle prime pagine di tutti i giornali e di vedere la propria effigie sugli
schermi televisivi di tutto il mondo: il che rafforza la mia ipotesi che si tratti di un italiano nato per sbaglio
in Spagna.

[30 giugno 2000]

231. La pena di morte americana esiste e resiste in America perché fu un elemento base e costitutivo della
sua nascita e sviluppo. Dei famosi 102 «Padri Pellegrini» che per primi sbarcarono dal «Mayflower» in
quel Continente non per saccheggiare le ricchezze come facevano spagnoli e portoghesi in Messico e
nell'America del Sud, ma per costruirvi una società nuova e libera, circa i due terzi erano avanzi di galera
che fuggivano la Giustizia e le prigioni dell'Europa, e un terzo erano uomini che cercavano la libertà, e
soprattutto quella religiosa. I primi avevano in tasca la pistola, i secondi la Bibbia, ma nella sua versione
calvinista quella del taglione, basata sulla concezione di un Dio giustiziere che esige la morte di chi senza
giusto motivo la dà.

[9 luglio 2000]

232. A Rimini, cioè in casa propria (ma anche nostra, almeno per il momento), questi signorini [di
Comunione e Liberazione] non hanno fatto altro che fischiare tutto ciò che è italiano, acclamare al nuovo
beato Pio IX, il Papa-Re che pretendeva di impedire il processo di unificazione nazionale, ed esaltare come
i veri eroi del risorgimento i Borboni e i briganti del Cardinale Ruffo. A lei, tutto questo va bene? A me, dà
il vomito.

[13 settembre 2000]

233. Il mio parere è rimasto quello che espressi sul mio Giornale l'indomani del fattaccio [l'agguato di via
Fani]. «Se lo Stato, piegandosi al ricatto, tratta con la violenza che ha già lasciato sul selciato i cinque
cadaveri della scorta, in tal modo riconoscendo il crimine come suo legittimo interlocutore, non ha più
ragione, come Stato, di esistere». Questa fu la posizione che prendemmo sin dal primo giorno e che per
fortuna trovò in Parlamento due patroni risoluti (il Pci di Berlinguer e il Pri di La Malfa) e uno riluttante
fra lacrime e singhiozzi (la Dc del moroteo Zaccagnini). Fu questa la «trama» che condusse al tentennante
«no» dello Stato, alla conseguente morte di Moro, ma poco dopo anche alla resa delle Brigate rosse. Delle
chiacchiere e sospetti che vi sono stati ricamati intorno, e che ogni tanto tuttora affiorano, non è stato mai
portato uno straccio di prova, e sono soltanto il frutto del mammismo piagnone di questo popolo imbelle,
incapace perfino di concepire che uno Stato possa reagire, a chi ne offende la legge, da Stato.

[22 settembre 2000]

234. La Serbia ha perduto la guerra e ha vinto la pace: ora deve voltar pagina. Sarà la storia un giudice
non imparziale, ma efficace a decidere cos'è stato giusto e cos'è stato sbagliato. Tuttavia, una ritorsione
serba verso l'Occidente avverrà. E ci troverà disarmati. Sa di cosa parlo? Delle rivendicazioni sul Kosovo,
che è amministrato dalla Nazioni Unite ma è ancora Jugoslavia (lo dice la risoluzione dell'Onu). I serbi
chiederanno di tornare a controllarne le frontiere, per esempio. E dire no a un Kostunica buono è più
difficile che dire sì a un Milosevic cattivo. Gli albanesi del Kosovo, sono certo, lo hanno già capito.

[8 ottobre 2000]

235. È un dimenticato, Ojetti, come in questo Paese lo sono quasi tutti coloro che valgono. Se io dirigessi
una scuola di giornalismo, renderei obbligatori per i miei allievi i testi di tre Maestri: Barzini, per il grande
reportage; Mussolini (non trasalire!), quello dell'Avanti! e del primo Popolo d'Italia, per l'editoriale
politico; e Ojetti, per il ritratto e l'articolo di arte e di cultura.

[13 novembre 2000]

236. In Italia fu il potere temporale a soffocare negl'italiani la voce della coscienza e a spegnere in loro
ogni senso di responsabilità. Ma fu la Controriforma a fornire al prete le armi per accaparrarsi l'una e
l'altra: il Sant'Uffizio, le scomuniche e, nei casi estremi, il patibolo. Con questo risultato: l'aborto del
«cittadino» e la trasformazione di quello che avrebbe dovuto e potuto diventare un «popolo» in un gregge
(come con inconsapevole spudoratezza i preti lo chiamano), e in un gregge di pecore indisciplinate che
credono di affermare il loro ribelle individualismo non rispettando il semaforo rosso.

[20 novembre 2000]

237. Questo mondo materialista, edonista ed esibizionista non entusiasma neanche me; e, visto che mi
legge, dovrebbe saperlo. Ma vorrei conoscere il sistema che voi avete in mente, e non avete il coraggio, o la
capacità, di proporre. Un mondo francescano? Bello: ma guardatevi intorno, e ditemi se vedete un saio. Un
comunismo riveduto e corretto? Farebbe la fine dell'altro, anche se non riuscirà a ripeterne i disastri. Mi
creda, G.: l'unico sistema sociale ed economico oggi accettabile, in Occidente, è quello basato sul mercato:
un capitalismo controllato e temperato, per intenderci. È auspicabile che sia anche corretto: e questo non
sempre accade, è vero. Il guaio è che il capitalismo è fatto dai capitalisti e quelli, devo ammettere, sono
spesso difficili da digerire. Non cerchi di confondermi le idee, quindi. Non ci riuscirà. Probabilmente ho tre
volte i suoi anni, e ho visto dove conducono queste generiche tirate contro «le multinazionali»: prima o poi,
qualcuno deporrà la spranga e prenderà la pistola. Dimenticavo: io firmo le mie opinioni, lei tira il sasso e
nasconde la mano. Tutti coraggiosi così, voi ragazzi di Seattle?

[9 giugno 2001]

238. Non erano, le mie, parole di circostanza. Erano e rimangono quelle di un conservatore abbastanza
spassionato e nutrito di Storia da capire che non c'è, per la conservazione di ciò che va conservato, nemico
più mortale dei conservatori che vogliono conservare tutto; e che un sistema capitalistico senza un
correttivo socialista diventa una jungla che conduce pari pari a Carlo Marx. Di qui il mio amore per uno
dei personaggi meno amabili, sul piano umano, della nostra Storia, Giolitti, che sempre cercò l'accordo con
Turati, a cui il cretinume massimalista che nel vostro partito ha sempre dominato lo impedì. Il vedervi
sbriciolati in gruppi, gruppetti e gruppuscoli annaspare nell'attuale centro-sinistra in cui nessuno riesce a
recitare la parte di se stesso, fa male al cuore di un vecchio autentico liberal-conservatore come me. Cosa
aspettate, caro Tamburrano, a ridarci il socialismo, ma che sia quello e quello solo: il socialismo di Turati
e di Massarenti? [...] Credo che come forza politica siate abbastanza mal messi. Ma in compenso avete in
mano una grande bandiera che prima o poi un esercito la ritroverà. Arrivederci, al primo settembre, cari
lettori.

[4 luglio 2001]

239. Scorrendo le cronache delle agitazioni studentesche di questi giorni avevo avuto per un momento
l'impressione, o l'illusione, che esse si fondassero sui problemi concreti dell'università, e che fossero
qualcosa di diverso, e di migliore della grottesca ubriacatura sessantottina. Ma quando giovedì sera, nella
trasmissione televisiva Samarcanda, è stato lanciato contro Mario Cervi il rituale e vile epiteto «fascista!»
(e questo solo perché aveva mosso obiezioni agli sproloqui assembleari di Roma e di Palermo), ho capito
che vent'anni dopo è come vent'anni prima. La protesta è un pretesto, il legittimo scontento diventa arma
politica, gli appelli al dialogo si risolvono in volontà di sopraffazione, di discussione su ciò che
nell'università deve essere cambiato sfocia in un attacco globale al governo, alla società, al sistema.
L'unica connotazione sessantottina che ancora manca è la violenza fisica. Ma temo che non tarderà ad
arrivare se chi dissente è bollato come fascista e chi governa (è capitato ad Andreotti, a Palermo) come
mafioso.
240. Quanto alla legge Ruberti, Cervi ha osservato che viene presa di mira perché consentirebbe un
limitato ingresso dei privati nella gestione delle università: e al solo sentir parlare di «privato» che le folle
e i giovani dell'Est chiedono con slancio entusiastico gli epigoni nostrani del marxismo-leninismo sono
presi da convulsioni. [...] La legge Ruberti è passata in sott'ordine, il punto centrale del dibattito o
piuttosto della successione di sproloqui, intimazioni e insulti è diventato il degrado di questa povera Italia
privatizzata, che invece conoscerebbe fulgidi destini se fosse tutta pubblica e stabilizzata. Gli slogans, le
utopie, le bugie e le dissennatezze sessantottine o settantasettine riemergevano dalle pagine dei libri e dalla
polvere degli archivi, per imitazione o per transfert generazionale.

241. Tirava aria romena o cecoslovacca in quelle assemblee: ma della Romania e della Cecoslovacchia di
Ceausescu e di Husak, con l'idolatria dello Stato, con gli applausi unanimi, con la riduzione al silenzio
degli oppositori. S'è sentito, a proposito sempre di Cervi, il sinistro termine «provocazione» con cui tutti gli
oppressori legittimano i loro soprusi. Qualcuno di quei ragazzi pretende che esistano parentele tra questo
movimento e quelli dell'Est, dimenticando che là ci si batte, a rischio della pelle, per instaurare non il
regime dello statalismo, ma al contrario per abbatterlo e introdurre o reintrodurre quello di iniziativa
privata in tutti i campi, compreso quello della cultura e della scuola. Che siano diventati, gli studenti di
Berlino, di Praga, di Bucarest, fascisti anche loro?

242. L'Inghilterra non sono i forsennati che abbiamo visto all'opera nello stadio di Bruxelles. L'Inghilterra
sono la Thatcher, i politici, i commentatori di stampa, radio e televisione, la gente intervistata per strada,
che hanno confessato la loro vergogna a una voce, con una sola stecca: quella del ministro dello Sport che
con le sue dichiarazioni si è messo sullo stesso piano degl'imbestialiti. Comunque, Dio ci guardi ora dai
soliti sproloqui e dibattiti dei sociologi sui motivi di «tifo» e sui mezzi d'impedirne gli eccessi. Non ce ne
sono, se non nel controllo che ognuno può e deve esercitare su di sé.

243. La strega non è il «tifo» che dallo sport è inseparabile. E non siamo nemmeno noi, come vogliono i
cantautori del «siamo tutti colpevoli» che ieri giornali e radio hanno intitolato. Perché, se di qualcosa
siamo colpevoli, è di aver sempre secondato la corruttrice e demagogica tendenza a scaricare l'individuo di
ogni responsabilità, rigettandola regolarmente e interamente sulla società. È la società che ci obbliga a
rubare, è la società che ci obbliga ad uccidere. E si capisce che quando si offrono alla gente di questi alibi,
c'è sempre qualcuno che ne approfitta. Stamane leggevo su un giornale francese un dotto articolo in cui si
spiegava che la furia dei tifosi del Liverpool era dovuta la fatto che, essendo quasi tutti minatori, per un
anno erano rimasti senza lavoro a causa dello sciopero: il che gli aveva fatto accumulare la rabbia che poi
era scoppiata a Bruxelles. Insomma, senza dirlo, l'articolo induceva alla conclusione che il vero
responsabile del massacro era la signora Thatcher. Ecco in che senso siamo tutti colpevoli. Siamo colpevoli
di assolvere tutti come vittime innocenti di una società iniqua che, a furia di essere tutti noi, non è nessuno.
È un giuoco a cui non ci stiamo. I responsabili di Bruxelles sappiamo chi sono: sono i delinquenti che
abbiamo visto avventarsi, prima che la partita cominciasse, e quindi senza alcuna provocazione, contro i
tifosi italiani con sbarre e coltelli di cui erano accorsi armati, con l'evidente intenzione di farne l'uso che ne
hanno fatto. Delinquenti, non vittime. La società non c'entra, non c'entrano le miniere. Casomai l'alcol. Ma
ne avevano ingerito per delinquere meglio. Speriamo che la polizia li identifichi e li consegni a quella
inglese. Della quale possiamo fidarci.

244. La fine di Aldo Moro ci rende sgomenti, il fanatismo di chi lo ha ucciso lentamente, togliendogli la
speranza prima di toglierli la vita, ci riempie di orrore. Speriamo ancora che la tracotanza dei criminali sia
un giorno punita. L'importante, adesso, è che il Paese, proprio per rendere omaggio a Moro, e proprio in
memoria di lui, sappia trarre da questa tragedia l'amara lezione che essa comporta. La democrazia non
deve, anzi non può essere debole. La libertà, che la rende superiore a qualsiasi altro regime, ma anche più
vulnerabile, non va conclusa con la indulgenza verso i nemici, la imprevidenza, la leggerezza.

245. Lo Stato italiano ha superato con onore questa prova difficile, ma la magistratura e gli organi di
polizia hanno denunciato, nella loro azione, una desolante inefficienza, che ha permesso alle brigate rosse
di operare con irridente spavalderia. Ne va data colpa non tanto alle forze dell'ordine quanto a chi ha
voluto, per demagogia, per compiacere le sinistre, per acquistare facile popolarità, smobilitare i servizi
segreti, rimuovere i funzionari più ligi al dovere, trasformare le carceri in alloggi con libera uscita
quotidiana. Gli evasori della democrazia, i contestatori della legalità hanno potuto predicare e demolire
senza ostacoli. Ci auguriamo di non vederli ora associati ipocritamente al compianto per un delitto del
quale sono, ideologicamente se non materialmente, corresponsabili. Le loro non erano soltanto parole. Un
giovane sfracellato da un ordigno sulla ferrovia Trapani-Palermo l'episodio è di ieri apparteneva a
Democrazia proletaria. I banditi che hanno assalito a Bologna un grande magazzino venivano dal
Movimento studentesco. È inutile che questi gruppi ostentino adesso costernazione e stupore per le belluine
imprese delle brigate rosse. Il terrorismo è figlio loro.

246. All'annuncio della fine di Aldo Moro i sindacati si sono mossi, hanno indetto manifestazioni e
proclamato uno sciopero generale. Siamo certi della loro profonda esecrazione, e della loro sincera
partecipazione al cordoglio nazionale. Pensiamo tuttavia che i lavoratori e i loro rappresentanti darebbero
un apporto più costruttivo alla lotta contro i terroristi tenendo d'occhio gli estremisti delle fabbriche, troppe
volte protetti e difesi. Così pure gli studenti «impegnati», se proprio vogliono dissociarsi dalle brigate
rosse, devono estromettere dalle loro file gli agitatori deliranti, e dinamitardi che nascondono bottiglie
molotov e armi negli scantinati delle facoltà. Chi ha chiuso gli occhi di fronte alla escalation di violenza
degli anni scorsi, li chiuda oggi per non lasciar scorrere lagrime di coccodrillo.

247. La cosa che più ci turba, delle nostre sconfitte sportive, è il grande, alluvionale bisticcio che si scatena
fra i «tecnici» per giustificarle. Per quella di Stoccarda, che ci ha eliminato dal campionato del mondo, ne
avremo temiamo per tutta l'estate: se ne parlerà più che di Caporetto. Noi tecnici non siamo, ma abbiamo
la nostra idea. È questa: che non si possono mandare dei polli di batteria a competere con quelli ruspanti.
Resta da capire perché noialtri non sappiamo allevare che polli di batteria. Ma ci sembra che questo sia
sufficientemente spiegato da un piccolo episodio occorso a Roma, dove un gruppo di tifosi ha creduto di
«vendicare» i suoi campioni (si fa per dire) assalendo con pomodori e uova l'ambasciata di Polonia. Ecco.
Per un paese in cui la «sana passione sportiva» si effonde in simili manifestazioni, quegli undici mammozzi
dalle gambe molli sono fin troppo, e fin troppo misericordiose le disfatte che subiscono.

[25 giugno 1974]

248. Noi, di fascismi ne conosciamo e ne esacriamo uno solo: quello di chi appiccica questa etichetta a
qualunque idea o opinione che non corrisponde alle sue. Di questo giuoco, la nostra sinistra è spesso
maestra. Non per nulla lo stesso Mussolini veniva dai suoi ranghi.

[10 luglio 1974]

249. In una conferenza stampa a Nuova Delhi, Henry Kissinger ha dichiarato che verrà a Roma e andrà a
pranzo dal presidente Leone, ma non parlerà di politica perché quella italiana è, per lui, troppo difficile da
capire. È la prima volta che Kissinger riconosce i limiti della propria intelligenza. Ma vogliamo
rassicurarlo. A non capire la politica italiana ci sono anche cinquantacinque milioni di italiani, compresi
coloro che la fanno.

[31 ottobre 1974]

250. Dario Fo, poeta di corte dell'ultrasinistra, flagella nella sua ultima fatica teatrale il senatore Amintore
Fanfani, responsabile di ogni nequizia passata, presente e futura. I sarcasmi più grevi hanno però come
bersaglio il metraggio del notabile democristiano che, come tutti sanno, non è quello di un granatiere.
Toulouse-Lautrec, che per gli stessi motivi dovette per tutta la vita subire analoghe canzonature, disse una
volta, giocando sulla lunghezza del suo doppio casato: «Ho la statura del mio nome». Non sappiamo se
questo discorso si possa applicare a Fanfani. Certo, si applica a Fo.

[11 giugno 1975]

251. Churchill diceva che «i panni dei servizi segreti si possono, anzi si devono lavare più spesso degli
altri; ma, a differenza degli altri, non si possono mettere ad asciugare alla finestra». Dello stesso parere
era Stalin che regolarmente, ogni tre o quattro anni, il lavaggio lo praticava facendo accoppare al buio i
capi della sua polizia, nel presupposto probabilmente fondato che a far quel mestiere non potevano essere
che arnesi da forca, e quindi era giusto che ci finissero. Gli americani seguono tutt'altro criterio. Essi
hanno trascinato la Cia in televisione denunciandone coram populo fatti e misfatti. I suoi capi ne hanno
commessi, dicono, di grossi. Ma il più grosso è forse quello di non aver capito che l'America non li paga per
svolgere servizi segreti, ma per offrire agli americani il pretesto per vergognarsene. È l'unico popolo che
goda più nel pentimento che nel peccato.

[28 novembre 1975]

252. Non sempre, per redigere questa piccola rubrica, occorre forzare la fantasia. Qualche volta basta
lasciare la parola alle agenzie di stampa ufficiali. Eccone un caso. L'agenzia Adn Kronos comunica: «Due
giorni di sciopero sono stati dichiarati dai sindacati postelegrafonici milanesi per il 28 gennaio e per il 6
febbraio per protesta contro gli scioperi e i disservizi».

[25 gennaio 1976]

253. L'Unità ci rimprovera di aver pubblicato il manifesto degl'intellettuali in favore della libertà. E ha
ragione. Si tratta infatti di una illecita concorrenza perché finora i manifesti, gli appelli, le «veglie» e tutto
il resto sono stati monopolio del Pci, unico partito capace di far cantare la gente in coro. Ma appunto per
questo non vediamo di che si preoccupi. Gl'intellettuali italiani che preferiscono aver ragione da soli
piuttosto che torto con gli altri, sono pochi. I più seguono la massima di Toulet: «Quando i lupi urlano, urla
con loro».
[1 giugno 1976]

254. Ieri Fortebraccio, dalle colonne dell'«Unità», ha invocato per noi, previa qualche iniezione, il ricovero
immediato, e a titolo definitivo, in manicomio. La cosa non ci stupisce: sappiamo benissimo che di
manicomi e di iniezioni nessuno s'intende più dei comunisti: chi c'è passato giura che ci hanno fatto una
mano da maestri. Ci stupisce però che Fortebraccio lo abbia implicitamente e un po' anzitempo
riconosciuto. Forse gli è scappata. Alla sua età, succede.

[10 dicembre 1976]
255. Cadendo oggi il trigesimo della scomparsa di Pietro Valdoni, vogliamo rievocare un episodio del
grande chirurgo. Come tutti ricorderanno, fu lui ad operare, salvandogli la vita, Palmiro Togliatti, ferito
alla testa dalla rivoltella di Pallante. Quando ricevette la parcella, Togliatti la trovò salata, e accompagnò
il pagamento con queste parole: «Eccole il saldo, ma è denaro rubato». Valdoni rispose: «Grazie per
l'assegno. La provenienza non mi interessa»

[23 dicembre 1976]

256. «Dio non è un maschio» assicura alle femministe Civiltà Cattolica, l'autorevole rivista dei gesuiti,
scusandosi «delle tracce di antifemminismo che ancora sono nella Chiesa». Brutto segno quando i teologi si
mettono a discutere di sesso. Fu mentre i bizantini si accapigliavano su quello degli angeli che arrivarono i
turchi.

[21 giugno 1977]

257. Anche noi italiani dobbiamo qualcosa a Elvis Presley: quella di offrirci una delle rare occasioni in cui
preferiamo essere italiani piuttosto che americani.

[20 agosto 1977]

258. È in corso una iniziativa per l'abolizione, nelle aule scolastiche, della pedana su cui si eleva la
cattedra. Il perché lo avrete già capito: l'insegnante deve mettersi, anche materialmente, a livello degli
alunni per non lederne la dignità e dimostrare con l'esempio che siamo tutti uguali. Giusto. «La via
dell'uguaglianza dice Rivarol si percorre solo in discesa: all'altezza dei somari è facilissimo instaurarla».

[29 ottobre 1977]

259. Fra gli annunci economici di Lotta Continua, ne è comparso uno che dice: «Compero a L. 100.000 una
tesi di laurea, anche già presentata, purché tratti un argomento attinente all'Inghilterra, o alla lingua,
storia, letteratura inglese. Meglio se con una impostazione femminista». Curioso. Questi grandi
rivoluzionari, che dicono di battersi per costruire una società nuova di zecca, quando si tratta di lauree, si
contentano anche di quelle usate e di seconda mano.

[3 marzo 1978]

260. Credevamo che l'assassinio di Aldo Moro, così come è stato eseguito, fosse il colmo dell'infamia.
Abbiamo dovuto ricrederci. Al comizio di protesta svoltosi in piazza Duomo a Milano subito dopo la
macabra scoperta in via Caetani a Roma, un gruppo di ultrà ha gridato: «Moro fascista!». Preferiamo le
zanne delle belve alla bava degli sciacalli.

[10 maggio 1978]

261. Ecco il nostro telegramma di congratulazioni e auguri a Pertini: «Che Dio le conceda il coraggio,
Presidente, di fare le cose che si possono e che si debbono fare; l'umiltà di rinunziare a quelle che si
possono ma non si debbono, e a quelle che si debbono ma non si possono fare; e la saggezza di distinguere
sempre le une dalle altre».
[9 luglio 1978]

262. Dall'indagine svolta da uno dei più seri istituti di ricerche demografiche, lo svizzero Scope, risulta che
la professione più ammirata e rispettata, nel mondo, è quella dei medici. I giornalisti sono al penultimo
posto. Ce ne sentiremmo profondamente avviliti se all'ultimo non vedessimo catalogati gli editori.

[29 novembre 1978]

263. Prima di partire per Vienna, il presidente [degli Stati Uniti] Carter ha fatto due dichiarazioni. La
prima: «Ci auguriamo che il signor Breznev [allora presidente dell'Unione Sovietica e Primo Segretario del
PCUS] abbia per le nostre ragioni la stessa comprensione che noi abbiamo per le sue». La seconda: «Se
Ted Kennedy si presenta contro di me alle elezioni presidenziali, gli faccio un c.o così» Il triviale Nixon
avrebbe potuto dire le stesse cose, ma certamente ne avrebbe invertito l'ordine di priorità riservando la
comprensione a Kennedy ed il c.o a Breznev. La differenza fra i due è tutta qui.

[16 giugno 1979]

264. Avvicinandosi il 25 dicembre, decine di migliaia di teneri abeti vengono strappati dai boschi della
Penisola per allestire il tradizionale albero di Natale. Ogni anno lo scempio si ripete, tra la generale
indifferenza. Soppresso l'Ente protezione animali, figuriamoci se qualcuno ha voglia di proteggere gli
alberi. Diciamo la verità: la sola pianta che interessi all'italiano medio è la pianta stabile.

[19 dicembre 1979]

265. Nel Manifesto di domenica scorsa tale K.S. Karol faceva considerazioni amare sulla rivoluzione
cubana e sui suoi fallimenti: «Fidél ha ricordato il commentatore, uno dei tanti orfani delle illusioni di
sinistra prometteva ai cubani per il 1965 un tenore di vita pari a quello svedese». Certo Fidél si è sbagliato
di grosso; non per cattiva volontà, ma per mancanza di uomini, anzi di un uomo. Sarebbe bastato che anche
la Svezia avesse uno suo Castro al potere per ritrovarsi in pochissimi anni con un tenore di vita pari a
quello cubano.

[15 aprile 1980]

266. Riferiscono le cronache che quando è giunta in tribunale la notizia dell'assassinio di Walter Tobagi, il
brigatista Corrado Alunni l'ha accolta con una sghignazzata di tripudio. Abbiamo sempre combattuto la
pena di morte sul presupposto che l'uomo non ha il diritto di uccidere l'uomo. Il presupposto lo
confermiamo. Ciò di cui cominciamo a dubitare è che gli Alunni e quelli come lui siano uomini. Sui
cadaveri sghignazzano le jene.

[30 maggio 1980]

267. A Mirafiori, parlando agli operai della Fiat in sciopero, il sindaco di Torino, Novelli, se l'è presa coi
giornalisti e li ha additati all'uditorio come falsari che ricalcano i loro resoconti non sui fatti, ma sulle
«veline» distribuite loro dai «padroni». Anche Novelli ha fatto il giornalista in un foglio comunista, e quindi
di veline e di padroni è certamente un intenditore. Ma se dopo questa denuncia ci scappa un altro
Casalegno, sarà molto gradita la sua assenza ai funerali.
[8 ottobre 1980]

268. Grandi elogi dopo il successo del blitz di Trani alle «teste di cuoio» italiane. La loro azione ha
dimostrato quanto poco valesse la strategia della flessione propugnata di alcuni personaggi. Teste anche
loro: ma di che?

[31 dicembre 1980]

269. Fra i tanti slogans che il partito socialista francese ha lanciato in occasione delle elezioni
presidenziali per rassicurare i bravi borghesi sottolineando il proprio carattere moderato e riformista,
abbiamo letto anche questo: «Il socialismo può fare di chiunque un milionario». Ci crediamo senz'altro. A
patto che quel chiunque fosse prima un miliardario.

[8 maggio 1981]

270. Per gl'italiani, finora, il nome di Gelli era quello dell'autore del più famoso e autorevole codice
cavalleresco. Anche oggi rimane legato a un codice. Quello penale.

[9 maggio 1981]

271. L'elenco degli affiliati alla P2 comprende, dicono, 953 nomi, cui corrispondono i più alti gradi della
politica, della magistratura, delle forze armate, della burocrazia, dell'industria, della finanza. Tutti
«fratelli». È la riprova che, in questo Paese, guai ai figli unici.

[11 maggio 1981]

272. Macché pazzo! L'attentatore del Papa deve essere un furbo matricolato. Dichiarandosi seguace di
George Habbas e della causa palestinese, ha cercato di procurarsi la solidarietà dei molti, dei moltissimi,
che non battono ciglio quando un terrorista cerca di spedire qualcuno all'altro mondo. Purché il terrorista
appartenga al terzo.

[16 maggio 1981]

273. Studiosi cinesi, mettendo a confronto reperti di ominidi dissimili traloro tanto da far pensare che
l'uomo discenda anche da animali diversi dalla scimmia, sono arrivati alla conclusione che i nostri
progenitori erano comunque scimmie, ancorché di specie differenti. Ci pare logico. Quale altro animale
avrebbe potuto imitare la scimmia che ha dato l'avvio alla razza umana se non un'altra scimmia priva di
senso critico?

[19 maggio 1981]

274. Una nostra redattrice andata per una sua cronaca sul femminismo alla «libreria delle donne» in via
Dogana a Milano, è stata accolta da una di loro con queste parole: «Con te non parlo perché sei di un
giornale fascista, e anche tu hai la faccia da fascista». La nostra redattrice, che ha ventun anni,
probabilmente non sapeva bene cosa fosse il fascismo. Ora lo sa: lo ha imparato in quella libreria.
[4 novembre 1981]

275. Come previsto, la Juventus ha conquistato il ventesimo scudetto battendo il Catanzaro. Una vittoria di
rigore.

[17 maggio 1982]

276. Socialisti e comunisti si sono opposti alle sanzioni economiche contro l'Argentina perché, hanno detto,
una buona metà degli argentini sono di origine italiana, e molti di loro conservano tutt'ora la nostra
nazionalità. Vero. Ma non ci eravamo accorti che queste sinistre spasimassero tanto d'amore per i nostri
connazionali di laggiù quando si trattava di riconoscergli il diritto di voto.

[22 maggio 1982]

277. Se si va avanti di questo passo, la guerra delle Falkland (o Malvine) finirà quando l'ultimo aereo
argentino sarà abbattuto col suo carico di bombe sull'ultima nave inglese. E dire che questa lotta di leoni si
svolge per un'isola di Pecore.

[27 maggio 1982]

278. Tutti abbiamo trepidato ieri, davanti al televisore, per le sorti della squadra azzurra, tutti ci siamo
entusiasmati alle sue gesta, tutti abbiamo salutato con orgoglio la sua vittoria. Ma il tipo di patriottismo
che questa ha suscitato nelle strade delle nostre città, messe a soqquadro dai tifosi scalmanati che usavano
il tricolore a copertura del peggior teppismo, ci ha fatto rimpiangere di non essere nati brasiliani.

[6 luglio 1982]

279. Mai visto così tanto entusiasmo patriottico, tanti tricolori per le strade come per la finale degli azzurri
al Mundial. Nella tomba di Caprera, le ossa di Garibaldi fremono di invidia. Per unificare l'Italia «in un
solo grido, in una sola passione» gli erano accorsi mille uomini. A Bearzot ne sono bastati undici.

[12 luglio 1982]

280. Gli scrittori Mario Soldati (PSI) e Gianni Brera (PSI) sono stati trombati [non sono stati eletti].
Peccato. Il Parlamento era l'unico posto in cui, dovendo parlare per gli altri, forse avrebbero finalmente
taciuto.

[1 luglio 1983]

281. Che Craxi sia uomo di grandi capacità e ambizioni, lo si sapeva. Che sia anche uomo di grande
coraggio, lo si è visto ieri, quando pronunciava alla Camera il suo discorso di replica. Per due volte si è
interrotto alla ricerca di un bicchier d'acqua. Per due volte Andreotti glielo ha riempito o porto. E per due
volte lui lo ha bevuto.

[13 agosto 1983]
282. Condannato dal tribunale di Reggio Emilia per bestemmie e turpiloquio contro la Chiesa, Roberto
Benigni avrebbe qualche ragione di considerarsi vittima di un'ingiustizia. Proprio il giorno prima la Chiesa
riabilitava Martin Lutero, scomunicato ai suoi tempi pressappoco per gli stessi motivi. Come cambia, coi
tempi, la sorte degli uomini! È inquietante pensare che Benigni, se fosse vissuto cinquecent'anni fa, sarebbe
forse diventato Lutero. Ma addirittura sconvolgente è che Lutero, se fosse nato cinquecent'anni dopo,
sarebbe forse diventato Benigni! (8 novembre 1983]

283. Il più autorevole giornale americano di economia e finanza, il Wall Street Journal di martedì 10
gennaio, è incorso in un curioso lapsus. Parlando del concordato fra lo Stato italiano e la Santa Sede,
scrive che esso «venne firmato nel 1929 da Bettino Mussolini». Chissà, se lo legge, come si arrabbia Benito
Craxi.

[12 gennaio 1984]

284. È vero: la Juventus, a Basilea, non ha fatto una gran figura. Giocando con più cervello, poteva vincere
comodamente 4-0. Ma attenti a non giudicare troppo severamente il Porto. Quello di Genova va molto
peggio.

[18 maggio 1984]

285. Il trentanovenne James Nelson, condannato da un tribunale di Londra a quindici anni per avere ucciso
la madre a colpi di mattone, ha sentito, chiuso in cella, la vocazione sacerdotale: si è messo a studiare
teologia, e ora sta per diventare prete nella chiesa scozzese. «È mia intenzione ha dichiarato contribuire
alla edificazione di una nuova società». Si può credergli: i mattoni ha dimostrato di saperli usare.

[25 maggio 1984]

286. L'agenzia Agi informa, con un drammatico flash, che il ministro Andreotti, «impegnato in una riunione
super ristretta con gli altri 15 ministri degli esteri della Nato, perderà la partita Roma-Liverpool». È giusto
il fatto che faccia notizia: è la prima volta che Andreotti perde qualcosa.

[31 maggio 1984]

287. Presso la Presidenza del Consiglio, a palazzo Chigi, è stata istituita una commissione di giuristi per la
completa parificazione dei diritti fra i due sessi. Finalmente! Era ora che ce la riconoscessero, a noi
uomini.

[16 ottobre 1984]

288. La riforma dei programmi della scuola elementare, cui sta lavorando il Ministro Falcucci, introdurrà
nella terza, quarta e quinta classe l'insegnamento di una lingua straniera. Non è specificato quale.
Speriamo che si tratti dell'italiano.

[21 gennaio 1985]

289. I tecnici di calcio sono rimasti stupiti dalla prova del Real Madrid che nella semifinale della coppa
Uefa ha letteralmente travolto i modesti giocatori dell'Inter. I madrileni hanno proprio vinto a biglia
sciolta.

[26 aprile 1985]

290. Quando Sandro Pertini è apparso sul video di Raiuno che trasmetteva la premiazione del concorso
ippico di Roma, il cronista ha commentato: «Anche i cavalli, come vedete, sono gentili col Presidente». Era
vero. Forse meritano di essere fatti cavalieri.

[5 maggio 1985]

291. I tifosi rossoneri sono in festa per la notizia che Berlusconi sta per acquistare il loro Milan. Sono
convinti che in un battibaleno ne farà una squadra da scudetto, da coppa delle coppe, da tutto, e forse
hanno ragione. C'è un solo pericolo: che il neo-presidente voglia fare anche il direttore tecnico,
l'allenatore, il massaggiatore, il capitano e il centrattacco. Il che potrebbe andar anche bene. Ma ad una
condizione: che possa fare anche l'arbitro.

[27 dicembre 1985]

292. Rete Quattro e Italia 1 sono state multate per violazione del decreto che proibisce la propaganda al
consumo del tabacco. Lo spot incriminato è quello che, parlando del «Camel Trophy», ostentava un
pacchetto di sigarette della ditta sponsorizzatrice. Strano Paese, il nostro. Colpisce i venditori di sigarette,
ma premia i venditori di fumo.

[13 marzo 1986]

293. Molti lettori ci chiedono quale missione sta svolgendo l'on. Capanna a Tripoli, quali motivi l'hanno
spinto da Gheddafi. Non ne sappiamo granché: non siamo abituati a ficcare il naso nelle altrui questioni di
famiglia.

[1 giugno 1986]

294. Oggi Paolo Pillitteri sarà designato alla successione di Tognoli come sindaco di Milano. Lo dipingono
come uomo intelligente, efficace, insomma pieno di qualità. Purtroppo, gli manca quella fondamentale: il
celibato.

[5 dicembre 1986]

295. Finalmente, dopo sette anni di esilio a Gorky, l'impavido Andrei Sacharov è tornato a Mosca.
Speriamo che Gorbaciov ci resti.

[24 dicembre 1986]

296. L'agenzia Ansa riferisce che da un sondaggio operato in Francia su un pubblico internazionale,
risulterebbe che il maschio italiano detiene ancora il primato mondiale della seduzione. Speriamo che i
giornali non riportino la notizia: gl'italiani sarebbero capaci di crederci.

[15 marzo 1987]
297. Per la prima volta nella storia della Corte Costituzionale, il nuovo presidente, Francesco Saja, è stato
eletto al primo scrutinio. Ma il rivale sconfitto, Ferrari, ha sollevato eccezione accusando il vincitore di
averlo battuto grazie a un «compromesso storico» fra elettori democristiani e comunisti, aggravato da un
intrallazzo fra siciliani. Vero o falso, dalla Corte al cortile.

[5 giugno 1987]

298. Ieri tutti i telegiornali ci hanno martellato negli occhi le immagini dei capibastone Craxi, De Mita,
Spadolini, Altissimo ecc. che infilavano la scheda nell'urna. I loro volti raggiavano di soddisfazione. Erano
gli unici elettori matematicamente sicuri di aver dato il voto al candidato ideale.

[15 giugno 1987]

299. In una scuola di Chattanooga, nel Tennesse (Usa), due sedicenni, approfittando dell'assenza
dell'insegnante, si sono baciati e hanno fatto l'amore davanti a una decina di compagni, niente affatto
scandalizzati. Dato il lassismo di certe scuole americane, gli esami in cui gli studenti riescono meglio sono
proprio queste prove orali.

[4 giugno 1988]

300. Diciannove persone hanno dichiarato d'aver visto aggirarsi, tra le quinte della Scala, il fantasma di
Maria Callas. Non ci meravigliamo, anche perché migliaia di altri frequentatori del massimo teatro lirico
italiano sostengono da tempo di vedere, alla Scala, il fantasma della Scala.

[28 giugno 1988]

301. Scoprendo le istituzioni britanniche con un secolo e mezzo di ritardo, i comunisti sembrano
fermamente intenzionati a formare il loro «shadow Cabinet». Ma onestamente non ne afferriamo la ragione.
Non c'è nessun bisogno di un governo ombra per contrastare quest'ombra di governo.

[5 maggio 1989]

302. Da un sondaggio condotto tra i francesi risulta che il personaggio più noto d'Oltralpe è Marcello
Mastroianni, conosciuto dall'83 per cento degli intervistati. Il 97 per cento dei francesi invece confessa di
non sapere chi sia Ciriaco De Mita. Quando si dice un Paese fortunato...

[20 maggio 1989]

303. Gerardo Iglesias, che fu segretario generale del partito comunista spagnolo dall'82 all'88, ha lasciato
l'attività politica per riprendere il suo lavoro di minatore di carbone, «l'unico modo in cui posso
guadagnarmi degnamente la vita». Alcuni dirigenti del Pci, a quanto risulta, vorrebbero imitarne l'esempio,
tornando al vecchio lavoro. Il difficile è trovare chi ne aveva uno.

[1 giugno 1990]
304. Durante la festosa «notte del mondiale», la polizia romana ha arrestato, nelle vicinanze dello stadio
olimpico, 29 borsaioli e scippatori. Il signor Codesal Mendez, arbitro della partita Germania-Argentina,
non figura nell'elenco.

[10 luglio 1990]

305. Il giudice veneziano Casson ha convocato, per la storia del Gladio, il presidente Cossiga, e l'Italia
leguleia è in subbuglio: la Costituzione, pure, si è dimenticata di precisare se il Capo di Stato può essere
chiamato a rispondere, sia pure da testimone, a un qualunque magistrato. Il quale però ha ora la fotografia
su tutti i giornali. E tutti possono ammirarla chiedendosi che cosa passa in quella testa, la testa di Casson.

[10 novembre 1990]

306. Gli studenti italiani manifestano rumorosamente per la pace e contro la guerra. La guerra, diceva
Clemenceau è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai militari. Ma anche la pace è una cosa troppo seria
per lasciarla fare ai pacifisti.

[20 gennaio 1991]

307. Occupandosi tra tanto Golfo del Festival di Sanremo il Tg3 ci ha dato, finalmente, ieri sera, una
notizia credibile: il livello delle canzoni, ha detto, è destinato a salire. Infatti: sentite le prime è impossibile
che scenda.

[1 marzo 1991]

308. Da un'indagine risulta che il 41,9% degli italiani non considera illecito l'assenteismo dal lavoro e che
il 41,3% non considera peccato le infedeltà coniugali. La coincidenza delle due cifre spiega in che modo gli
statali impiegano il tempo che dovrebbero dedicare all'ufficio.

[3 ottobre 1991]

309. A quest'ora Padre Balducci è di fronte al Supremo Giudice nel quale affermava di credere. Almeno a
Lui dovrà spiegare non ciò che diceva contro la Chiesa, ma perché lo diceva travestito da frate.

[26 aprile 1992]

310. Nell'ultima tornata presidenziale è emerso, con un bel pacchetto di 20 voti, Aldo Aniasi. Finalmente. In
questo imperversare di tangenti e bustarelle, era ora che qualcuno si ricordasse di lui.

[24 maggio 1992]

311. Per sfatare le malevole dicerie su certe bestie, il presidente degli «animalisti» italiani ha offerto un
premio di 200 milioni a chi potrà dimostrare che i corvi scrivono lettere anonime e che le talpe fanno le
spie. È vero: di simili casi non ne conosciamo. Ma di somari che fanno i presidenti, ne conosciamo
parecchi.

[5 luglio 1992]
312. Dopo le invettive e i clamori da cui il presidente del consiglio Amato è stato accolto in Senato per la
sua insensibilità alla crisi morale che investe il Paese, il dibattito sulla medesima si è svolto, a
Montecitorio, in un'aula deserta. Sì, una crisi morale, per la nostra classe politica esiste: lo dimostra il
vuoto in cui l'ha lasciata cadere.

[14 marzo 1993]

313. «I socialisti ha detto l'ex ministro della Difesa Salvo Andò devono andare tutti nudi verso la meta di
un nuovo sistema politico». Come faranno senza le tasche?

[24 maggio 1993]

314. Il candidato del Psi per le elezioni a sindaco di Roma sarà Niccolò Amato. Assennata scelta. Ex
direttore delle carceri, Amato è certamente il più qualificato a rappresentare quel partito.

[23 settembre 1993]

315. Giovedì sera annuncio a sorpresa di Emilio Fede nel suo Tg4: «Adesso ha detto voglio parlarvi di
informazione». C'è sempre una prima volta.

[8 gennaio 1994]

316. Secondo un sondaggio della Diacron (gruppo Fininvest), l'82 per cento dei lettori del «Giornale»
sarebbe schierato con Berlusconi. Vero. Almeno com'è vero che Berlusconi diventerà presidente del
Consiglio.

[12 gennaio 1994]

317. I tennisti italiani hanno disputato la finalissima di Coppa Davis a Praga, e nessuno ha battuto ciglio.
Le squadre di calcio italiane frequentano gli stadi dell'Est, a cominciare da quelli russi, e i puristi della
democrazia non ci trovano nulla a ridire. Ma per l'Uruguay che con i suoi tre milioni di abitanti e la sua
posizione geografica non mi pare possa essere considerato una minaccia troppo grave alla libertà dei Paesi
democratici c'è puntuale la protesta. Come se l'Uruguay potesse invadere, espandersi, insidiare, inviare
direttamente o indirettamente eserciti di mercenari in mezzo mondo, e l'Unione Sovietica no. Possiamo
capire gli intransigenti della democrazia: ma possiamo soltanto disprezzare i farisei che hanno
l'indignazione dimezzata. Si calmino Bruno Conti e Pruzzo. Né l'Uruguay, né il suo regime, meritano tante
ansie e tanta ostilità. Mosca è più vicina lo sanno bene i polacchi e Kabul anche.

[31 dicembre 1980]

318. Non abbiamo mai «coperto», come si usa dire, questo nostro socio (che ha il 37, non il 36% del
Giornale), anche perché non vediamo da cosa dovremmo coprirlo. Berlusconi non è né un politico né un
gerarca civile o militare, e non svolge nessuna pubblica funzione incompatibile con l'appartenenza alla
massoneria. È un privato imprenditore e cittadino che quando fa una balordaggine (e l'iscrizione alla P2 lo
è) la fa a proprio rischio e pericolo. Come lei avrà visto, il suo coinvolgimento nella P2 non ci ha impedito
di dire, di Gelli e della sua banda, tutto il male che ne pensiamo.
[31 maggio 1981]

319. In tutti questi anni che è stato con noi, [Silvio Berlusconi] si è sempre comportato nella maniera più
signorile, ed anche in questa circostanza ci ha dato le più ampie garanzie.

[14 aprile 1987]

320. Nel panorama sudamericano il Cile è oggi uno di quei paesi economicamente più solidi e con maggior
progresso, tanto da meritare gli elogi del Fondo monetario internazionale. Ma la postilla impone a sua
volta una precisazione. È più facile fare il risanamento economico monetario in Cile, dove i sindacati sono
inesistenti o impotenti, che non in Argentina, dove il sindacato incalza il governo e pretende aumenti
salariali il cui ritmo sia adeguato al ritmo dell'inflazione. [...] Pinochet è quello che è. Il suo plebiscito per
la Costituzione del 1980 fu indetto in circostanze che gli tolgono ogni valore. E gli inizi del regime militare
furono sanguinari. Però il Cile di oggi ha un livello di libertà e di dialettica politica nonostante Pinochet
che tanti paesi del Terzo mondo vezzeggiati dai nostri democratici dovrebbero invidiargli. Come ha
osservato un lettore, né l'Etiopia né lo Zaire né la Siria, né il Nicaragua avrebbero tollerato corrispondenze
come quelle che gli inviati della Rai diffondono, in diretta dal Cile.

[16 aprile 1987]

321. Mai le nostre prese di posizione su problemi e personaggi sono state non dico condizionate, ma
influenzate dalle personali amicizie o preferenze di Berlusconi. Per la verità, l'editore chiese una volta a
titolo di favore, un «occhio di riguardo» per la sua creatura prediletta. Non la televisione, come i lettori
saranno stati forse indotti a pensare, ma il Milan. Sottoposi questa sommessa istanza alla redazione
sportiva. La risposta fu una lettera collettiva di dimissioni. Caso chiuso. Da allora rinuncio a leggere le
cronache delle partite del Milan, per non dovermi dispiacere del dispiacere che ne prova probabilmente
Berlusconi.

[17 aprile 1988]

322. Come già ho scritto, e quì mi piace ripetere, la designazione di Cossiga al Quirinale fu la scelta
dell'uomo giusto al posto sbagliato. Sappiamo benissimo chi la volle. Ma sappiamo altrettanto bene che fu
avallata anche da quegli uomini e partiti che ora si scagliano contro di lui e lo accusano, apertamente o
copertamente, di fellonia. La classe politica, nella quale egli ha militato da sempre e che quindi da sempre
lo conosceva, doveva sapere che l'onesto (perché tale è) Cossiga non era uomo da Quirinale. Eppure, per i
suoi sporchi giochi di potere, ce lo mandò. Ora dovrebbe sentire il dovere di difenderlo dagli sciacalli che
lo attaccano da tutte le parti.

[22 dicembre 1990]

323. Uscendo dal Giornale, io feci a me stesso, ma pubblicamente, un giuramento: «Mai più un padrone».
Qui padroni non ce ne sono. La proprietà è ripartita fra alcune centinaia di azionisti, di cui nessuno può,
per statuto detenere più del 4 per cento. Fra di essi, e per primi, ci siamo stati tutti noi: redattori, impiegati,
fattorini, autisti. [...] Per questa sua pulviscolarità, il nostro azionariato è stato definito, nei quartieri alti
della Finanza, «straccione». La qualifica non ci dispiace: coi tempi che corrono, meglio stare tra gli stracci
che tra le tangenti.
[22 marzo 1994]

324. Di insurrezione generale non c'era bisogno, il 25 aprile, perché il Terzo Reich non esisteva più. Se
l'insurrezione generale fosse avvenuta avrebbe dovuto avere come primo obiettivo, a Milano, il quartier
generale delle SS all'Hotel Regina. Le SS furono invece lasciate del tutto tranquille, mentre si provvedeva a
trascinare in piazzale Loreto, per la fucilazione Achille Starace [...]. Non sono contro la Resistenza, anzi:
sono contro la retorica, inguaribile vizio italiano. Proprio questa retorica ha fatto sì che un sindaco
democristiano di Roma, in un manifesto dedicato anni or sono alla liberazione della città non accennasse
nemmeno con una parola agli Alleati. Ed ha fatto sì che in quest'ultimo 25 aprile si sia parlato ai giovani
che affollavano piazza del Duomo a Milano o che stavano davanti ai televisori, ingannandoli ossia
raccontando loro che i tedeschi erano stati sconfitti dai partigiani, e che da questi l'Italia era stata liberata.
Se questa è la «memoria storica» evocata da tanti commentatori, stiamo freschi.

[28 aprile 1994]

325. Intorno a Berlusconi vedo agitarsi una falange di Starace, convinti non meno di Achille che il padrone
(e con lui, si capisce, la carriera) si serve sbattendo i talloni e gridando: «Forza, Italia!». Di tutto questo,
intendiamoci, Berlusconi non può essere tenuto responsabile. Gli Starace a differenza di Mussolini che si
scelse il suo vedendolo com'era gli sono germinati e gli pullulano intorno d'irresistibile forza propria
cercando di sopraffarsi in una gara di servilismo, che trova soprattutto nel video la propria arena. E per
ora la gente pensa: «Povero Cavaliere, da chi è circondato». Ma prima o poi forse più prima che poi
comincerà a dire anche di lui: «Vedi un po' di chi si circonda».

[18 giugno 1994]

326. Dobbiamo prepararci a presentare le nostre scuse a Emilio Fede. L'abbiamo sempre dipinto come un
leccapiedi, anzi come l'archetipo di questa giullaresca fauna, con l'aggravante del gaudio. Spesso i
leccapiedi, dopo aver leccato, e quando il padrone non li vede, fanno la faccia schifata e diventano
malmostosi. Fede no. Assolta la bisogna, ne sorride e se ne estasia, da oco giulivo. Ma temo che di qui a un
po' dovremo ricrederci sul suo conto, rimpiangere i suoi interventi e additarli a modello di obiettività.

[26 novembre 1994]

327. Noi volevamo fare, da uomini di Destra, il quotidiano di una Destra veramente liberale, ancorata ai
suoi storici valori: lo spirito di servizio (quello vero, taciuto e praticato), il senso dello Stato, il rigoroso
codice di comportamento che furono appannaggio dei suoi rari campioni da Giolitti a Einaudi a De
Gasperi. Insomma, l'organo di una Destra che oggi si sente oltraggiata dall'abuso che ne fanno gli attuali
contraffattori. Questa Destra fedele a se stessa in Italia c'è. Ma è un'élite troppo esigua per nutrire un
quotidiano.

[12 aprile 1995]

328. Fino ad una decina di anni orsono, la maggioranza degli americani erano convinti che, se Nixon fosse
rimasto nella Storia del loro Paese cosa che al loro orecchio suonava come un obbrobrio vi sarebbe
rimasto solo per il Watergate, cioè appunto per l'obbrobrio. Negli ultimi tempi tutto si è rovesciato:
l'obbrobrio non è stato più il Watergate, ma la campagna scandalistica che lo aveva provocato. Gli stessi
protagonisti che l'avevano montata Bob Woodward e Carl Bernstein del Washington Post ne riconobbero
le forzature e fecero atto di contrizione. Non avevano inventato nulla, ma avevano deformato tutto. [...] La
sorte è stata, tutto sommato, clemente con Nixon dandogli il tempo di vedere questo capovolgimento.

329. Ultimamente era ricevuto, ed anzi continuamente sollecitato alla Casa Bianca, dove lo si accoglieva
come lo Elder Statesman, lo statista anziano da consultare come un vecchio saggio sui problemi difficili. Fu
a lui che Bush si rivolse per riallacciare un dialogo con Pechino dopo la rottura seguita al fattaccio di
Tienanmen. E lui a Pechino lo riallacciò: i cinesi non avevano dimenticato che quel dialogo erano stati
Nixon e Kissinger ad aprirlo, quando l'America aveva deciso di chiudere l'avventura del Vietnam in cui
Kennedy e Johnson l'avevano malaccortamente cacciata. Ma anche Clinton è ricorso alla sua esperienza
per capire cosa succedeva in Russia e trarne qualche insegnamento. Nixon andò a Mosca, e ne tornò con
cattivi presagi sulla sorte di Eltsin che i successivi avvenimenti hanno confermato.

330. Non era un uomo «simpatico», e soprattutto non aveva nulla che potesse sedurre l'America dei salotti e
della intellighenzia, che gli uomini politici li misurano a modo loro, mai quello giusto. Scambiarono per un
grande intellettuale Kennedy, che in vita sua aveva visto migliaia di film, ma mai letto un libro. E
prendevano Nixon, che di libri ne ha letti ed ha continuato a leggerne (ed a scriverne, niente male), fino
all'ultimo giorno per una specie di Bossi californiano, rozzo e triviale. [...] Ma forse quello che più
infastidiva gli americani era la renitenza di Nixon ad appelli e richiami tanto più sonori quanto più vacui,
come «la nuova frontiera» e simili. Nixon era un professionista della politica, uno dei pochissimi che
l'America abbia mandato alla Casa Bianca. Non andava per sogni e per versetti del Vangelo. Conosceva il
suo Bismarck, il suo Disraeli, e credo anche il suo Machiavelli che in America basta nominarli per finire
scomunicati. Per questo lo consideravano un mestierante, e per questo si era scelto come consigliere un
altro mestierante, l'ebreo tedesco Kissinger. Furono questi due uomini che ridiedero all'America la
leadership nella politica estera coinvolgendo nel gioco la Cina e scavandone il solco da Mosca. I successori
di Nixon, e specialmente Reagan, vissero in gran parte di questa eredità.

331. Una telefonata da Milano m'informa che Longanesi è morto. È stato colpito dall'infarto davanti al suo
tavolo di lavoro, su cui era spiegata una mia lettera di dieci giorni fa, che cominciava così: «Caro Leo,
stanotte ho sognato ch'eri morto...». [27 settembre 1957]

332. Tutta la mia vita è stata contesa fra la noia di vivere insieme e la paura di vivere solo. [4 ottobre 1957]

333. Più approfondisco questo tema delle regioni (sono a Milano per questo), e più mi sgomenta il doverne
scrivere. Ci vuol poco a capire che questi regionalisti lombardi perseguono, consapevolmente o
inconsapevolmente, un piano secessionista cisalpino. E, una volta che ne abbiano lo strumento, riusciranno
a realizzarlo. Non per nulla Bassetti parla già non più di «regione lombarda», ma di «regione padana», di
cui il resto d'Italia non sarebbe che un'appendice. Se ce la fanno (e ce la faranno), addio Risorgimento! Non
era che una finzione, d'accordo, e in pratica ha fallito. Ma con che lo sostituiremo? [26 settembre 1972]

334. Volo a Lussemburgo sul solito bireattore di Berlusconi, che ci accompagna, felice di esibirsi e di
esibire il suo status in una cerimonia internazionale. La medaglia d'oro (ma è proprio d'oro?) me la
consegna Gaston Thorn, capo del governo lussemburghese. Berlusconi riempie il suo taccuino di indirizzi:
quelli di tutte le personalità che ha incontrato. È il vero climber che approfitta di tutto e non butta via nulla.
[23 maggio 1977]
335. Nel settembre di quell'anno [1956] il partito lo spedì [Gian Carlo Pajetta] a Mosca insieme a
Pellegrini e a Negarville per sentire direttamente da Kruscev come ci si doveva comportare nella crisi,
ormai aperta, dell'antistalinismo. Kruscev li accolse affabilmente, li invitò a cena. E qui, trascinato da
bocconi e libagioni ad una espansiva euforia come spesso gli capita, a un certo punto disse: «Beh, ora vi
voglio raccontare come strangolammo Beria». E descrisse l'agguato che gli avevano teso al Cremlino,
come gli erano saltati addosso e come gli avevano serrato la gola con le mani fino alla soffocazione. Lo
descrisse ridendo allegramente, forse senz'accorgersi del pallore che soffondeva il volto dei suoi ospiti, o
per lo meno quelli di Pajetta e di Negarville.
L'indomani li convocò nuovamente e, come non ricordando affatto ciò che gli aveva raccontato la sera
prima, disse loro in tono solenne: «Beh, ora vi farò sentire il processo di Beria registrato sul nastro». E
glielo fece sentire davvero come lo avevano inventato post mortem, con la voce del defunto falsificata.
Quando si ritrovarono fra loro, Negarville e Pajetta si guardarono con gli occhi pieni di lacrime. «Ma
allora dissero . Ma allora...». E non aggiunsero altro.

336. [Su Anna Magnani] Ci sarebbe da scrivere un trattato sul modo di usare Anna. La prima precauzione
da prendere è quella di non farla ritrovare in mezzo a estranei. Timida com'è, pur dopo un'esistenza
trascorsa sotto i flashes, la gente la raggela e la chiude in un mutismo ostile o l'aizza ad atteggiamenti
protervi. Delle poche persone che le ho presentato, l'unica che la sedusse immediatamente fu il mio collega
Augusto Guerriero, perché il discorso cadde sui cani e sui gatti: e questo è un argomento su cui il cuore di
Anna si scioglie e la mente le si ottenebra. Si mise in testa che noi due, con un articolo, potevamo far
riformare la legge sulla protezione degli animali. E invano cercammo di dimostrarle che il problema non
era di leggi, ma di costume. Non sentì ragioni. Dovemmo prometterle l'articolo (che poi infatti scrivemmo).

337. [Su Ignazio Silone] Leggendo i suoi primi romanzi, Fontamara, Pane e vino, Il seme sotto la neve, e
pur ammirandoli, ero caduto in abbaglio sull'autore. Lo avevo preso per uno di quegl'industriali
dell'antifascismo che, riparati all'estero, avevano trovato nella universale avversione alla dittatura una
comoda scorciatoia al successo dei libri di denunzia. Lo consideravo insomma un profittatore del regime a
rovescio (come del resto ce ne sono stati). E una conferma mi era parso di vederla nel fatto che finito, col
fascismo, l'antifascismo, parve finito anche il narratore Silone.
Poi vennero Una manciata di more, Il segreto di Luca, La volpe e le camelie. Ma vennero soprattutto alcuni
saggi politici che mi costrinsero a ricredermi. Ed era proprio questo che non riuscivo a perdonargli. Mi era
antipatico non per i suoi, ma per i miei errori. Più lo conoscevo attraverso i suoi scritti, e più dovevo
constatare che non solo egli non somiglia affatto al personaggio che m'ero immaginato, ma che anzi ne
rappresenta la flagrante contraddizione.

338. [Su Uscita di sicurezza] Come documento umano, non ne conosco di più alti, nobili e appassionati.
Fenomeno unico, o quasi unico, fra gli sconsacrati del comunismo che di solito non superano mai più il
trauma e trascorrono il resto della loro vita a ritorcere l'anatema, Silone non recrimina. Egli rifiuta i
grintosi e uggiosi atteggiamenti del moralista, o meglio ne è incapace. Domenicano con se stesso, è
francescano con gli altri, e quindi restio a coinvolgerli nella propria autocritica. Cerca di metterne al
riparo persino Togliatti; e se non ci riesce che in parte, non è certo colpa sua. Qui non c'è che un accusato:
Silone. E non c'è che un giudice: la sua coscienza.

339. Noi crediamo di scoprire dei modelli. In realtà non scopriamo che degli antenati. Cassola s'illude di
aver imparato da Joyce quello che già sapeva. Joyce gli avrà fornito, al massimo, qualche mezzo tecnico
per esprimerlo. Uno scrittore vero (e Cassola lo è) non cerca in un altro scrittore che se stesso.
340. [Su Enrico Mattei] Egli amava solo il potere, e l'amore del potere esclude tutti gli altri.

341. [Su Andreotti] Andava anche, mi dicono, a messa insieme a lui [De Gasperi], e tutti credevano che
facessero la stessa cosa. Ma non era così. In chiesa, De Gasperi parlava con Dio; Andreotti col prete. Era
una divisione di compiti perfetta.

342. Einaudi
Avendo saputo che sollecitavo l'onore e il piacere di incontrarlo, il Presidente, che non mi aveva mai visto,
trovò del tutto naturale invitarmi a colazione. «Quando vuol venire?» mi fece chiedere, «giovedì mattina,
per esempio?» Giovedì voglio stappare una nuova bottiglia del mio 'barolo' e ci sarà anche la signorina
Barbara Ward dell' Economist. Vino piemontese, giornalismo ed economia politica, pensa: sarebbe difficile
sorprendere Einaudi in una cornice più einaudiana di questa.

343. [Luigi Einaudi] E in quei pochi minuti aveva ancora tante cose da dire a due giornalisti per ricordare
loro, manzonianamente, che l'uomo è «buono», come dice Rousseau, ma tale può diventare solo in grazia
delle buone istituzioni (in ciò consiste la sua posizione conservatrice e cattolicamente pessimistica).

344. Ingrid Bergman è forse la sola persona al mondo che non consideri Ingrid Bergman un'attrice
completamente riuscita e definitivamente arrivata.

345. Non ho mai visto in vita mia, nemmeno nei film di cui la Bergman è protagonista, una donna così
trasparentemente pulita.

346. Ogni buon padre di famiglia deve, al principio della giornata, sapere quanto la famiglia ha in cassa e
quanto può spendere.
Einaudi conosce a memoria le cifre dell'economia italiana, come i re che lo precedettero conoscevano a
memoria i nomi e i motti dei reggimenti.

347. «Venez, mademoiselle, venez», disse Anatole France a Emma Gramatica che, poco più che ventenne, si
trovò un giorno a viaggiare con lui in automobile a Palermo, e aveva paura di essere troppo ingombrante
sul sedile. «Vous êtes comme les anges, qui n'ont pas de derrière!»
Qualcosa come mezzo secolo dev'esser trascorso da allora, ed Emma somiglia un po' meno a un angelo, ma
grassa non la si può dire nemmeno adesso. La vita che mena, d'altronde, non lo consentirebbe di diventarlo.
Alla sua età, ha girato per tre anni consecutivi, tutti i teatri dell'America del Sud, volando da Buenos Aires
a Santiago, da Santiago a Lima, da Lima a Caracas, e recitando una sera in italiano e la sera dopo in
spagnolo, lingua che, sino al momento di partire, ignorava totalmente. Ora è tornata per girare un film con
De Sica, e sono fatiche a cui molti giovani non resistono.

348. Il fascismo trovò, tra i suoi oppositori più accaniti, Mario Missiroli, che si batté a duello con
Mussolini. Egli non credette alla forza e al successo delle «camicie nere» fino al giorno in cui, mentre
cercava faticosamente di salire sul tram, uno squadrista che lo incalzava, dopo avergli inflitto una serie di
spintoni, non gli ebbe affibbiato, in risposta alle sue proteste, due sonori schiaffi che gli fecero volar via gli
occhiali cerchiati d'oro. Mario li raccolse con dignità, vi fiatò sopra, li ripulì col fazzoletto e concluse in
tono ammirativo: «Però!... Picchiano bene, veh!...»
349. Da quando ho cominciato a pensare, ho pensato che sarei stato un giornalista. Non è stata una scelta.
Non ho deciso nulla. Il giornalismo ha deciso per me. E questa è stata una delle mie tante fortune, posto che
tutto quel che ho fatto lo debbo soprattutto a un alleato ch'è sempre rimasto al mio fianco: il caso.

350. Per sua disgrazia, Bontempelli fu nominato accademico d'Italia da un fascismo che puzzava già di
morto. Eletto senatore nelle liste del Fronte popolare dopo la guerra, non esitò a pronunziare giudizi
brucianti su chi aveva collaborato col regime. Quel voltafaccia gli costò caro, perché a un certo punto
saltarono fuori le lettere che aveva scritto a Mussolini per impetrare la sua nomina: i comunisti lo
scaricarono e lui cadde in un tale stato di prostrazione da morirne.

351. A Salò ci fu di tutto. Ci furono le squadracce assetate di vendetta e di saccheggio che provocarono il
disgusto agli stessi tedeschi. Ma anche uomini per i quali quello fu il banco di prova d'una coerenza e d'una
lealtà che non possono non incuter rispetto. E l'unica ragione per la quale benedico le mie cosiddette
benemerenze antifasciste è che mi han dato il diritto di difenderle.

352. Il 2 giugno del '46, giorno del referendum istituzionale, votai per la monarchia. Lo feci perché ritenevo
fosse pericoloso recidere il tenue filo che legava l'Italia all'unica sua tradizione nazionale: quella
monarchica, appunto. L'Italia non s'era "fatta da sé", come pretendeva la nostra storiografia ufficiale. Era
stata fatta dalla monarchia sabauda guidata dal genio diplomatico d'un suo diplomatico, Cavour, che
voleva estendere il Regno di Sardegna al Lombardo-Veneto. Se poi ci scappò fuori l'Italia, non fu grazie al
contributo degl'italiani, che non ne diedero punto. Fu perché la storia dell'Europa andava verso la
costituzione degli Stati nazionali, e condannava a morte quelli plurinazionali come l'Impero austriaco. [...]
Al posto di quel patrimonio, sia pure modesto, cosa prometteva la Repubblica? Si presentava come
depositaria dei valori della Resistenza, un mito ancora più falso di quello del Risorgimento. Che non era
stata affatto, come pretendeva d'essere, la lotta d'un popolo in armi contro l'invasore, bensì una lotta
fratricida tra i residuati fascisti della Repubblica di Salò e le forze partigiane, di cui l'80 per cento si
batteva (quasi mai contro i tedeschi) sotto le bandiere d'un partito a sua volta al servizio d'una potenza
straniera.

353. Un'altra scelta s'era imposta, quella delle elezioni del '48. Per l'Italia era una scelta vitale: o con l'Est
o con l'Ovest, ossia con i totalitarismi rossi oppure con le democrazie occidentali. Ergo, o con il Fronte
popolare oppure con la Dc. E lì ebbe inizio il mio dramma, ch'è poi quello eterno del laico italiano: il
quale, messo davanti al boia, vede comparire al suo fianco il prete che solo può salvarlo.

354. Mi proposi due obiettivi, entrambi falliti: il primo era farmi intentare un processo dagli amministratori
della città che attirasse l'attenzione sui pericoli che Venezia stava correndo. Il secondo era rendere
pubblica la convinzione che m'ero formato: che per salvare Venezia la prima cosa da fare era sottrarla allo
Stato italiano e affidarlo a un organismo internazionale come l'Onu, con le sue cospicue possibilità
finanziarie e i suoi agguerriti uffici tecnici. [...] Il Comune di Venezia non aveva più nulla di veneziano,
salvo la sede. A dominarlo erano gli elettori di Mestre e Marghera, che con quelli di Venezia si trovavano
nella proporzione di tre a uno, e dalla loro avevano tutto: i soldi delle industrie, i sindacati e quindi anche i
partiti. Decidendo di restare amministrativamente unita, Venezia ha preferito mettersi al rimorchio delle
ciminiere e petroliere di Marghera, alle quali ha sacrificato il suo delicatissimo sistema idraulico. Fu allora
che, con grande amarezza, feci atto di rinunzia a Venezia, convinto come ero, e come son rimasto, che una
città si può salvare solo se sono i suoi abitanti a volerlo.
355. Una sera, uscendo solo soletto dal «Giornale», mi trovai davanti il solito muro di folla tumultuante
con le bandiere rosse spiegate. Dalla piazza si levò un urlo: «Tel chi el Muntanel!». In un attimo cinquanta
scalmanati mi s'avventarono contro. Temendo il linciaggio, arretrai fino a trovarmi con le spalle al muro.
Ma non feci in tempo a dire be' che mi ritrovai issato in spalla a una mezza dozzina d'energumeni, fra salve
d'evviva. Erano i tifosi del Torino che quel giorno [16 maggio 1976] aveva vinto lo scudetto, e le bandiere
non eran rosse, ma granata. E siccome i cronisti sportivi del «Giornale» erano sempre stati favorevoli al
Torino, m'acclamavano come un loro idolo.

356. La Dc era il partito dei maneggi e dell'inefficienze. Ma se avesse perso il 4 o il 5 per cento dei suoi
voti, il partito di maggioranza relativa destinato a formare il nuovo governo sarebbe diventato quello
comunista. Ch'era ancora molto pericoloso. Perché è vero che in Italia c'era Berlinguer, ma io sapevo bene
che col comunismo d'allora poteva ancora succedere di tutto: bastava un cambiamento al vertice e un
Berlinguer poteva diventare un Dubcek come un Ulbricht. Il «Giornale» era certamente laico, ma prima di
essere laico era italiano, e cercava d'operare con qualche senso di responsabilità. E negli anni Settanta
solo gl'irresponsabili potevano augurarsi il crollo della Dc, cui eravamo condannati anche perché la
cosiddetta Alleanza laica, l'accordo fra Pli, Pri e Psdi, non sortì mai i numeri per sostituirvisi.

357. Ci fu un'unica battaglia sulla quale il «Giornale» si trovò allineato con Craxi e il nostro editore:
quello per la libertà d'antenna. Battaglia sacrosanta. Berlusconi è tutt'altro che un idealista disinteressato e
nessuno sa agire come lui aggirando, quando non calpestando, le regole. Ma i panni nobili coi quali i
difensori della Rai rivestivano la loro offensiva politico-giudiziaria erano grotteschi. Se il peccato di
Berlusconi stava nell'essere troppo amico del Psi, quello della Rai era d'essere troppo amica di tutti i
partiti. A fornirci il destro furono poi i pretori coi loro interventi oscurantisti, peraltro prontamente sventati
dai decreti di Craxi. E quindi la crociata dell'etere libero, che rientrava fra l'altro nella nostra tradizione
antistatalista, divenne una campagna contro il "pretore selvaggio", che con i suoi abusi toglieva ogni
certezza del diritto al cittadino.

358. Le vere novità erano nate fuori dal Palazzo: come la Lega di Umberto Bossi. Che all'inizio anche il
«Giornale», come molti altri, sottovalutò. Come si faceva a prender sul serio un invasato che nutriva le sue
invettive di sfondoni storici e grammaticali da far accapponare la pelle? [...] Che Roma fosse ladrona, era
indubitabile. E l'avversione per la burocrazia parassitaria e per il meridionalismo piagnone e sprecone
andava a nozze con le tradizioni del «Giornale». Bossi quindi incarnava un sentimento molto diffuso anche
fra i nostri lettori, una protesta genuinamente qualunquista che, per certi versi, all'inizio anche noi
appoggiammo. Ma dovemmo prenderne le distanze quando Bossi cominciò a condire le sue contumelie
contro il Palazzo con propositi secessionisti.

359. Con Berlusconi, tuttavia, poi feci pace. Fu lui a telefonarmi: forse, aveva captato in qualche mio
articolo un'ombra di rimpianto per il vecchio amico. Era il '96 e dopo il ribaltone le cose per lui si
mettevano di male in peggio. [...] Così, una sera mi ritrovai di nuovo seduto alla sua mensa ad Arcore. [...]
Riparlammo senza rancore dei nostri trascorsi. Gli domandai quale garanzia avesse ricevuto da D'Alema
sulle sue aziende in cambio dell'opposizione inesistente che gli assicurava. Rise. «Ma perché, ora che hai
sistemato i tuoi affari, non ti chiami fuori dalla politica?» gli chiesi. «È una parola» mi rispose
rabbuiandosi. «I giudici non obbediscono neppure a D'Alema». E lì capii quale era, ormai, la vera sostanza
del suo dramma.

360. Se anch'io sono diventato europeista, è per disperazione: l'Europa è forse l'unica possibilità di
sopravvivere per noi italiani, che come italiani non siamo riusciti a vivere. Questo è sempre stato
l'europeismo degl'italiani di più alta coscienza, a partire da De Gasperi, che fu il primo a capire i rischi
d'un Italia lasciata in balìa degl'italiani.

361. Pur fra tante fortune, purtroppo a me la sorte ha riservato di portarmi nella tomba le due cose che ho
più amato: il mio mestiere e il mio Paese. Che cosa sia diventato il primo, annientato da computer e
televisione, è sotto gli occhi di tutti. Quanto al secondo, la cancrena è ormai inarrestabile e la
decomposizione sta avvenendo per dissoluzione di quel poco che resta dello Stato. E dico decomposizione,
non secessione. La secessione si fa anche con la violenza, e dove lo troviamo oggi un solo plotone di soldati
disposto a imbracciare le armi pro o contro l'Unità dello Stato? Che, se resta ancora in piedi, è solo perché
non ha neppure la forza di cadere. Quello di rinunziare alla nazione poi, è un sacrificio che non saprei
compiere, anche se razionalmente mi rendessi conto ch'è necessario, oppure inevitabile. E ringrazio
l'anagrafe che mi esclude dal problema.

362. I cinici sono tutti moralisti, e spietati per giunta.

[L'Italia giacobina e carbonara]

363. [...] Anzani, il più serio e autorevole degli esuli italiani, che aveva combattuto per la libertà in Grecia
e in Spagna. Le sue parole avevano gran peso anche perché fra tutti quei chiacchieroni, ne pronunziava
poche.

[L'Italia del Risorgimento]

364. C'era il malinconico ex prete Sirtori, che della guerra aveva fatto una mistica e sul campo sembrava
che officiasse.

[L'Italia del Risorgimento]

365. [Margherita di Savoia] Era una vera e seria professionista del trono, e gl'italiani lo sentirono. Essi
compresero che, anche se non avessero avuto un gran Re, avrebbero avuto una grande Regina.

[L'Italia dei notabili]

366. [Carmine Crocco] In poco tempo era diventato il più temuto e rispettato capobanda della Lucania non
soltanto per il suo coraggio, ma anche per la sua intelligenza di guerrigliero [...]. Fu in questo arengo che
Crocco venne riconosciuto Generalissimo non solo per l'autorità che gli conferivano le sue gesta, ma anche
perché, sebbene mezzo analfabeta, possedeva un'oratoria immaginosa e apocalittica.

[L'Italia dei notabili]

367. [Giustino Fortunato] Il più grande e illuminato studioso del Meridione.

[L'Italia dei notabili]

368. [Francesco Saverio Nitti] Incarnava il tipo del notabile meridionale, colto, brillante, scettico e
alquanto egocentrico. [...] La sua specialità era il problema del Mezzogiorno, di cui fu tra i primi seri
studiosi e che gli fornì anche la base elettorale. [...] Sul livello medio della classe politica di allora, egli
faceva spicco per preparazione, equilibrio e lucidità, ma anche per una certa propensione ad attribuirsi il
monopolio di queste virtù.

[L'Italia di Giolitti]

369. Uno dei tre protagonisti del giuoco [Gabriele D'Annunzio] era eliminato. La partita ora si riduceva
agli altri due: Giolitti e Mussolini.

[L'Italia in camicia nera]

370. I giolittiani riuscirono a portare al governo uno dei suoi [di Giolitti] «ascari» più fedeli, ma anche dei
più sbiaditi: Luigi Facta. Facta era un bravo avvocato di provincia piemontese con tutte le virtù, ma anche
con tutti i limiti del suo ambiente: un uomo probo e integro, che dopo trent'anni di vita parlamentare ne
aveva ormai una certa esperienza, aveva ricoperto con onore alcune cariche ministeriali, non aveva alcuna
ambizione che quella di servire fedelmente il suo capo, né altre idee che quelle di lui. Tutto gli si poteva
chiedere fuorché risolutezza ed immaginazione, cioè proprio le qualità che più urgevano.

[L'Italia in camicia nera]

371. [Vittorio Emanuele III] non si fidava completamente di Mussolini, ma si fidava ancora meno dei suoi
avversari ed era convinto che costoro, se avessero preso il mestolo in mano, avrebbero ricreato il caos del
dopoguerra. Comunque, a una cosa era assolutamente deciso: a non farsi coinvolgere nella lotta politica,
come del resto gli dettava la Costituzione di cui, quando gli faceva comodo, sapeva ricordarsi.

[L'Italia in camicia nera]

372. Resterebbe solo da sapere con che animo Mussolini s'investì, il 3 gennaio, nella parte di dittatore. Se,
come molti sostengono, gli sforzi che fino a quel momento aveva fatto per evitarla erano stati solo un giuoco
per dimostrare che non era lui a volerla, ma gli eventi ad imporgliela, bisogna riconoscere che come
giocatore sapeva il fatto suo.

[L'Italia in camicia nera, Explicit]

373. Non sappiamo con precisione quando a Roma furono istituite le prime scuole regolari, cioè «statali».
Plutarco dice che nacquero verso il 250 avanti Cristo, cioè circa cinquecent'anni dopo la fondazione della
città. Fino a quel momento i ragazzi romani erano stati educati in casa, i più poveri dai genitori, i più ricchi
dai magistri, cioè da maestri, o istruttori, scelti di solito nella categoria dei liberti, gli schiavi liberati, che a
loro volta erano scelti fra i prigionieri di guerra, e preferibilmente fra quelli di origine greca, che erano i
più colti.

374. Non ho scoperto nulla, con questo libro. Esso non pretende di portare "rivelazioni", nemmeno di dare
una interpretazione originale della storia dell'Urbe. Tutto ciò che qui racconto è già stato raccontato. Io
spero solo di averlo fatto in maniera più semplice e cordiale, attraverso una serie di ritratti che illuminano i
protagonisti in una luce più vera, spogliandoli dei paramenti che fin qui ce li nascondevano.

[Dall'introduzione]
375. Se riuscirò ad affezionare alla storia di Roma qualche migliaio di italiani, sin qui respinti dalla
sussiegosità di chi gliel'ha raccontata prima di me, mi riterrò un autore utile, fortunato e pienamente
riuscito.

[dall'introduzione]

376. Sull'esattezza di quel che Livio riferisce facciamo le nostre riserve, specie là dov'egli mette in bocca ai
suoi personaggi interi discorsi che somigliano più a Livio che a loro. La sua è una storia di eroi, un
immenso affresco a episodi, e serve più a esaltare il lettore che a informarlo. Roma, a dargli retta, sarebbe
stata popolata soltanto, come l'Italia di Mussolini, da guerrieri e navigatori assolutamente disinteressati,
che conquistarono il mondo per migliorarlo e moralizzarlo. Gli uomini, secondo lui, sono divisi in buoni e
cattivi. A Roma c'erano solamente i buoni, e fuori di Roma solamente i cattivi. Anche un grande generale
come Annibale diventa, sotto la sua penna, un comune mariuolo. Ciò non toglie che la storia di Livio,
costata cinquant'anni di fatiche a un autore che si dedicò soltanto ad essa, resti un gran monumento
letterario. Forse il più grande fra quelli, piuttosto mediocri, eretti sotto il segno di Augusto.

377. Purtroppo la pace, per ottenerla, bisogna essere in due a volerla.

378. Le rivoluzioni vincono non in forza delle loro idee, ma quando riescono a confezionare una classe
dirigente migliore di quella precedente.

379. Costantino fu uno strano e complesso personaggio. Faceva gran scialo di fervore cristiano, ma nei
suoi rapporti di famiglia non si mostrò molto ossequente ai precetti di Gesù. Mandò sua madre Elena a
Gerusalemme per distruggere il tempio di Afrodite che gli empi governatori romani avevano elevato sulla
tomba del Redentore, dove, secondo Eusebio, fu ritrovata la croce su cui era stato suppliziato. Ma subito
dopo mise a morte sua moglie, suo figlio e suo nipote.

380. Come tutti i grandi Imperi, quello romano non fu abbattuto dal nemico esterno, ma roso dai suoi mali
interni.

381. Una religione conta non in quanto costruisce dei templi e svolge certi riti; ma in quanto fornisce una
regola morale di condotta. Il paganesimo questa regola l'aveva fornita. Ma quando Cristo nacque, essa era
già in disuso, e gli uomini, consciamente o inconsciamente, ne aspettavano un'altra. Non fu il sorgere della
nuova fede a provocare il declino di quella vecchia; anzi, il contrario.

382. Il dispotismo è sempre un malanno. Ma ci sono delle situazioni che lo rendono necessario.

383. Mai città al mondo ebbe più meravigliosa avventura. La sua storia [di Roma] è talmente grande da far
sembrare piccolissimi anche i giganteschi delitti di cui è disseminata.

[Explicit]

384. Può darsi che Dione Cassio e Svetonio, nel loro odio per la monarchia, abbiano un po' calcato la
mano. Ma matto, Caligola doveva esserlo davvero.
385. Questo sono e questo voglio restare: soltanto un giornalista, un testimone del mio tempo.

386. Le uniche lacrime sincere sono quelle che versiamo da soli in una stanza buia e priva di specchi.



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Frasi di Alda Merini
1. Ogni poeta vende i suoi guai migliori.

2. La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.

3. L'aforisma è il sogno di una vendetta sottile.

4. L'aforisma è genio e vendetta e anche una sottile resa alla realtà biblica.

5. Chi fa aforismi muore saturo di memorie e di sogni ma pur sempre non vincente né davanti a Dio né
davanti a se stesso né davanti al suo puro demonio.

6. Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita.

7. La casa della poesia non avrà mai porte.

8. Chi si ostina fa scandalo.

9. Sono una piccola ape furibonda.

10. Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri.

11. Se Dio mi assolve, lo fa sempre per insufficienza di prove.

12. La calunnia è un vocabolo sdentato che, quando arriva a destinazione, mette mandibole di ferro.

13. Ci sono notti che non accadono mai.

14. Tutti gli innamorati sono in Dio.

15. Amore mio / ho sognato di te come si sogna / della rosa e del vento.

16. La verità è sempre quella, la cattiveria degli uomini che ti abbassa e ti costruisce un santuario di odio
dietro la porta socchiusa.

17. L'amore della povera gente brilla più di una qualsiasi filosofia.

18. Un povero ti dà tutto e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria.

19. L'unica radice che ho mi fa male.
20. L'inferno è la mia passione.

21. Ringrazio sempre chi mi dà ragione.

22. Amo i colori, tempi di un anelito inquieto, irrisolvibile, vitale, spiegazione umilissima e sovrana dei
cosmici "perché" del mio respiro.

23. Di fatto, non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene
considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini.

24. La salute non ha mai prodotto niente. L'infelicità è un dono. Io mangio solo per nutrire il dolore. La
preparazione alla morte dura una vita intera.

25. Prima di entrare in quel popolo che di solito è chiamato "dei matti" bisogna ricordarsi che tra loro ci
sono stati Campana, la Merini, il Tasso, Hölderlin e tanti altri.

26. Ci sono adolescenze che si innescano a novanta anni.

27. Dopo tutto Cristo fu anche casto.

28. È una vita che cerco riparo dalla santità.

29. Gesù è il più grande favolista di tutti i tempi.

30. Il vero amore non ha peli.

31. Il peccato mi fa riposare.

32. Il poeta non dorme mai ma in compenso muore spesso.

33. La formica è un esempio di serietà naturale.

34. La menopausa è il periodo dorato dell'amore.

35. Si va in manicomio per imparare a morire.

36. Il genio muore per se stesso e chiede d'esser sepolto entro memorie deboli.

37. I colori maturano la notte.

38. La corda più silenziosa è quella dei versi.

39. Le ali degli angeli raffreddano i poeti.
40. Ascolta il passo breve delle cose - assai più breve delle tue finestre - quel respiro che esce dal tuo
sguardo chiama un nome immediato: la tua donna.

41. O dammi canto da cantar soave, | sì che lacrime di cielo | colorino la vita.

42. È un porto la mente dove il coraggio s'affloscia | di fronte al sogghigno.

43. Spiegami come il lume della notte, | come il delirio della fantasia. | Spiegami come la donna e come il
mimo, | come pagliaccio che non ha nessuno. | Spiegami perché ho rotta la sottana: | uno strappo che è
largo come il cuore.

44. Vorrei parlarti del freddo del cuore, | del mio cuore di radice ferita.

45. Amare un giovane è come sfidare Dio.

46. Anche la follia merita i suoi applausi.

47. Dante fu un genio miserabile.

48. Dio ci regala il sonno per vincerci il giorno dopo.

49. Il poeta non rigetta mai le proprie ombre.

50. Il vero poeta non deve avere parenti.

51. La persona che ho sempre adorato sono io.

52. Non sono bella sono soltanto erotica.

53. Ogni alba ha i suoi dubbi.

54. Niente per una donna è più simile al paradiso di un figlio che le farà sognare l'amore per sempre...

55. A me piacciono gli anfratti bui delle osterie dormienti, dove la gente culmina nell'eccesso del canto, a
me piacciono le cose bestemmiate e leggere, e i calici di vino profondi, dove la mente esulta, livello di
magico pensiero.

56. Dio mio, spiegami amore come si fa ad amare la carne senza baciarne l'anima.

57. Chi tace spaventa.

58. Se mai scomparissi non lasciatemi sola.

59. La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri... E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli
altri. Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili, di finire alla mercé di chi ci sta di fronte. Non
ci esponiamo mai. Perché ci manca la forza di essere uomini, quella che ci fa accettare i nostri limiti, che ce
li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto. Io amo la semplicità che si
accompagna con l'umiltà. Mi piacciono i barboni. Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria
pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne l'anima. Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del
mondo. Perché lì c'è verità, lì c'è dolcezza, lì c'è sensibilità, lì c'è ancora amore.

60. Quelle come me guardano avanti, anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro.

61. Ogni giorno cerco il filo della ragione, ma il filo non esiste, o mi ci sono ingrovigliata dentro.

62. I miei amori sono di tipo randagio.

63. Si uccide per sete di denaro, o per senso di colpa, comunque si uccide sempre. Si uccide anche con le
carezze.

64. Cos'è un amico? | un ammasso di carne | con dentro un filo d'anima | che ti guarda con mille occhi | e ti
senti perseguitato. | Non è amore soltanto, | è uno che ha capito | che il vero nemico dell'uomo è la vita | e
la vuole strangolare, | e uccide anche te, | per confusione d'amore.

65. Ci sono betulle che di notte levano le loro radici, e tu non crederesti mai che di notte gli alberi
camminano o diventano sogni.

66. Pensa che in un albero c'è un violino d'amore. | Pensa che un albero canta e ride. | Pensa che un albero
sta in un crepaccio e poi diventa vita.

67. I poeti non si redimono, vanno lasciati volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.

68. Potresti anche telefonarmi e dirmi in un soffio di vita che hai bisogno del mio racconto: favole di una
bimba che legge i sospiri, favole di una donna che vuole amare.

69. Più dell'amore è l'amicizia È più interessante, è più importante un amico che un amante.

70. Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne
l'anima. Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo. Perché lì c'è verità, lì c'è dolcezza, lì
c'è sensibilità, lì c'è ancora amore.

71. Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le
mie più belle amicizie.
I matti son simpatici, non come i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo,
quando sono uscita!

72. All'amore non si resiste
perché le mani vogliono possedere la bellezza
e non lasciare tramortite anni di silenzio.
Perché l'amore è vivere duemila sogni
fino al bacio sublime.
73. Ho scritto migliaia e migliaia di poesie. Ma non ne ho conservata nessuna. Le regalo. Per me conservo i
sentimenti che le hanno animate. Quelli sono i miei ricordi. Nelle poesie c'è solo l'effetto di quei sentimenti,
c'è quello che rimane in superficie, ma l'uomo è rimasto mio.

74. Accarezzami, amore, | ma come il sole | che tocca la dolce fronte della luna.

75. Tutte le meraviglie del cielo e della terra sono inconsapevoli.

76. Ho un solo desiderio per l'aldilà, che non vengano a cercarmi i rompiballe.

77. Non ho più notizie di me da tanto tempo.

78. Mai avrei pensato che queste pagine diventassero ali.

79. C'è un posto nel mondo dove il cuore batte forte, e rimani senza fiato per quanta emozione provi; dove il
tempo si ferma e non hai più l'età; quel posto è tra le tue braccia in cui non invecchia il cuore, mentre la
mente non smette mai di sognare.
Da lì fuggir non potrò poiché la fantasia d'incanto risente il nostro calore e non permetterò mai ch'io possa
rinunciare a chi d'amor mi sa far volare.

80. Nessuno può essere libero se costretto ad essere simile agli altri.

[Cit. Oscar Wilde]

81. Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l'emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d'amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d'amore.

82. Beati coloro che si baceranno sempre al di là delle labbra, varcando il confine del piacere, per cibarsi
dei sogni.

83. Alle volte il silenzio dice quello che il tuo cuore non avrebbe mai il coraggio di dire.
84. La gente quando non capisce, inventa. E questo è molto pericoloso.

85. Laggiù dove morivano i dannati
nell'inferno decadente e folle
nel manicomio infinito
dove le membra intorpidite
si avvoltolavano nei lini
come in un sudario semita
laggiù dove le ombre del trapasso
ti lambivano i piedi nudi
usciti di sotto le lenzuola
e le fascette torride
ti solcavano i polsi e anche le mani,
e odoravi di feci
laggiù, nel manicomio
facile era traslare
toccare il paradiso,
Lo facevi con la mente affocata
con le mani molli di sudore
col pene alzato nell'aria
come una sconcezza per Dio.
Laggiù nel manicomio
dove le urla venivano attutite
da sanguinari cuscini
laggiù tu vedevi Iddio
non so, tra le traslucide idee
della tua grande follia.
Iddio ti compariva
e il tuo corpo andava in briciole
delle briciole bionde e odorose
che scendevano a devastare
sciami di rondini improvvise.

86. La follia è saltare sul tappeto della ragione.

87. Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

88. La miglior vendetta? La felicità. Non c'è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice.
89. Amo le cose vere. Non amo le parrucche. Figuriamoci le maschere! L'unica maschera concessa nella
vita è nascondere il proprio dolore dietro un sorriso per non perdere la propria dignità.

90. Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire.

91. Sorridi donna
sorridi sempre alla vita
anche se lei non ti sorride.
Sorridi agli amori finiti
sorridi ai tuoi dolori
sorridi comunque.
Il tuo sorriso sarà
luce per il tuo cammino
faro per naviganti sperduti.
Il tuo sorriso sarà:
un bacio di mamma
un battito d'ali
un raggio di sole per tutti.

92. A pelle si sentono cose a cui le parole non sanno dare nome.

93. A volte si va via per riflettere. A volte si va via perché si è riflettuto.

[Attribuita]

94. La pistola che ho puntato alla tempia si chiama Poesia.

95. Il sogno canta su una corda sola.

96. Non sono una donna addomesticabile.

97. A volte mi slego per motivi di salute.

98. I miti in cui andrò a cadere sono stelle veloci d'altri tempi.

99. Io amo perché il mio corpo è sempre in evoluzione.

100. O Andro andiamo in guerra tu e io,
abbiamo armi profonde
che altri han dimenticato.
Guerrieri che hanno perso le guerre
per fate bianche e dorate
sottili come gli spilli.
Ma io e te con ronzini di sguardi
abbiamo vinto la guerra
dei mille ponti.
101. Se avete molto caldo, prendete un ramoscello di follia e piantatevelo negli occhi.

102. Si dice che Amore nascesse libero
e che poi venisse impigliato
nei veli di una cetra,
anzi nelle sue corde.
Ma poiché Amore era tenero
e soprattutto era fanciullo
le corde gli procurarono ampie ferite.
Così il tuo fallo meraviglioso
mi ha dato una cicatrice nell'anima
che mi ferirà a morte.

103. Quando amo un uomo passa alla storia.

104. La bugia è l'optional del mistero.

105. Dietro ogni libertà sospirata c'è in agguato una belva.

106. Il veliero del mio canto è fatto di motori e spugne.

107. Ogni male ha il suo colpo di ritorno.

108. Per farsi salvare la vita bisogna averla.

109. Sono la donna più casta della letteratura italiana.

110. Dio mi salvi da ogni tenero amore.

111. Il mio letto non conosce freddure.

112. Non faccio niente per diventare bambina.

113. I lapsus sono delle tremende spie.

114. Solo Cristo non ebbe giocattoli.

115. Poiché sono cattolica non ho mai giocato.

116. Il giocattolo ha sempre portato con sé un alone angelico.

117. La poesia è la pelle del poeta.
118. La fama si conquista con la solitudine.

119. Mia madre mi ha educata con l'odore dei pasticcini.

120. Il giocattolo è un ordigno segreto.

121. Io amo ciò che non si dice.

122. Chi ama è il genio dell'amore.

123. Nei momenti peggiori mi chiamo Cita Hayworth.

124. LE MIE INVETTIVE PREFERITE

Cagna fetosa
Lurida crosta
Bestia cagnosa
Micio fetido.

Faccia d'ortica
Naso di vino
Cane lurido
Gabbiotto isterico.

Rettile indegno
Vestale isterica
Laida tomba
Sogno raffreddato.

125. Il paradiso non mi piace perché verosimilmente non ha ossessioni.

126. Chi ha un handicap giustifica sempre i suoi peccati.

127. Concludere una vita vuol dire rinunciare a morire.

128. Tutte le ombre hanno le loro vertigini.

129. Chi è prigioniero diventa potenzialmente libero.

130. Sono nata per Cristo.

131. Ho avuto trentasei amanti più IVA.

132. I fiori della mia bronchite sono le mie sigarette.
133. Bussate e vi sarà chiuso.

134. Il fallo maschile mi fa solo pensare a quante rinunce mi ha fatto fare la vita.

135. I cattivi amanti riescono a demolire il segreto della Poesia.

136. L'uomo opera in se stesso come il più saggio dei mentitori.

137. I poeti sono i nipoti di Dio.

138. Sono piena di bugie ma Dio mi costringe a dire la verità.

139. Chi è a corto di bugie non può salvarsi.

140. Quando la bugia sembra vera nasce la calunnia.

141. La poesia è un raccolto assai esile che sfuma al primo starnuto.

142. Della mia crocifissione mi manca solo il lavaggio dei piedi.

143. Nella psichiatria locale esiste un verme con ali quadrate.

144. Ogni amore per me è uno stupro.

145. Mi hanno fatto mangiare la placenta dei miei libri.

146. La semplicità a volte è il sintomo di una interna avarizia.

147. La calunnia è un vocabolo sdentato che quando arriva a destinazione mette mandibole di ferro.

148. Quando sono senza soldi impallidisco.

149. Il dilemma dell'uomo è tra il suo water e la camera a gas.

150. Il mio medico mi ha prescritto due fondi Bacchelli.

151. Nelle prigioni gli alberi crescono a rovescio.

152. Sono completamente asessuata, salvo errori e omissioni.

153. Ho cominciato a piangere per gioco, e poi ho creduto che fosse il mio destino.

154. L'uomo è sempre più vicino all'amore che alla fortuna.
155. Io sono più grande di ogni tradimento.

156. Si impara a vivere quando si impara a morire.

157. La rabbia mi fa bene.

158. La pazzia mi visita almeno due volte al giorno.

159. Ogni ragnatela ha un ragno in colpa.

160. Attualmente non mi conosco.

161. Da anni indago sul caso Merini.

162. Escalante sei muto da tempo
come un usignolo colpito
da una pietra.
Ti amavo lo so,
veneravo i tuoi piedi limpidi
e le tue mani segrete.
Poi, improvvisamente, ti ho chiesto una cosa:
"o cavallina cavallina storna
che portavi colui che non ritorna".
Tu mi hai guardato,
infinitamente bugiardo
mi hai additato una bionda
venere di ferro.

163. O primavera nuda
coperta di soli fiori.
Sanno tutto di te
ormai sul Naviglio,
solo tua madre
aveva la tempesta.
Ti copri ormai le mani
che hanno sole d'amore,
vogliono il tuo mistero:
baciar la Poesia.

164. Foglia, dita di mano fresca
che addormenta la schiena
di un destino ormai perverso.
Tenera farfalla che piange
sopra un petalo di rosa.
È come fare un albero di pane
che muore nel silenzio.
165. La superficialità mi inquieta ma il profondo mi uccide.

166. Le gatte molto pelose hanno figli veggenti.

167. Quando un amore ti stringe e ha occhi di fuoco è ora di morire.

168. Quando Titano mi vuole conquistare mi fa il do di Pavarotti.

169. Più mi lasciano sola più splendo.

170. Non mi bagno mai perché non sono una ninfa.

171. Confondere la merda con la cioccolata è un privilegio delle persone estremamente colte.

172. La lobotomia è il tocco finale di un grande parrucchiere.

173. Sono molto irrequieta quando mi legano allo spazio.

174. Non mi vanno le lapidi perché mi peserebbero troppo.

175. La donna è qualcosa di misterioso che sta tra il canto e la metafora.

176. Sono l'unica poetessa in Italia che piange.

177. Il prodigio della morte è l'arte di sapere attendere in eterno.

178. Solo quando sto morendo sono particolarmente in forma.

179. Quando ho mangiato bene mi informo sul destino degli altri.

180. La carne sfilaccia facilmente se l'anima va in cancrena.

181. Lascerò Casiraghi erede delle mie sfortune.

182. Appena posso mangio male per non peccare di vanità.

183. Ogni notte per me è tempesta di pensieri.

184. A volte devo raccogliermi da sola.

185. Abbiamo spesso pietà di noi, mai un vero rancore.

186. Il mio letto è una zattera che corre verso il divino.
187. Quando la sessualità comincia a ribollire uno vorrebbe andare in Cornovaglia.

188. La nevrosi è qualche cosa di circoscritto al pube.

189. Don Chisciotte aveva un cavallo spento.

190. C'è chi si masturba per non perdere l'orientamento.

191. Gli uomini mi piacciono finché non mi spingono al pianto.

192. Orfeo piaceva alle Muse ma io piaccio tanto a Caronte.

193. Mi hanno detto
che sei un po' bianco e nero
un po' teppista e un po' Eldorado
ma quando mi baci
diventi acqua materna
diventi prato limpido
diventi il mio destino.

194. O lupo dietro la porta
che spandi sementi ovunque
credendomi ragazza.
Pulivi i pavimenti
per avere denaro,
dissotterravi morti
per trovare la vita.
Indomito dottore
di ogni cavalcavia.

195. Eri seduto sopra il mio letto
con le palpebre semichiuse
e guardando le mie gambe d'agosto dicesti:
"Somigli a un cane.
Poi, mi asciugasti il sudore:
"Se soffri troppo io ti abbandono".

196. Per baciare un cavallo
ho perso un ragazzo giovane,
un ragazzo di fuoco.
Aveva le narici prorompenti,
il naso mutilato dal freddo,
era la maschera di un samurai.
Credendolo un antico guerriero
mi buttai dagli spalti
di un raro castello ellenico,
e fui raccolta da mille pompieri
dannati di poesia.

197. Blatero sempre per non arrendermi a Dio.

198. Quando apro il gas mi sento morire.

199. Il mio chiodo fisso è Sigmund Freud.

200. Solo le cose buone hanno il divenire del cielo.

201. Il grado di libertà di un uomo si misura dall'intensità dei suoi sogni.

202. Mi piace rimanere lontana dai miei ideali.

203. Gusto il peccato come fosse il principio del benessere.

204. In ogni conchiglia c'è il buio del mare.

205. Io non guardo l'abito, guardo il monaco.

206. Scrivo perché lo vuole il creato.

207. Sono la prima donna del caso.

208. Voglio bene a Titano perché non mi parla mai di poesia.

209. Ciò che lega la parola del poeta è il turgore segreto del suo potere nascosto.

210. Il monte Sinai qualcuno lo confonde col monte di Venere.

211. Chi regala le ore agli altri vive in eterno.

212. Le mani un poco sudate fanno fuggire le parole.

213. Chi mi guarda rimarrà eternamente confuso.

214. Quando sorge il sole mi pento amaramente di non avere peccato.

215. Dio è il mio grande amore.

216. Ogni giorno sono costretta a peccare.

217. Si vive sempre troppo.
218. I figli si partoriscono ogni giorno.

219. Gli aforismi sono gli incantesimi della notte.

220. La vita è inarrestabile.

221. Ogni orario ha le sue incertezze.

222. Io sono proprietà di Dio.

223. Dio teme una cosa sola: l'ignoranza degli angeli.

224. L'uomo piange spesso con le sue opere.

225. Chi ha due occhi angelici spesso conduce al male.

226. La poesia è la peggiore disgrazia che può capitare ad un uomo.

227. Gli orologi non sono mai andati agli appuntamenti.

228. O gioco di sospiri
ora che ascolti i miei carmi
e ridi gioiosamente
del mio filo d'amore.
Pensa se l'orizzonte mi attende
somiglio a un capoverso sbagliato
che ha un filo rosso
che ha un porto di orizzonte
e trasognata illudo il mio passato
con un soffio di arida aria.

229. Dammi canto da cantar soave,
sì che lacrime di cielo
colorino la vita.
La tavolozza ha sette mutamenti,
uno per ogni bacio che mi hai dato.
Sette baci di labbra ed assoluto,
sette mammelle gonfie di teatro.

230. Ti avrei chiamato Abramo
se ti fossi inserito al mio destino.
Invece hai portato Isacco
lungo il grande cammino della fede.
Ci hai ferito nel cuore universale
con l'albero del sapere.
Dimoriamo in te stanchi e affaticati
dal principio del mondo.

231. Rimani foglia del mio pensiero,
illumina la mia paura presso di te,
il sentimento e il tempo mi divorano.
Troppo lunga, Alberto,
è la mia vecchiezza,
lunga e dolorosa a un tempo.
Per arrivare a Dio
ci vogliono tanti versi,
tante sudate allegrie.

232. Caro amore bugiardo
Caro amore infinito
Circolo intorno a te
Anello per ogni dito.

233. La tua parola era piena d'ansia
come il sangue di un vaticinio.
Avrei durato una vita
a capire cos'è un amore,
ma il tuo tono indelicato e triste
ha bagnato il mio sguardo
di tradimento.

234. Se un uomo si sfrega contro una suora nasce Gesù Bambino.

235. A furia di aspettare mi si sono esasperati i libri.

236. Amore, il mio seno era caldo
e calda la mia potenza.
Hai preso il mio seno
per un bivacco
e hai pianto a lungo sul cuore.
Infine siamo morti di sogno.

237. Titano è talmente geloso che ha comprato la Divina Commedia.

238. Quando Titano mi sveglia io sprofondo nel sesso.

239. Se le donne sono frivole è perché sono intelligenti a oltranza.

240. L'uomo impara sempre a vivere quando è troppo tardi.

241. Chi è morto in vita giace bene.
242. Il gas mi ha nutrito per anni.

243. Quando mi presento nuda è come se fossi morta.

244. Nessuno rinuncia al proprio destino anche se è fatto di sole pietre.

245. I folli sono quelli che resistono agli amori facili.

246. La scuola dell'erotismo è pur sempre la scuola di Saffo.

247. Non ho paura della morte ma ho paura dell'amore.

248. I veri innamorati sono quelli che fuggono.

249. Il sesso è sempre stato il grande puntiglio di Dio.

250. In amore sono una donna ustionata.

251. Il tronco della tua pace
era così vegliato dai miei occhi
che diventò un'onesta religione.
Fosse stato un peccato avrei gridato,
per la misericordia del Signore.
Invece fu un sospiro solamente
che bruciò le foreste del mio amore.

252. Mi trucco solo quando aspetto la morte.

253. Ho un piede nella fossa che non riesco a liberare.

254. L'amore ha sempre corrotto il creato.

255. Il principio attivo di ogni creatura umana è la sua solitudine.

256. Perché mi dici cose fuggenti
che non sanno di vero,
perché inganni te stessa?
Il violino armonico che avevi dentro
si è rotto per sempre.
Inutile sperare...
Così spero che qualcuno
bussi alla porta,
e non solo il vento.

257. Il male non ha vegetazione.
258. Il dolore non è altro che la sorpresa di non conoscerci.

259. Per poter scrivere devo prima lamentarmi.

260. Vorrei morire come donna ma non rinascerei come un uomo.

261. Non ci sono più ricoveri a vita, ci sono solo ricoveri a morte.

262. Sei una luce così intensa che sei diventata ombra.

263. In caso di urgenza sessuale affittare un cammello.

264. Per quelli che vedono nudo si consiglia un fenomeno di copertura.

265. Si può essere qualcuno semplicemente pensando.

266. I molluschi sono più cerebrali dell'uomo.

267. L'essere umano è pieno di gambe.

268. La solitudine è un bluff.

269. Passo intere giornate a pensare cos'è il dubbio.

270. Ogni anima di poeta conchiglia fossile.

271. Il mio vero tipo di uomo è Gesù.

272. Ho fame di solo silenzio.

273. Ho scritto un adagio per polmone e milza.

274. Il cielo è la dimensione schiusa del nostro destino.

275. La mente è il peso aspecifico del corpo.

276. Il calore della mente è superiore a quello dell'eros.

277. La mente è la frugalità degli onesti.

278. Qualche volta il dado è più logico della minestra.

279. I poeti sono morti stanchi.
280. Io ho le stelle nel grembo.

281. Riesco a farmi fare i ravioli in brodo anche nel deserto.

282. Quando la vita è troppo breve vuol dire che è cominciato il destino.

283. Tutti mi vogliono purché li lasci stare.

284. L'età è sempre nuda.

285. Nessuno pensa alla mia protesi perché nessuno vuole che io rida.

286. La divinità è certamente anteriore alla luce.

287. Colui che pesa le sue parole cade in miseria.

288. Io mangio solo per nutrire il dolore.

289. Se il silenzio è d'oro l'elettrochoc è la rovina del silenzio.

290. Ogni cavallo ha il suo modello di battaglia.

291. Eri un fiume profondo
e io la barca più nuda
dell'amore del gelso
che ti divora le acque.
Con un morso mi staccasti l'orecchio
e fui il Van Gogh della preghiera.
Cercai disperatamente Cézanne
e trovai il tuo cimitero.

[a Nicola]

292. Il camaleonte conosce solo il prezzo del suo piacere.

293. Il segno non è altro che la pretesa del sublime.

294. Nessuno mi pettina bene come il vento.

295. Vorrei tanto avere la placida nudità di un uomo.

296. L'arte è un purissimo velo.

297. Non ho rughe ma molti metalli spenti.
298. I sassi abbandonati nelle acque
a volte non han fiore di speranza
così come non spero nel tuo amore.
Stanno sotto ogni pensiero
e ammorbano le acque.
Ahimè quanta fortuna dentro il pesce
che scappa dalla bocca della luna
e si frantuma contro il tuo bel volto
ansioso di morire.

299. Una brutta maternità può generare crimini efferati.

300. Nella mia casa vivo con un certo Salieri.

301. La musica fa respirare.

302. Quando dormo ascolto.

303. La polvere è la pausa dei giorni passati.

304. Sbadiglio solo per affetto.

305. Basta un dopo di Vanni per diventare eterni.

306. Se il poeta capisse ciò che scrive sarebbe un perdigiorno.

307. Coloro che mi scrivono lettere d'amore non sanno cos'è il futuro.

308. Riempio spesso di cibo la bocca per non parlare.

309. Lo sconforto non tiene mai conto del firmamento.

310. Ci sono giorni che non si staccano dalle pareti.

311. La mia casa non è un punto fermo ma un rifugio che traballa.

312. Il sospiro è la chiusura della parola.

313. Parlo poco perché parlo molto.

314. Sono anni che non ho più erotismi focalizzati.

315. La veste è il fogliame dell'uomo che copre la nudità del suo respiro.
316. Il poeta che vede tutto viene accusato di libertà di pensiero.

317. Roberto Rebora aveva paura degli angeli.

318. Ho la mente fertile di un uomo.

319. L'ultimo ictus mi è venuto per una zanzara.

320. Dio è il grande esattore dei poeti.

321. Ogni uomo inventa il suo tipo d'amore.

322. Il mio grande sogno è di avere un'ambulanza.

323. Non so più a chi dare il mio indirizzo.

324. L'invenzione più truce che Dio ha fatto è stata la vita.

325. Per farmi sentire giovane Titano mi deruba dei miei sguardi.

326. Titano è il mio agevole amore.

327. Avevo una sudicia vergogna amico,
una sudicia vergogna creda.
Mi girava intorno e mi chiamava
rapinatrice d'amore.
Avevo una vergogna nera,
pareva sangue coagulato,
un misticismo di dolore.
Quest'uomo Lucio, embrione della galera,
sbatteva le cervici contro il freddo
e il conte Ugolino.
Credimi Dalla, nessuno ha creduto
al mio folle disegno di sbranargli la bocca.

328. Dalle mani magnifiche del cuore
sei percorso nobile strumento
che stai dentro le labbra del signore.
E il tocco è bianco
come di una corda che vibra
e come la mia rima
che dovrebbe essere una parola
e invece è un pensiero
una canzone.
329. Svengo sulle tue mani,
svengo sulle tue labbra,
ma se ti tocco il fallo mi compongo
perché lì molti anni fa tu sei morto
amandomi d'amore puro.

330. Il mio sentimento per te
è grande come la giovinezza
senza tremiti o baci
o pie discolpe.
Il nostro amore
per la carta pura
e la stampa migliore
dove lo sguardo
attira il sentimento
e l'acme della luna.

331. O Donna,
il tuo violino superbo
apre angeliche voci
e un perno di metallo
anima l'usignolo.
Lui Alberto la mia rima
subì questo momento
e divenni la Dea
di vasta Ipotenusa
sberleffo di Parole
o silloge del Sole?

332. Come cavalca male i purosangue
colui che amo.
Avvezzo alle puledre
giovane e ottuso le divora.
Io mi salvo perché
obbedisco solo a un domatore
che è il mio pensiero.

333. Giovane, con quello scatto negli occhi,
che somiglia a un galoppo d'Artista
quando vede le membra del sogno
e si innamora di Lei o facile donna
che dimori nel cuore dei poeti
come il dolore di un bacio
come il dolore bianco di una rima.
Il tempo che fa morire le foglie
non potrà straniarti
dalla tua eternità
perché l'amore è fanciullo.

334. L'inferno è la mia grande passione.

335. Uscire dal manicomio è un miracolo personale.

336. Non esiste né un principio né una verità: l'unica cosa che può fare l'uomo è di sopravvivere
all'universo.

337. Sono più furba di Re Erode perché salvo i bambini.

338. Sei un magnifico specchio di parole.

339. Mi sono sempre uccisa da sola.

340. Il pensiero non ha bisogno di carne.

341. Illumino spesso gli altri ma io rimango sempre al buio.

342. Prendere le distanze dalla materia è segno di grande saggezza.

343. Le grandi fatiche vivono all'interno di grandi riposi.

344. La mia tosse insistente è un atto di protesta.

345. La nudità mi rinfresca l'anima.

346. Nessuno può sapere cosa c'è tra me e Dio.

347. Ognuno è amico della sua patologia.

348. Non è ingarbugliando la matassa che si respira.

349. Malgrado il clavicembalo ben temperato la portiera è sempre viva.

350. Ogni vero pascolo cammina a ritroso.

351. L'uomo è come un legno secolare pieno di canzonature e dispetti.

352. Il più bel teatro da guardare è il proprio destino.

353. La depressione è un discorso puro sulla creatività.

354. Dormivo, e sognavo che non ero al mondo.
355. Il tempo dimora nelle nostre ossa.

356. La morte si diletta più con le mie ossa che con la mia anima.

357. Spesso scampo dal destino per riparare nel fato.

358. Le favole sono soltanto le canzonette del male.

359. Non si può descrivere una cosa che non si è mai amata.

360. È solo sospirando la carne che si arriva alla parola.

361. La morte è un confine perfetto.

362. La potenza del destino è fatta dell'intero universo.

363. Il peccato non si rifiuta mai.

364. Vedo poco per il troppo pianto.

365. Ho provato a piangere con le mani.

366. Le sgualdrine non uccidono mai le proprie vittime.

367. Chi crede nel paradiso ne rimane sconvolto.

368. Nessuno ha mai capito il mistero perché il mistero non è mai esistito.

369. La vera misura dell'uomo è la pace.

370. Il poeta ostinato a essere felice chiama gli Unni a distruggergli la casa.

371. Alda Merini è stanca di ripetere che è pazza.

372. Sono stanca di sentirmi inventare.

373. Tutti i poeti mi hanno mangiata.

374. Le parole che offendono sono l'urlo della nostra ignoranza.

375. La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri.

376. Spero in Dio per quello che mi serve.
377. Mi muovo secondo la mia violenza.

378. L'uomo che rasenta il proprio muro non avrà occhi per l'alba.

379. Quando il poeta piange comincia la fine del mondo.

380. Sono volgare quanto basta.

381. Ciò che fa impazzire i falli è il fatto che hanno sempre avuto una chiara ragione.

382. Chi mette un piede in fallo spesso si trova gravido.

383. Sono sempre rimasta fedele alla mia meraviglia: mi meraviglio di un peccato impunito e della grazia
inattesa.

384. Molestar le grazie solleva a volte un'agile puntura.

385. A volte ho un occhio falso.

386. Chi si nasconde nella tenerezza non conosce il fuoco della passione.

387. Ci sono amori che sono mormorii di primavera.

388. Ogni ateo ha il suo attento dolore.

389. Il superuomo è quello che si regge da solo.

390. Quando un artista va dallo psicanalista inventa sempre.

391. Il clistere è una delle mie grandi consolazioni.

392. Il bello è bello solo quando rende in altezza di pensiero.

393. I grattacieli soffocano il vociare degli idoli.

394. Certi figli che scorrono nel nostro sangue non avranno mai un parto.

395. Uno dei miei più grandi amici è stato il mistero.

396. I quadri sono come le donne: non vogliono essere capiti.

397. Ogni anno luce vale cento anni d'ombra.

398. Non sempre si riesce ad essere eterni.
399. Ogni uovo apre la sua gallina.

400. Non mi lascio mai escludere dal mio io.

401. Il più grande stratega che io conosca è il mio borsellino.

402. Non parlo mai se non sono accesa.

403. Nelle mani di Vanni Scheiwiller divento un pesce.

404. Quando Vanni fruga nelle tasche perde qualche poeta.

405. È un filosofo puro il poeta, che va sulle montagne a cogliere l'ultima stella.

406. Totem e tabù servirono a Freud per stare comodo.

407. Chi si colloca al centro del mondo cade sulla propria frontiera.

408. L'imperativo categorico del poeta è di morire prima di cominciare ad esistere.

409. Se la morte fosse un vivere quieto
un bel lasciarsi andare
un'acqua purissima e delicata
o delibazione di un ventre
io mi sarei già uccisa.
Ma poiché la morte è muraglia,
dolore, ostinazione violenta
io magicamente resisto.
Che tu mi copra di insulti,
di pedate, di baci, di abbandoni,
che tu mi lasci e poi torni senza un perché
o senza un variare di senso
nel largo delle mie ginocchia
a me non importa perché tu mi fai vivere
perché mi ripari da quel gorgo di inaudita
dolcezza
da quel miele tumefatto e impreciso
che è la morte di ogni poeta.

410. Come ramo che piano si rattrappisce
sul suo dorso nel nodo di corallo
che parte dentro un'arida radice.
Così son io, invecchio quando penso
che debba domandarti un'altra volta
un rapido pensiero.
411. La mafia sbanda,
la mafia scolora,
la mafia scommette,
la mafia giura
che l'esistenza non esiste,
che la cultura non c'è,
che l'uomo non è amico dell'uomo.
La mafia è il cavallo nero dell'Apocalisse
che porta in sella un relitto mortale,
la mafia accusa i suoi morti.
La mafia li commemora
con ciclopici funerali,
così è stato per te Giovanni
trasportato a braccia da quelli
che ti avevano ucciso.

412. Come fai Santo Padre
ad urlare contro la guerra in Bosnia
quando fin da bambini
ci hanno insegnato
ad uccidere le zanzare.

con affetto da Alda Merini

413. Se ti ho ispirato dimmi se ti onora
onor del canto che tu dici il vero
forse a noi toccherebbe una corona
ma in fondo noi vogliamo un cimitero
un cimitero dove canti un drago
dove Beatrice incontri Simon Mago
dove apostatici artisti siamo noi
tenuti in conto di maldestri buoi.

414. O ragazza infinita
che brancoli nel buio
di un'ombra che cammina
in te:
mortale la tragedia dell'uomo
se cerca nei capelli
la tensione divina
e così quell'amore
che credi spensierato
è il cervello di un uomo
che ama la parola
e la parola è il gesto
che anima le madri
che vedono nei figli
un amore inventato.

415. C'è gente che prende il granito
per farvi battere un cuore.
Dio ci prese la carne e l'anima
mettendo insieme i confini.
La nostra carne così debole, così informe
sogna di essere buttata nel granito
per perdere il cuore.

416. Tua nonna mi piaceva fino a ieri,
poi ho visto la tua adolescenza
e sono precipitato.
Ho visto la Trinità di Dio:
bellezza, intelligenza e perdono.
Un povero violino che piange
pensando ad Eloisa.

417. Il sole dei vecchi
è un sole stanco.
Trema come una stella
e non si fa vedere,
ma solca le acque d'argento
dei notturni favori.
E tu che hai le mani piene
d'amore per i vecchi
sappi che sono fanciulli
attenti al loro pudore.

418. La minestra mandata da Dio
adesso si raffredda.
È ora di rinnovare l'anima
e il cucchiaio.
Questo pane degli angeli infinito,
o questa comunione di lenticchia,
è questo digerir bene, almeno il cielo.
Dimmi come si può,
che digestivo adoperi tu adesso.

419. O Re Erode infinito
che hai ucciso
il mio unico rampollo,
il Dio amore perfetto.
Ti ho affidato
la neve del mio pensiero
e l'hai pensata ghiaccio,
mentre era una lacrima di stupore
al tuo apparire.

420. All'alba quando fugo
i miei destini nell'ombra
e mi rifaccio antico vate
sento che la mia mente
mi sgombra e torna
e non so qual nulla fiate
il petto che d'amore
mi rindonda.

421. Egli tarda a venire e il cuore è spento
come un bracere su cui cade l'acqua.
La sua distanza mi fa forsennata
e mi cadono in cuore
i suoi begli occhi come due pietre rosse
dai colori di sangue.
E questo il mio mutar d'amore.

422. Le capre brucano l'erba pazienti,
incuranti della guerra e dei segni di Dio.
Sanno benissimo che verranno sacrificate.
Più sagge di noi non dicono al vento
le loro umane paure,
ma sono animali come noi:
come noi hanno un'anima lieve.

423. Federico, hai portato una guerra
nella tua famiglia,
una ridda di giochi elettrici
e una ricerca di gloria grande.
Il Barbarossa non sarebbe nulla
confronto a te bambino.
I genitori ti guardano giocare
con il destino.

424. Sono il juke box dei miei editori.

425. Se i ricchi hanno il pelo sullo stomaco io sono un buon rasoio.

426. Vendo tutti i miei libri per fame.

427. La poesia è un modo come un altro per morire, ma anche per salire in alto.

428. La scrittura del poeta non è mai sua, è dell'editore.
429. L'arte è estremamente vergine.

430. I miei editori sanno fare solo carità pelose.

431. Le grandi avarie provocano grandi pensieri.

432. Il mio editore para molto bene i gol sugli assegni.

433. La copula del poeta è sempre asettica.

434. I poeti cantano coloro che hanno bisogno. Ma non li salvano mai.

435. Piace a me a volte dettare agli altri ciò che non vorrei scrivere.

436. L'ignoranza è un grande equivoco sui doni sinistri della parola.

437. La morte è un grande giocattolo di Dio.

438. L'umorismo nero è nato in sala operatoria.

439. Le banche hanno sempre nascosto l'asso nella manica.

440. Ho il conto in rosso perché molta gente si masturba a mio carico.

441. La banca è il più grande teatro di non pensiero.

442. Non ho mai avuto tempo per i furbi.

443. Il proprio figlio non è mai sazio.

444. Tutto sommato il poeta è un vigliacco.

445. a Marcella

O inferno, paradiso, suono.
O manicomio infinito.
Crepita il gioiello sepolto
della mia giovinezza,
quel tuo pube profondo
darà parti felici
perché creerà la Musa
del mio grande dolore.

446. Mi hanno accusato di innocenza, ma anche di frenesia estetica.
447. Ho sempre dovuto pagare per farmi ascoltare.

448. Ho il colon ustionato dai versi.

449. Se una mano è leggera non vuole dire che sia estranea al delitto.

450. Chi è convinto di farci del bene spesso ci rovina.

451. Sono ammalata di sapienza.

452. Nessuno osa sfamarmi.

453. Il carnefice è quasi sempre un nostalgico del futuro.

454. Cercherò eternamente il mio assassino.

455. Esistono mani fatate che possono diventare fatali.

456. Non sempre raccolgo briciole, spesso raccolgo bufali interi.

457. Durante le estasi ci si denuda per vedere l'assoluto.

458. Niente è più necessario di ciò che non serve.

459. Gli intellettuali non hanno curve.

460. Chi muore in silenzio si vendica delle curiosità altrui.

461. Ogni grande genio lascia una traccia ignobile.

462. L'io è profondo come la luce ma verte verso il basso.

463. Prima di parlare con gli altri addormenta la tua belva segreta.

464. A volte non capisco le torte degli altri.

465. Quando il mondo non mi dimentica mi dimentico io.

466. Le donne abitano nei seni come Dio nella parola sacra.

467. Tra la modella e il pittore c'è sempre un impasto fra il colore e la carne.

468. Il buio è la mia intimità.
469. La mia voce pare lontana perché telefono dal cielo.

470. Le ombre del perbenismo sono sempre sinistre.

471. La preparazione alla morte dura una vita intera.

472. Nietzsche morì di dubbio.

473. Dio ha disegnato l'uomo per ingannare il tempo.

474. Quando la morte ci fiuta ha il sentore di un cane fedele.

475. Regola dell'amore è soltanto l'arte.

476. Rifiuterò sempre il premio Nobel perché in Svezia fa freddo.

477. Ogni volta che ho creduto allo stress mi sono sentita rinascere.

478. Sono i miserabili che fanno grandi gli eroi.

479. Gli emarginati hanno il fiato dolce.

480. Il grande premio dell'uomo è la sua vita.

481. I poeti sanno quando devono smettere di scrivere.

482. a Eugenio Montale

I tuoi acini d'oro,
i limoni perduti
nel grembo di altre donne
che ti hanno solo sognato.
Capita anche a me, Maestro,
di aver fatto l'amore
con quelli
che non ho mai conosciuto.

483. a Marina

Le rondini non si fermano più
nelle trame del vento
si coprono di assurde balaustre
le ore son demolite da tempo
i secoli non parlano di memoria
gli assiri e i babilonesi
convergono nelle mie mani
con disegni schizzati di agonia
m'hanno insegnato a non parlare più
a non correre, a non dire che peno
e che temo la tua resurrezione.
Così avvicinandosi Pasqua
non aprirò l'uovo secolare
della mia fecondissima infanzia
mio padre e mia madre memorie morte
è traslocato persino il diluvio
abito nei castelli di Kafka
da tanto tempo..

484. a Roberto Cerati

Hai un filo d'erba
nei tuoi bianchi capelli,
un puro gelsomino d'attesa.
Così fiuti in me
il cuore sempre verde,
la ragazza d'un tempo
dall'anima canora.

485. a Ferruccio

Due giovani ragazzi
ritornati all'arena ormai vecchi
che ricordano i templi di Afrodite.
O Grecia sacra che ti tradisci!
Le ragazze, le avide vestali
erano circoscritte dall'imene
come da un candelabro di dolore
ed ardevano in festa quando Apollo
le visitava adagio dentro gli occhi

486. a Ferruccio

Il tuo amore
da grande Apollodoro tenero
che guardi alla vecchiezza
come a un incanto.
Temi adesso di svestirmi,
non trovare le carni
che gemmano d'estate

487. per Agostino

Come sorridi ai prati
angelico ragazzo
dove credi che il mondo
sia una pallavolo.
Le fate dei castelli
le fatine turchine
le fate petulanti
e Pinocchio voglioso
di un legno sempre verde.
Lucignolo profondo
sei tu, che getti via
l'intimo abbandono
delle grandi parole.
Però si dice che lontano
la fatina sepolta
continui a mormorare

488. per Tommaso

Raggiungono i figli dei poeti
tanti bugiardi palloncini
che una mano, a volte inesperta,
lascia volare nel cielo.
Non sono tutti angeli Tommaso,
quelli che volano intorno,
e a volte è un amore grande
che tradisce il mistero di tuo padre.
Sempre misterioso è l'amore paterno,
credi, il mio sillabario sei tu.
Ho imparato parola per parola
a crescerti nella vita, sei il mio maestro.
Ma anche io come Pinocchio
vendo il mio abbecedario
per un bacio d'amore

489. Stemperate l'uomo del giorno
con qualche rima di Diego Valeri.
Aggiungete un pizzico di cyparissum,
un odore di zolfo
un leggerissimo
spargimento di sangue,
una seppia dorata
nell'atto di morire.
Condite il tutto
con salsa alla García Lorca
versate il composto
nella formella del Pesce D'oro
e servite in tavola
per il compleanno del Papa

490. Quelle lunghe telefonate anonime
che io e te Alberto ci siamo fatte
ingarbugliando matasse e confini
erano solo spiate d'amore
che nessuno ha compreso

491. Fogli miei inverecondi,
ballate inutili menestrelli casti.
Voi siete certamente
come grosse cambiali
che pago agli editori.
Un conto ingiusto
di fronte a una insaziabile
agonia

492. Diario, io ti lancio nel vuoto
come una colpa.
Nessuno saprà mai l'immane fatica
di scrivere nel vento.
Oh, il vento
che ha asciugato le mie lacrime,
basterebbe essere la mia sola scrittura.
Ma il vento non sa leggere
e io non so più parlare

493. A Natale non si fanno cattivi
pensieri ma chi è solo
lo vorrebbe saltare
questo giorno.
A tutti loro auguro di
vivere un Natale
in compagnia.
Un pensiero lo rivolgo a
tutti quelli che soffrono
per una malattia.
A coloro auguro un
Natale di speranza e di letizia.
Ma quelli che in questo giorno
hanno un posto privilegiato
nel mio cuore
sono i piccoli mocciosi
che vedono il Natale
attraverso le confezioni dei regali.
Agli adulti auguro di esaudire
tutte le loro aspettative.
Per i bambini poveri
che non vivono nel paese dei balocchi
auguro che il Natale
porti una famiglia che li adotti
per farli uscire dalla loro condizione
fatta di miseria e disperazione.
A tutti voi
auguro un Natale con pochi regali
ma con tutti gli ideali realizzati.

494. Qualcuno ha fermato il mio viaggio, senza nessuna carità di suono. Ma anche distesa per terra io
canto ora per te le mie canzoni d'amore.

495. Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all' orecchio degli amanti.

Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario.

Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnananna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.

496. Una rosa purissima è l'anima
in quel suo pensare
a una perenne primavera.
L'amore è la ragione.
Se tu ami
avrai rose tutti i giorni,
se tu non ami
sarai uno sterpo spoglio.
497. L'Amore è un mistero.
Perché mai ci innamoriamo?
È un grande furore
che ci placa di tutti i nostri tormenti,
è una grande pena
che ci guarisce
da tutte le guerre.
L'innamorato è uno strano guerriero
che sorride
e vuole bene agli altri.
L'innamorato fa sbocciare
tutte le rose del mondo,
ma gli altri le calpestano
per un impulso improvviso
di bruciante gelosia.

498. Dio ci dona l'infinito
con l'Amore,
e noi respiriamo con la terra,
guardiamo con il cielo.
L'Amore è il nostro abbraccio continuo
alla vita,
il fuoco rovente del dubbio
che plasma la nostra esistenza.
L'uomo che pensa all'Amore
è la Bellezza suprema
di questo mondo.

499. I lacci che mi legano i pensieri
sono dubbi d'amore,
serti di dolore
per un uomo
che cerca qualcosa da me
che non è il mio cuore.
Questo assillo è una fascia
che mi imbavaglia
e mi costringe in un cantone.
È un atroce penitenza
che mi divora completamente
senza mai farmi perdere i sensi.

500. Vino che dai luce alle stelle
riempi gli occhi di questo sole
che non tramonta mai.
Mi sono seduta in un'osteria
per ubriacarmi di lui
che non è presente.
Egli vive tra gli erbosi colli
della sua giovinezza
e non guarda le mie pendici,
ma quando mi riempio di vino rosso
l'immagine di lui colma tutti i bicchieri
e si addormentano tutti gli dei.

501. La grazia delle montagne
che io immagino piene d'erbe
diventò una rupe rocciosa
il giorno che io mi dissolsi nel nulla,
ma anche nei manicomi
continuai a sperare per questa solarità
per queste altissime cime
per questi giacigli di grazia.
Mi accamperei in un prato
perché il silenzio non ha parole.

502. Se dovessi inventarmi il sogno
del mio amore per te
penserei a un saluto
di baci focosi
alla veduta di un orizzonte spaccato
e a un cane
che si lecca le ferite
sotto il tavolo.
Non vedo niente però
nel nostro amore
che sia l'assoluto di un abbraccio gioioso.

503. Non voglio sbagliare ancora, Signore,
e inseguire un uomo
che nemmeno sa cos'è la tua immagine.
Io vado sempre per strade chiuse
che non sono la tua voce.
Io parlo con parole di fango
e la mia bocca adora
simulacri di carne
che non hanno mai niente da dire.
Ma la mia grande forza, Signore,
è nel mio cuore di terracotta
che sempre ama
di un amore incontenibile.

504. Il Poeta raccoglie dolori e sorrisi
e mette assieme tutti i suoi giorni
in una mano tesa per donare,
in una mano che assolve
perché vede il cuore di Dio.
Ma la città è triste
perché nessuno pensa
che i fiori del Poeta
sbocciano per vivere molto a lungo
per le vie anguste della grazia.

505. La bramosia perenne dell'uomo
il latte del tuo cavallo segreto
il miele del pettegolezzo
che poi voltasti ad arroganza
lastricarono cammin facendo le mie pene.
Così alla fine la donna comanda su tutto
ma cercando ancora l'amore
non le rimane mai niente.
in mano.

506. Sono folle di te, amore,
che vieni a rintracciare
nei miei trascorsi
questi giocattoli rotti delle mie parole.
Ti faccio dono di tutto
se vuoi,
tanto io sono solo una fanciulla
piena di poesia
e coperta di lacrime salate,
io voglio solo addormentarmi
sulla ripa del cielo stellato
e diventare un dolce vento
di canti d'amore per te.

507. I miei nemici sanno tutto delle virgole, all'occorrenza dò loro in sovrappiù moltissimi punti.

508. Il folle di solito è felice. Non ha pensieri e soprattutto non si giudica mai.

509. L'amore è una promessa di santità che ti porta all'inferno.

510. La maggior parte degli uomini è malvagia. In democrazia hanno sempre ragione loro.

511. La donna molte volte si sposa solo per far torto all'uomo.

512. Gli sguardi dei seduttori non cercano mai anime ma solo la carne molle dei vermi.

513. La sofferenza si nasconde sempre perché non piace a nessuno.
514. L'ignorante ha sempre nella sua stessa ignoranza il suo più grande castigo.

515. La donna è un cielo pieno di doni ma se l'uomo non l'accarezza vede solo un nuvolone nero.

516. Il Poeta è una fiaba infinita di un amore interminabile.

517. Dio tace ma l'ultima parola è sempre sua.

518. Tutti mi cercano ma nessuno vuole essere importunato.

519. Le mosche non riposano mai perché la merda è davvero tanta.

520. Ognuno ha l'età che mostra quando si mette nudo.

521. Dio mi accusa sempre ma non mi condanna mai. Sa che amo a sufficienza un po' tutti.

522. Quando si chiede qualcosa alla vita il destino lascia detto che è già passato.

523. Un buon lavoro è sempre il frutto di un buon sonno.

524. Ogni uccello ha la sua visione del cielo.

525. Chi mangia dolore mangia sempre solo.

526. La mia gola brontola sempre come una fossa di vecchi leoni, eppure là in mezzo vive una musa che
canta divinamente.

527. Ognuno di noi ha un angelo santo che lo protegge. Ma tutti gli rompono le uova e gli sfasciano il
paniere.

528. Lo psicoanalista cerca sempre il pelo di un uovo che ormai è diventato da tempo un pollo da servire
arrosto.

529. Il sole ascolta tutti.

530. Mi sono innamorata
delle mie stesse ali d'angelo,
delle mie nari che succhiano la notte,
mi sono innamorata di me
e dei miei tormenti.
Un erpice che scava dentro le cose,
o forse fatta donzella
ho perso le mie sembianze.
Come sei nudo, amore,
nudo e senza difesa:
io sono la vera cetra
che ti colpisce nel petto
e ti da larga resa.

531. Ho avuto una vita bella perché l'ho pagata cara.

532. Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici, e tu non crederesti mai che di notte gli
alberi camminano o diventano sogni.

Pensa che in un albero c'è un violino d'amore.
Pensa che un albero canta e ride.
Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita.

Te l'ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.


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Frasi di Cesare Pavese
1. Non ci si libera di una cosa evitandola ma soltanto attraversandola.

2. L'unica gioia al mondo è cominciare. E' bello vivere perché vivere è cominciare, sempre ad ogni istante.

3. Non fidarti delle donne quando ammettono il male.

4. Per disprezzare il denaro bisogna averne, e molto.

5. A che serve passare dei giorni se non si ricordano?

6. Chiodo scaccia chiodo, ma quattro chiodi fanno una croce.

7. È religione anche non credere in niente.

8. Far poesie è come far l'amore: non si saprà mai se la propria gioia è condivisa.

9. Fra gli errori ci sono quelli che puzzano di fogna, e quelli che odorano di bucato.

10. Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per
questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri
qualcosa di più che un comune gioco di stagione.

11. La fantasia umana è immensamente più povera della realtà.

12. Lavorare stanca.

13. Nessuna donna si sposa per denaro: sono tutte così astute, prima di sposare un milionario, da
innamorarsene.

14. Questo paese, dove sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo
l'ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto.

15. Segno certo d'amore è desiderare di conoscere, rivivere l'infanzia dell'altro.

16. Solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale.

17. Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con
gli altri.

18. Non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? Che come si è reagito una volta, si reagisce sempre?
Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino.
19. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo e
che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti.

20. Se è vero che ci si abitua al dolore, come mai con l'andar degli anni si soffre sempre di più?

21. Si resiste a star soli finché qualcuno soffre di non averci con sé, mentre la vera solitudine è una cella
intollerabile.

22. Si piange soli, chi piange.

23. Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera,
dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di
vivere. Per esempio, non vedevo differenza tra quelle colline e queste antiche dove giocai bambino e adesso
vivo: sempre un terreno accidentato e serpeggiante, coltivato e selvatico, sempre strade, cascine e burroni.
Ci salivo la sera come se anch'io fuggissi il soprassalto notturno degli allarmi, e le strade formicolavano di
gente, povera gente che sfollava a dormire magari nei prati, portandosi il materasso sulla bicicletta o sulle
spalle, vociando e discutendo, indocile, credula e divertita.

24. Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi. Cesare Pavese.

[Parole d'addio ritrovate su un tavolino accanto al suo corpo senza vita. Il 27 agosto 1950, Pavese si
suicidò assumendo una massiccia dose di barbiturici in una camera al terzo piano dell'Hotel Roma in
piazza Carlo Felice, a Torino. A indurlo a compiere questo "atto di ambizione" furono la delusione amorosa
per la fine del rapporto sentimentale con l'attrice americana Constance Dowling - cui dedicò gli ultimi versi
di "Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi" - e il disagio esistenziale che per tutta la vita aveva cercato di
vincere. La parole furono scritte sul frontespizio di una copia dei "Dialoghi con Leucò"]

25. Crudele lo sono ancora certamente, se crudeltà si può chiamare il normale contegno di chi rispetta le
donne al punto di non volerne sapere di loro. [...] Per guarire da ogni nostalgia amorosa non c'è che
sperimentare d'essere amato o voluto o bramato o quello che vuoi, da una persona che ci dia ai nervi.

[dal carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi]

26. Io trovo molto bello questo maltrattarci insaziabile [...] siamo una bellissima coppia discorde.

[dal carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi]

27. Tu non sai le colline | dove si è sparso il sangue. | Tutti quanti fuggimmo | tutti quanti gettammo | l'arma
e il nome.

[9 novembre 1945, da La terra e la morte]

28. Saprò diventare come vuoi. Devo diventarlo, perché non voglio che la nostra storia somigli alle altre
che ho bruciato.
[dal carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi]

29. Tu sarai amato, il giorno in cui potrai mostrare la tua debolezza, senza che l'altro se ne serva per
affermare la sua forza.

[dal diario intimo]

30. L'angoscia vera è fatta di noia.

31. Pensavo, invece, rientrando la sera, ai discorsi che avevo fatto con tutti ma a nessuno avevo detto ch'ero
solo come un cane, e non mica perché non ci fosse più Amelio - anche lui mi mancava per questo. Forse a
lui l'avrei detto che quell'estate era l'ultima e tra osterie, negozio e chitarra ero stufo. Lui le capiva queste
cose.

32. Non gli dissi ch'ero uscito con Linda. Adesso, prima cosa si sentiva quel profumo. La finestra era
aperta, ma nel freddo sentivo il profumo. Guardavo in terra i mozziconi se eran sporchi di rossetto.

33. Quando arrivai a Roma sul camion che Milo mi aveva trovato ero contento di aver fatto tanta strada e
che al mondo ci fossero degli altri paesi, delle città, delle montagne, tanti posti che non avevo mai visto.
Arrivammo di notte. Carletto dormiva appoggiato al conducente.

34. Lei mi disse che andava al cinema quel giorno. Io pensai "Con la blusa a quadretti?". Nel pensarlo le
diedi un'occhiata. Lei mi capì e la vidi ridere con gli occhi. Accidenti, era ben sveglia. E sembrava un
ragazzo. Fino a notte rividi la testa riccia e quella bocca e il camminare nella tuta. Fu quella volta che
scappai senza aspettare che chiudessimo.

35. Cara donna, vuoi che mettiamo il letto in negozio? Sono Pablo, e lavoro a giornata.

36. Il suo fianco era il mio. La sua voce era come abbracciarla.

37. L'acqua correva piano piano sotto il cielo.

38. Parlammo ancora di Torino e della casa. Lei mi parlò di Carlottina e di mia madre. - Le vedrò quando
verrò a Torino? - diceva. Tornammo a piedi, verso sera. C'era un sole d'oro fra le pietre e le piante. Era
l'ora che in carcere battono i ferri. Raccontai a Gina di Amelio. Lei stette a sentire, tenendomi il braccio. -
Verrà a Roma, - le dissi, - verrà anche lui. Come gli altri. Poi ci lasciammo sulla porta del negozio. Era già
notte.

[Explicit]

39. La Nube. Ho paura. Ho veduto le cime dei monti. Ma non per me, Issione. Io non posso patire. Ho paura
per voi che non siete che uomini. Questi monti che un tempo correvate da padroni, queste creature nostre e
tue generate in libertà, ora tremano a un cenno. Siamo tutti asserviti a una mano più forte. I figli dell'acqua
e del vento, i Centauri, si nascondono in fondo alle forre. Sanno di essere mostri. [...] La morte, ch'era il
vostro coraggio, può esservi tolta come un bene. Lo sai questo? [...] Per te la morte è una cosa che accade,
come il giorno e la notte. Tu sei uno di noi, Issione. Tu sei tutto nel gesto che fai. Ma per loro, gli immortali,
i tuoi gesti hanno un senso che si prolunga. Essi tastano tutto da lontano con gli occhi, le narici, le labbra.
Sono immortali e non san vivere da soli. [La nube]

40. La Nube: C'è una legge, Issione, cui bisogna ubbidire.
Issione: Quassù la legge non arriva, Nefele. Qui la legge è il nevaio, la bufera, la tenebra. E quando viene il
giorno chiaro e tu ti accosti leggera alla rupe, è troppo bello per pensarci ancora.

41. Sarpedonte. Nessuno si uccide. La morte è destino. Non si può che augurarsela, Ippòloco. [La Chimera]

42. Tiresia. Che degli dèi si parla troppo. Esser cieco non è una disgrazia diversa da esser vivo. [...] Il
mondo è più vecchio di loro. Già riempiva lo spazio e sanguinava, godeva, era l'unico dio - quando il tempo
non era ancor nato. Le cose stesse, regnavano allora. Accadevano cose - adesso attraverso gli dèi tutto è
fatto parole, illusione, minaccia. Ma gli dèi possono dar fastidio, accostare o scostare le cose. Non toccarle,
non mutarle. Sono venuti troppo tardi. [...] È accaduto qualcosa - che non è bene né male, qualcosa che non
ha nome - gli daranno poi un nome gli dèi. [I ciechi]

43. Edipo: Ma è davvero così vile il sesso della donna?
Tiresia: Nient'affatto. Non ci sono cose vili se non per gli dèi.

44. Ermete. Gli dèi nuovi di Tessaglia che molto sorridono, soltanto di una cosa non possono ridere: credi a
me che ho veduto il destino. Ogni volta che il caos trabocca alla luce, alla loro luce, devono trafiggere e
distruggere e rifare. [Le cavalle]

45. Tànatos. Che per nascere occorra morire, lo sanno anche gli uomini. Non lo sanno gli olimpici. Se lo
sono scordato. Loro durano in un mondo che passa. Non esistono: sono. Ogni loro capriccio è una legge
fatale. Per esprimere un fiore distruggono un uomo. [Il fiore]

46. Britomarti. O Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un'onda o una foglia, accettando
la sorte. È morire a una forma e rinascere a un'altra. È accettare, accettare, se stesse e il destino. [...]
Saffo.Il desiderio non è canto. Il desiderio schianta e brucia, come il serpe, come il vento. [Schiuma d'onda]

47. Meleagro. Non so. Ma ho sentito narrare di libere vite di là dai monti e dai fiumi, di traversate, di
arcipelaghi, d'incontri con mostri e con dèi. Di uomini più forti anche di me, più giovani, segnàti da strani
destini.
Ermete. Avevano tutti una madre, Meleagro. E fatiche da compiere. E una morte li attendeva, per la
passione di qualcuno. Nessuno fu signore di sé né conobbe mai altro. [La madre]

48. Edipo. No, non capisci, non capisci, non è questo. Vorrei che fossero più atroci ancora. Vorrei essere
l'uomo più sozzo e più vile purché quello che ho fatto l'avessi voluto. Non subìto così. Non compiuto volendo
far altro. Che cosa è ancora Edipo, che cosa siamo tutti quanti, se fin la voglia più segreta del tuo sangue è
già esistita prima ancora che nascessi e tutto quanto era già detto? [...]
Mendicante. [...] Mendicare o regnare, che importa? Abbiamo entrambi vissuto. Lascia il resto agli dèi.
Edipo. Non saprai mai se ciò che hai fatto l'hai voluto... [La strada]

49. Prometeo. Tutti avete una rupe, voi uomini. Per questo vi amavo. Ma gli dèi sono quelli che non sanno
la rupe. Non sanno ridere né piangere. Sorridono davanti al destino. [...] Ma ricòrdati sempre che i mostri
non muoiono. Quello che muore è la paura che t'incutono. Così è degli dèi. Quando i mortali non ne
avranno più paura, gli dèi spariranno. [La rupe]

50. Orfeo. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo. [...] Il mio
destino non tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo. [...] Visto dal lato della vita tutto è
bello. Ma credi a chi è stato tra i morti... Non vale la pena. [...] E voi godetela la festa. Tutto è lecito a chi
non sa ancora. È necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L'origine del mio destino è
finita nell'Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte.
Bacca. E che vuol dire che un destino non tradisce?
Orfeo. Vuol dire che è dentro di te, cosa tua; più profondo del sangue, di là da ogni ebbrezza. nessun dio
può toccarlo. [L'inconsolabile]

51. Secondo cacciatore. Non conosci la strada del sangue. Gli dèi non ti aggiungono né tolgono nulla.
Solamente, d'un tocco leggero, t'inchiodano dove sei giunto. Quel che prima era voglia, era scelta, ti si
scopre destino. Questo vuol dire, farsi lupo. Ma resti quello che è fuggito dalle case, resti l'antico Licaone.
[L'uomo-lupo]

52. Litierse. Non c'è dei sopra il campo. C'è soltanto la terra, la Madre, la Grotta, che attende sempre e si
riscuote soltanto sotto il fiotto di sangue. Questa sera, straniero, sarai tu stesso nella grotta. [L'ospite]

53. Padre. E dunque. Se una volta bastava un falò per far piovere, bruciarci sopra un vagabondo per
salvare un raccolto, quante case di padroni bisogna incendiare, quanti ammazzarne per le strade e per le
piazze, prima che il mondo torni giusto e noi si possa dir la nostra? [...]
Figlio. [...] Sono ingiusti, gli dèi. Che bisogno hanno che si bruci gente viva?
Padre. Se non fosse così, non sarebbero dèi. Chi non lavora come vuoi che passi il tempo? Quando non
c'erano i padroni e si viveva con giustizia, bisognava ammazzare ogni tanto qualcuno per farli godere. Sono
fatti così. Ma ai nostri tempi non ne han più bisogno. Siamo in tanti a star male, che gli basta guardarci. [I
fuochi]

54. Calipso. Immortale è chi accetta l'istante. Chi non conosce più un domani. Ma se ti piace la parola,
dilla. Tu sei davvero a questo punto?
Odisseo. Io credevo immortale che non teme la morte.
Calipso. Chi non spera di vivere. [...] Qualcuna di noi resisté ai nuovi dèi; lasciai che i nomi
sprofondassero nel tempo; tutto mutò e rimase uguale; non valeva la pena di contendere ai nuovi il destino.
Ormai sapevo il mio orizzonte e perché i vecchi non avevano contesto con noialtri. [...] Non c'è vero
silenzio se non condiviso. [...] Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, subito, non si ferma mai
più. Quello che fai, lo farai sempre. Devi rompere una volta il destino. Devi uscire di strada, e lasciarti
affondare nel tempo... [...] Che cos'è vita eterna se non questo accettare l'istante che viene e l'istante che
va? L'ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos'è stato finora il tuo errare inquieto?
Odisseo. Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.
Calipso. Dimmi.
Odisseo. Quello che cerco l'ho nel cuore, come te. [L'isola]

55. Virbio. È felice il ragazzo che fui, quello che è morto. Tu l'hai salvato, e ti ringrazio. ma il rinato, il tuo
servo, il fuggiasco che guarda la quercia e i tuoi boschi, quello non è felice, perché nemmeno sa se esiste.
Chi gli risponde? chi gli parla? l'oggi aggiunge qualcosa al suo ieri? [...] Solamente altro sangue può
calmare il mio. E che scorra inquieto, e poi sazio. [...] Ma ho bisogno di stringere a me un sangue caldo e
fraterno. Ho bisogno di avere una voce e un destino. O selvaggia, concedimi questo.
Diana. Pensaci bene, Virbio-Ippolito. Tu sei stato felice.
Virbio. Non importa, signora. Troppe volte mi sono specchiato nel lago. Chiedo di vivere, non di essere
felice. [Il lago]

56. Circe. Sì. Qualcuno di loro sa ridere davanti al destino, sa ridere dopo, ma durante bisogna che faccia
sul serio o che muoia. Non sanno scherzare sulle cose divine, non sanno sentirsi recitare come noi. La loro
vita è così breve che non possono accettare di far cose già fatte o sapute. Anche lui, l'Odisseo, il
coraggioso, se gli dicevo una parola in questo senso, smetteva di capirmi e pensava a Penelope. [...] Sì ma
vedi, io lo capisco. Con Penelope non doveva sorridere, con lei tutto, anche il pasto quotidiano, era serio e
inedito - potevano prepararsi alla morte. Tu non sai quanto la morte li attiri. Morire è sì un destino per
loro, una ripetizione, una cosa saputa, ma s'illudono che cambi qualcosa. [...] E il ritorno innumerevole dei
giorni non gli parve mai destino, e correva alla morte sapendo cos'era, e arricchiva la terra di parole e di
fatti. [...] L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che
lascia. Nomi e parole sono questo. Davanti al ricordo sorridono anche loro, rassegnàti. [Le streghe]

57. Teseo. Ci fu un tempo che l'Ida non conobbe che dee. Che una dea. Era il sole, era i tronchi, era il mare.
E davanti alla dea gli dèi e gli uomini si sono schiacciati. Quando una donna sfugge l'Uomo, e si ritrova
dentro al sole e alla bestia, non è colpa dell'uomo. È il sangue guasto, è il caos. [Il toro]

58. Iasone. C'è una verginità nelle cose, Mélita, che fa paura più del rischio. Pensa all'orrore delle vette dei
monti, pensa all'eco. [...] Si fa male per essere grandi, per essere dèi.
Mélita. E perché vostra vittima è sempre una donna? [...] Iasone. Ho imparato a Corinto, a non essere un
dio. E conosco te, Mélita. [Gli argonauti]

59. Leucotea. Cara mia, ma gli dei sono il luogo, sono la solitudine, sono il tempo che passa. [...] Tutti gli
dei sono crudeli. Che vuol dire? Ogni cosa divina è crudele. Distrugge l'essere caduco che resiste. Per
svegliarti più forte, devi cedere al sonno. Nessun dio sa rimpiangere nulla. [La vigna]

60. Cratos. Ma tu sai cosa sono gli uomini? Miserabili cose che dovranno morire, più miserabili dei vermi o
delle foglie dell'altr'anno che son morti ignorandolo. [...]
Bia. Ma non ne segue che il suo cenno sia scaduto. Sono invece scaduti i signori del Caos, quelli che un
tempo hanno regnato senza legge. Prima l'uomo la belva e anche il sasso era dio. Tutto accadeva senza
nome e senza legge. Ci voleva la fuga del dio, la grossa empietà del suo confino tra gli uomini quando
ancora era bimbo e poppava alla capra, e poi la crescita sul monte tra le selve, le parole degli uomini e le
leggi dei popoli, e il dolore la morte e il rimpianto, per fare del figlio di Crono il buon Giudice, la Mente
immortale e inquieta. [...] Il bambino rinato divenne signore vivendo tra gli uomini. [...] La parola
dell'uomo, che sa di patire e si affanna e possiede la terra, rivela a chi l'ascolta meraviglie. [...] Si conosce
la bestia, si conosce l'iddio, ma nessuno, nemmeno noialtri, sappiamo il fondo di quei cuori. C'è persino, tra
loro, chi osa mettersi contro il destino. Soltanto vivendo con loro e per loro si gusta il sapore del mondo.
[Gli uomini]

61. Dioniso. Non sarebbero uomini, se non fossero tristi. La loro vita deve pur morire. Tutta la loro
ricchezza è la morte, che li costringe industriarsi, a ricordare e prevedere. [...] Ma che vuoi che gli diamo?
Qualunque cosa ne faranno sempre sangue.
Demetra. C'è un solo modo, e tu lo sai. [...] Dare un senso a quel loro morire. [...] Insegnargli la vita beata.
[...] Insegnargli che ci possono eguagliare di là dal dolore e dalla morte. Ma dirglielo noi. Come il grano e
la vite discendono all'Ade per nascere, così insegnargli che la morte anche per loro è nuova. [...]
Moriranno e avran vinta la morte. Vedranno qualcosa oltre il sangue, vedranno noi due. Non temeranno più
la morte e non avranno più bisogno di placarla versando altro sangue. [Il mistero]

62. Amadriade. Alle volte, non so. Mi chiedo che cosa sarebbe morire. Quest'è l'unica cosa che davvero ci
manca. Sappiamo tutto e non sappiamo questa semplice cosa. Vorrei provare, e poi svegliarmi, si capisce.
Satiro. Sentila. Ma morire è proprio questo - non più sapere che sei morta. Ed è questo il diluvio: morire in
tanti che non resti più nessuno a saperlo. [...]
Amadriade. Strana gente. Loro trattano il destino e l'avvenire, come fosse un passato.
Satiro. Questo vuol dire, la speranza. Dare un nome di ricordo al destino. [Il diluvio]

63. Dioniso. E carne e sangue gronderanno, non più per placare la morte, ma per raggiungere l'eterno che
li aspetta.
Demetra. Si direbbe che vedi il futuro. Come puoi dirlo?
Dioniso. Basta avere veduto il passato, Deò. Credi a me. Ma ti approvo. Sarà sempre un racconto.

64. Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un'altra riva, e arriverò.

[16 febbraio 1936]

65. Il futuro verrà da un lungo dolore e da un lungo silenzio. [16 febbraio 1936]

66. La vita senza fumo è come il fumo senza l'arrosto. [20 dicembre 1936]

67. Bisogna osservare bene questo: ai nostri tempi il suicidio è un modo di sparire, viene commesso
timidamente, silenziosamente, schiacciatamente. Non è più un agire, è un patire. [24 aprile 1936]

68. Una donna che non sia stupida, presto o tardi, incontra un rottame umano e si prova a salvarlo.
Qualche volta ci riesce. Ma una donna che non sia una stupida, presto o tardi, trova un uomo sano e lo
riduce a rottame. Ci riesce sempre. [3 agosto 1937]

69. Un uomo non rimpiange per amore chi l'abbia tradito, ma per avvilimento di non avere meritato la
fiducia. [13 novembre 1937]

70. No, non sono pazzi questa gente che si diverte, che gode, che viaggia, che fotte, che combatte - non sono
pazzi, tanto è vero che vorremmo farlo anche noi. [21 novembre 1937]

71. L'unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante.
Quando manca questo senso - prigione, malattia, abitudine, stupidità, - si vorrebbe morire. [23 novembre
1937]

72. Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente. [26 novembre 1937]

73. Pensiero d'amore: ti voglio tanto bene che desidero esser nato tuo fratello, o averti messo al mondo io
stesso. [30 novembre 1937]
74. Proprio a te doveva accadere di concentrare tutta la vita su un punto, e poi scoprire che tutto puoi fare
tranne vivere quel punto. [25 dicembre 1937]

75. Se il chiavare non fosse la cosa più importante della vita, la Genesi non comincerebbe di lì. [25
dicembre 1937]

76. Questo è definitivo: tutto potrai avere dalla vita, meno che una donna ti chiami il suo uomo. E finora
tutta la tua vita era fondata su questa speranza. [5 gennaio 1938]

77. L'arte di vivere è l'arte di saper credere alle menzogne. [5 gennaio 1938]

78. La difficoltà di commettere suicidio sta in questo: è un atto di ambizione che si può commettere solo
quando si sia superata ogni ambizione. [16 gennaio 1938]

79. Perché il veramente innamorato chiede la continuità, la vitalità [lifelongness] dei rapporti? Perché la
vita è dolore e l'amore goduto è un anestetico, e chi vorrebbe svegliarsi a metà operazione? [19 gennaio
1938]

80. Consolante pensiero: non contano le azioni che facciamo, ma l'animo con cui le facciamo. Cioè:
soffrano pure gli altri, tanto non c'è altro al mondo che sofferenza. Il problema è solo come portare una
coscienza pura. E questa sarebbe la morale. [26 gennaio 1938]

81. Per disprezzare il denaro bisogna appunto averne, e molto. [2 febbraio 1938]

82. Quei filosofi che credono all'assoluto logico della verità, non hanno mai avuto a che discorrere a ferri
corti con una donna. [19 febbraio 1938]

83. Vendicarsi di un torto ricevuto è togliersi il conforto di gridare all'ingiustizia. [5 marzo 1938]

84. Non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi. [23 marzo 1938]

85. Perché - quando si è sbagliato - si dice «un'altra volta saprò come fare», quando si dovrebbe dire
«un'altra volta so già come farò»? [25 aprile 1938]

86. Siccome Dio poteva creare una libertà che non consentisse il male [cfr. lo stato dei beati liberi e certi di
non peccare], ne viene che il male l'ha voluto lui. Ma il male lo offende. È quindi un banale caso di
masochismo. [13 maggio 1938]

87. In fondo, l'unica ragione perché si pensa sempre al proprio io è che col nostro io dobbiamo stare più
continuamente che non chiunque altro. [26 maggio 1938]

88. La morte è il riposo, ma il pensiero della morte è il disturbatore di ogni riposo. [7 giugno 1938]

89. Tutti «gli affetti più sacri» non sono che una pigra abitudine. [12 giugno 1938]
90. Tanto poco un uomo s'interessa dell'altro, che persino il cristianesimo raccomanda di fare il bene per
amore di Dio. [8 luglio 1938]

91. Gli uomini che hanno una tempestosa vita interiore e non cercano sfogo o nei discorsi o nella scrittura,
sono semplicemente uomini che non hanno una tempestosa vita interiore.

92. Date una compagnia al solitario e parlerà più di chiunque. [19 settembre 1938]

93. L'origine di tutti i peccati è il senso d'inferiorità - detto altresì ambizione. [21 settembre 1938]

94. L'uomo d'azione non è l'ignorante che si butta allo sbaraglio dimenticandosi, ma l'uomo che ritrova
nella pratica le cose che sa. [3 ottobre 1938]

95. L'offesa più atroce che si può fare a un uomo è negargli che soffra. [5 ottobre 1938]

96. La letteratura è una difesa contro le offese della vita. Le dice: Tu non mi fai fesso: so come ti comporti,
ti seguo e ti prevedo, godo anzi a vederti fare e ti rubo il segreto componendoti in scaltrite costruzioni che
arrestano il tuo flusso. [10 ottobre 1938]

97. Sciocco addolorarsi per la perdita di una compagnia: quella persona potevamo non incontrarla mai,
quindi possiamo farne a meno. [13 ottobre 1938]

98. Non si desidera di godere. Si desidera sperimentare la vanità di un piacere, per non esserne più
ossessionati. [16 ottobre 1938]

99. La fantasia umana è immensamente più povera della realtà. [25 ottobre 1938]

100. Non bastano le disgrazie a fare di un fesso una persona intelligente. [2 novembre 1938]

101. Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia... [6 novembre 1938]

102. Non si desidera possedere una donna, si desidera possederla noi soli. [13 novembre 1938]

103. Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un
suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra - che già
viviamo - e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi. [3 dicembre 1938]

104. L'ozio rende lente le ore e veloci gli anni. L'operosità rapide le ore e lenti gli anni. [10 dicembre 1938]

105. La cosa più banale, scoperta in noi diventa interessantissima. Nasce da ciò, che non è più un'astratta
cosa banale, ma un inaudito miscuglio di realtà e di nostra essenza. [29 gennaio 1939]

106. Per libertario che sia un giovane, cerca sempre di modellarsi su di uno schema astratto, quale in
sostanza deduce dall'esempio del mondo. E un uomo, per conservatore che sia, fa consistere il suo valore
della deviazione individuale da quel modello. [5 marzo 1939]
107. La guerra imbarbarisce perché, per combatterla, occorre indurirsi verso ogni rimpianto e
attaccamento a valori delicati, occorre vivere come se questi valori non esistessero; e, una volta finita, si è
persa ogni elasticità di tornare a questi valori. [9 settembre 1939]

108. Ci vuole la ricchezza d'esperienze del realismo e la profondità di sensi del simbolismo. Tutta l'arte è un
problema di equilibrio fra due opposti. [14 dicembre 1939]

109. L'amore è la più a buon prezzo delle religioni. [21 dicembre 1939]

110. Le cose gratuite sono quelle che costano di più. Come? Costano lo sforzo per capire che sono gratuite.
[21 gennaio 1940]

111. In genere è per mestiere disposto a sacrificarsi chi non sa altrimenti dare un senso alla sua vita. [9
febbraio 1940]

112. Se una vita libera assolutamente da ogni senso di peccato fosse realizzabile, sarebbe vuota da far
spavento. [17 marzo 1940]

113. Le generazioni non invecchiano. Ogni giovane di qualunque tempo e civiltà ha le stesse possibilità di
sempre. [19 aprile 1940]

114. Finché si avranno passioni non si cesserà di scoprire il mondo. [6 giugno 1940]

115. Il sogno è una costruzione dell'intelligenza, cui il costruttore assiste senza sapere come andrà a finire.
[22 luglio 1940]

116. Gli anacoreti si maltrattavano a quel modo, per farsi scusare presso la gente comune la beatitudine
che avrebbero goduto in cielo. [27 luglio 1940]

117. Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi. [28 luglio 1940]

118. Non bisogna mai dire per gioco che si è scoraggiati, perché può accadere che ci pigliamo in parola. [5
agosto 1940]

119. La vita non è ricerca di esperienze, ma di se stessi. Scoperto il proprio strato fondamentale ci si
accorge che esso combacia col proprio destino e si trova la pace. [8 agosto 1940]

120. Riesce a compiere un'opera soltanto chi valga più di quest'opera. [14 agosto 1940]

121. La vera genialità non è conquistare una donna già desiderata da tutti, ma scovarne una preziosa in un
essere ignoto. [7 ottobre 1940]

122. C'è un'arte di ricevere in faccia le sferzate del dolore, che bisogna imparare. Lasciare che ogni singolo
assalto si esaurisca; un dolore fa sempre singoli assalti - lo fa per mordere piú risoluto e concentrato. E tu,
mentre ha i denti piantati in un punto e inietta qui il suo acido, ricordati di mostrargli un altro punto e
fartici mordere - solleverai il primo. Un vero dolore è fatto di molti pensieri; ora, di pensieri se ne pensa
uno solo alla volta; sappiti barcamenare tra i molti, e riposerai successivamente i settori indolenziti. [10
ottobre 1940]

123. L'amore ha la virtù di denudare non i due amanti l'uno di fronte all'altro, ma ciascuno dei due davanti
a sé. [12 ottobre 1940]

124. I grandi amanti saranno sempre infelici, perché per loro l'amore è grande e quindi esigono dalla bien-
aimée la stessa intensità di pensieri ch'essi hanno per lei - altrimenti si sentono traditi. [14 ottobre 1940]

125. Le cose si ottengono quando non si desiderano più. [15 ottobre 1940]

126. Una decisione, un atto, sono infallibili presagi di ciò che faremo un'altra volta, non per qualche
mistica ragione astrologica, ma perché escono da un automatismo che si riprodurrà. [4 aprile 1941]

127. Nessuna donna fa un matrimonio d'interesse: tutte hanno l'accortezza, prima di sposare un milionario,
di innamorarsene. [14 aprile 1941]

128. Quando una donna si sposa appartiene a un altro; e quando appartiene a un altro non c'è più nulla da
dirle. [Inverno 1941-1942]

129. Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla - ora
soltanto - per la prima volta. [28 gennaio 1942]

130. Nell'inquietudine e nello sforzo di scrivere, ciò che sostiene è la certezza che nella pagina resta
qualcosa di non detto. [4 maggio 1942]

131. Amore è desiderio di conoscenza. [30 agosto 1942]

132. Viene un giorno che per chi ci ha perseguitato proviamo soltanto indifferenza, stanchezza della sua
stupidità. Allora perdoniamo. [6 settembre 1942]

133. Il problema non è la durezza della sorte, poiché tutto quello che si desidera con bastante forza, si
ottiene. Il problema è piuttosto che ciò che si ottiene disgusta. E allora non deve mai accadere di
prendersela con la sorte, ma con il proprio desiderio. [3 febbraio 1943]

134. Nel sogno sei autore e non sai come finirà. [8 ottobre 1943]

135. Raccontare le cose incredibili come fossero reali - sistema antico; raccontare le reali come fossero
incredibili - moderno. [11 novembre 1943]

136. La tua modernità sta tutta nel senso dell'irrazionale. [8 febbraio 1944]

137. La ricchezza della vita è fatta di ricordi, dimenticati. [13 febbraio 1944]

138. L'innamorato e l'odiatore si fanno dei simboli, come il superstizioso. È della passione conferire unicità
alle cose. Chi non conosce simboli è un ignavo di Dante.
139. Ecco perché l'arte si rispecchia nei riti dei primitivi o nelle passioni forti: cerca dei simboli. E
vertendo sul primitivo gode del selvaggio. Cioè dell'irrazionale [sangue e sesso]. [14 luglio 1944]

140. Non è bello essere bambini: è bello da anziani pensare a quando eravamo bambini. [6 settembre 1945]

141. Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola. [22 novembre 1945]

142. Come si può aver fiducia in una persona che non si arrischia ad affidarti tutta la sua vita, giorno e
notte? [28 novembre 1945]

143. Certo, avere una donna che ti aspetta, che dormirà con te, è come il tepore di qualcosa che dovrai
dire, e ti scalda e t'accompagna e ti fa vivere. [8 febbraio 1946]

144. Non c'è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico. Ha persino il pregio di
lasciarti la parte del generoso. [4 marzo 1946]

145. È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla. [4 maggio 1946]

146. Le lezioni non si danno, si prendono. [18 agosto 1946]

147. Aspettare è ancora un'occupazione. È non aspettar niente che è terribile. [15 settembre 1946]

148. C'è un solo piacere, quello di essere vivi, tutto il resto è miseria. [16 settembre 1946]

149. Si aspira ad avere un lavoro, per avere il diritto di riposarsi.

[21 luglio 1947]

150. I problemi che agitano una generazione si estinguono per la generazione successiva non perché siano
stati risolti ma perché il disinteresse generale li abolisce. [10 agosto 1947]

151. Il mito greco insegna che si combatte sempre contro una parte di sé, quella che si è superata, Zeus
contro Tifone, Apollo contro il Pitone. Inversamente, ciò contro cui si combatte è sempre una parte di sé, un
antico se stesso. Si combatte soprattutto per non essere qualcosa, per liberarsi. Chi non ha grandi
ripugnanze, non combatte. [28 dicembre 1947]

152. Non è che accadano a ciascuno cose secondo un destino, ma le cose accadute ciascuno le interpreta,
se ne ha la forza, disponendole secondo un senso - vale a dire, un destino. [25 gennaio 1948]

153. Perché il mondo l'avvenire ora l'hai dentro come passato, come esperienza, come tecnica, e il perenne
e ricco mistero si ritrova essere quel tu infantile che non hai fatto in tempo a possedere. [13 febbraio 1949]

154. Il gesto - il gesto - non dev'essere una vendetta. Dev'essere una calma e stanca rinuncia, una chiusa di
conti, un fatto privato e ritmico. L'ultima battuta. [10 maggio 1950]
155. Nulla si assomma al resto, al passato. Ricominciamo sempre. [16 agosto 1950]

156. I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo. [17 agosto 1950]

157. Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela
nella nostra nudità, miseria, inermità, amore, disillusione, destino, morte. [1982]

158. Povera gente, i testicoli da cui siamo nati, sono ancora sempre la nostra sostanza. Immensamente più
felice è lo scemo, il povero, il malvagio, di cui funzioni il membro, che non il genio, il ricco, l'evangelico,
anormale là sotto. [1982]

159. 18 agosto [1950].

La cosa più segretamente temuta accade sempre. Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?

Basta un po' di coraggio.

Più il dolore è determinato e preciso, più l'istinto della vita si dibatte, e cade l'idea del suicidio.

Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l'hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio.

Tutto questo fa schifo.

Non una parola. Un gesto. Non scriverò più.

[Explicit]

160. Sei sì o no persuaso che lo stato dell'uomo è la debolezza? Come puoi sollevarti se prima non
precipiti?

161. Non c'è niente che sappia di morte più del sole in estate della gran luce, della natura esuberante. Tu
fiuti l'aria e senti il bosco e ti accorgi che piante e bestie se ne infischiano di te. Tutto vive e si macera in se
stesso. La natura è la morte.

162. Pensai a quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno, che qualcuno ha nel
sangue e nessun altro li sa.

163. Perché tanti discorsi ambigui, buttati con l'edera a nascondere un pozzo, quando tutti sapevamo di che
pozzo si trattava?

164. Queste notti moderne, - disse Pieretto. - Sono vecchie come il mondo.

[Il diavolo sulle colline]

165. - È una stupida, - dissi. - Una donna innamorata è sempre stupida.
[Il diavolo sulle colline]

166. Pieretto diceva che la vecchia pretesa di trovare intatta la donna era un residuo dello stesso gusto - la
sciocca mania di arrivare primo. Diceva che il gusto dell'intatto e del selvaggio era il gusto di spargere il
sangue. Si fa all'amore per ferire, per spargere sangue. Il borghese che si sposa e pretende una vergine,
vuole cavarsi anche lui questa voglia.

167. È bello svegliarsi e non farsi illusioni. Ci si sente liberi e responsabili. Una forza tremenda è in noi, la
libertà. Si può toccare l'innocenza. Si è disposti a soffrire.

168. I lavativi hanno la pelle dura.

169. La vera confidenza è sapere quel che desidera un altro, e quando piacciono le stesse cose una persona
non dà più soggezione.

170. Un padre va sempre aiutato. Bisogna insegnargli che la vita è difficile. Se poi, com'è giusto, tu arrivi
dove lui voleva, devi convincerlo che aveva torto e che l'hai fatto per il suo bene.

171. Non avevo tristezze, sapevo che nella notte la città poteva andare tutta in fiamme e la gente morire. I
burroni, le ville e i sentieri si sarebbero svegliati al mattino calmi e uguali.

172. Il coraggio di starsene soli come se gli altri non ci fossero e pensare soltanto alla cosa che fai. Non
spaventarsi se la gente se ne infischia. Bisogna aspettare degli anni, bisogna morire. Poi dopo morto, se hai
fortuna, diventi qualcuno.

173. Inutile piangere. Si nasce e si muore da soli.

174. Quella guerra in cui vivevo rifugiato, convinto di averla accettata, di essermene fatta una pace
scontrosa, inferociva, mordeva più a fondo, giungeva ai nervi e nel cervello.

175. Nelle parole c'è qualcosa d'impudico.

176. Conta quello che si fa, non che si dice.

177. Ancora oggi mi chiedo perché quei tedeschi non mi aspettarono alla villa mandando qualcuno a
cercarmi a Torino. Devo a questo se sono ancora libero, se sono quassù. Perché la salvezza sia toccata a
me e non a Gallo, non a Tono, non a Cate, non so. Forse perché devo soffrire dell'altro? Perché sono il più
inutile e non merito nulla, nemmeno un castigo?... L'esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di
più. Rende sciocchi, e sono al punto che essere vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non
mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo aver ascoltato l'inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte
penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.

178. Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un
ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire
che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a
questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui;
non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l'impressione che lo stesso destino che ha messo a terra
quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci
si sente umiliati perché si capisce - si tocca con gli occhi - che al posto del morto potremmo essere noi: non
ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una
guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

179. Ci sono dei giorni in questa nuda campagna che camminando ho un soprassalto: un tronco secco, un
nodo d'erba, una schiena di roccia, mi paiono corpi distesi... Io non credo, che possa finire. Ora che ho
visto cos'è la guerra, cos'è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei
caduti che facciamo? Perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare
che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.
[Explicit]

180. Troppo sovente, mi pare, l'immagine di Walt Whitman che i commentatori hanno dinanzi agli occhi è
quella del vecchio barbuto e secolare, intento a contemplare la farfalla o a comprendere nelle occhiaie
mansuete la serenità finale di ogni gioia e miseria dell'universo. [da Walt Whitman]

181. Si direbbe che Walt Whitman pensi per versi, che cioè in lui ogni pensiero, ogni lampo, si crei una
forma conchiusa in cui consista e non s'adagi in un ritmo preesistente o soggetto ad altre leggi. Gli alti e
bassi della «musica» whitmaniana sono gli alti e bassi del suo pensiero fantastico. Non quindi frammenti:
non è più frammentaria una poesia che si semplifica fino a mostrarsi fondata e creata dal verso, dal periodo
chiusa in ciascuna unità metrica. [da Walt Whitman]

182. [...] qualche volta l'immagine richiede da Walt Whitman parecchi versetti, qualche volta un pensiero si
lega logicamente a un altro, ma resta il fatto definitivo della vigorosa affermazione di ciascun verso, finito,
pronunciato come fosse la sintesi di tutto il libro e insieme il più ingenuo e nuovo e fresco particolare della
sezione. Ora questo si spiega soltanto con la natura di quei pensieri e fantasmi whitmaniani che informano i
versi. [da Walt Whitman]

183. Ogni pensiero è veramente pensato all'istante, il verso fatto della baldanza e diversità della mente in
azione, che si vede nell'atto di pensarlo, ed esprime questa sua coscienza. Walt Whitman canta la gioia di
scoprire pensieri. [da Walt Whitman]

184. Perché questo è l'ostacolo, la crosta da rompere: la solitudine dell'uomo - di noi e degli altri. [da
Ritorno all'uomo]

185. La vita di ogni artista e di ogni uomo è come quella dei popoli un incessante sforzo per ridurre a
chiarezza i suoi miti. [da Del mito, del simbolo e d'altro]

186. Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo narratore realista, specializzato in
campagne e periferie americano-piemontesi, ci scopre in questi Dialoghi un nuovo aspetto del suo
temperamento. Non c'è scrittore autentico, il quale non abbia i suoi quarti di luna, il suo capriccio, la musa
nascosta, che a un tratto lo inducono a farsi eremita. Pavese si è ricordato di quand'era a scuola e di quel
che leggeva: si è ricordato dei libri che legge ogni giorno, degli unici libri che legge. Ha smesso per un
momento di credere che il suo totem e tabù, i suoi selvaggi, gli spiriti della vegetazione, l'assassinio rituale,
la sfera mitica e il culto dei morti, fossero inutili bizzarrie e ha voluto cercare in essi il segreto di qualcosa
che tutti ricordano, tutti ammirano un po' straccamente e ci sbadigliano un sorriso. E ne sono nati questi
Dialoghi.

187. Che qualcuna delle ultime poesie sia convincente, non toglie importanza al fatto che le compongo con
sempre maggiore indifferenza e riluttanza. Nemmeno importa molto che la gioia inventiva mi riesca qualche
volta oltremodo acuta. Le due cose, messe insieme, si spiegano con l'acquisita disinvoltura metrica, che
toglie il gusto di scavare da un materiale informe, e insieme interessi miei di vita pratica che aggiungono
un'esaltazione passionale alla meditazione su certune poesie. [6 ottobre 1935]

188. Stefano sapeva che quel paese non aveva niente di strano, e che la gente ci viveva, a giorno a giorno, e
la terra buttava e il mare era il mare, come su qualunque spiaggia. Stefano era felice del mare, venendoci,
lo immaginava come la quarta parete della sua prigione, una vasta parete di colori e di frescura, dentro la
quale avrebbe potuto inoltrarsi e scordare la cella.

189. Mi dicevano Pablo perché suonavo la chitarra. La notte che Amelio si ruppe la schiena sulla strada di
Avigliana, ero andato con tre o quattro a una merenda in collina - mica lontano, si vedeva il ponte - e
avevamo bevuto e scherzato sotto la luna di settembre, finché per via del fresco ci toccò cantare al chiuso.
Allora le ragazze si erano messe a ballare. Io suonavo - Pablo qui, Pablo là - ma non ero contento, mi è
sempre piaciuto suonare con qualcuno che capisca, invece quelli non volevano che gridare più forte. Toccai
ancora la chitarra andando a casa e qualcuno cantava. La nebbia mi bagnava la mano. Ero stufo di quella
vita.

190. A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte,
e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa
succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, e magari venisse giorno
all'improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati
e fin dietro le colline. - Siete sane, siete giovani, - dicevano, - siete ragazze, non avete pensieri, si capisce -.
Eppure una di loro, quella Tina che era uscita zoppa dall'ospedale e in casa non aveva da mangiare, anche
lei rideva per niente, e una sera, trottando dietro gli altri, si era fermata e si era messa a piangere perché
dormire era una stupidaggine e rubava tempo all'allegria.

191. Da parecchio tempo eravamo intesi con l'amico Doro che sarei stato ospite suo. A Doro volevo un
gran bene, e quando lui per sposarsi andò a stare a Genova ci feci una mezza malattia. Quando gli scrissi
per rifiutare di assistere alle nozze, ricevetti una risposta asciutta e baldanzosa dove mi spiegava che, se i
soldi non devono neanche servire a stabilirsi nella città che piace alla moglie, allora non si capisce più a
che cosa devano servire. Poi, un bel giorno, di passaggio a Genova, mi presentai a casa sua e facemmo la
pace. Mi riuscì molto simpatica la moglie, una monella che mi disse graziosamente di chiamarla Clelia e ci
lasciò soli quel tanto ch'era giusto, e quando alla sera ci ricomparve innanzi per uscire con noi, era
diventata un'incantevole signora cui, se non fossi stato io, avrei baciato la mano.

192. C'è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in
Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c'è da queste parti una casa né un
pezzo di terra né delle ossa ch'io possa dire «Ecco cos'ero prima di nascere». Non so se vengo dalla collina
o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di
Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure
mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da
Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le
carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra
e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

193. Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest'uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

194. L'uomo è come una bestia, che vorrebbe far niente.

195. Siamo nati per girovagare su quelle colline, | senza donne, e le mani tenercele dietro la schiena.

196. C'è qualcosa nei miei ricordi d'infanzia che non tollera la tenerezza carnale di una donna - sia pure
Clara. In quelle estati che hanno ormai nel ricordo un colore unico, sonnecchiano istanti che una
sensazione o una parola riaccendono improvvisi, e subito comincia lo smarrimento della distanza,
l'incredulità di ritrovare tanta gioia in un tempo scomparso e quasi abolito. [Fine d'agosto]

197. Una volta, quando veniva l'estate, andavamo in barca. La si prendeva al ponte, ci si metteva in
mutandine, e si arrivava fino ai boschi. Ci stavamo tutto il pomeriggio. [La famiglia]

198. Avevamo allora l'età che si ascolta parlare l'amico come se parlassimo noi, che si vive a due quella
vita in comune che ancora oggi, io, che sono scapolo, credo riescano a vivere certe coppie di sposi.

199. Che ti credi? Che io faccia il ritorno alle origini? Quello che importa ce l'ho nel sangue e nessuno me
lo toglie. Sono qui per bere un po' del mio vino e cantare una volta con chi so io. Mi prendo uno svago e
basta.

200. Non mescolare vino e donne, Doro.

201. Ecco, fa come gli altri anche lei. Ma non capisce che non possiamo litigare? Noi ci vogliamo bene. Se
potessi odiarlo come odio me, allora sì lo maltratterei. Ma nessuno di noi due lo merita. Capisce?

202. Che cosa non sonnecchia sotto la scorza di noialtri. Bisognerebbe avere il coraggio di svegliarsi e
trovare se stessi. O almeno parlarne. Si parla troppo poco a questo mondo.

203. Ma ti ricordi quante parole si facevano da ragazzi. Si parlava così per dire. Sapevamo benissimo
ch'eran solo discorsi, eppure il gusto ce lo siamo cavato.

204. Bisogna capire la vita. Capirla quando si è giovani.

205. Sarebbe facile, se fosse vero, capire la gente.

206. A tutti quanti, a tutti i matti che sforzano il cervello e che non sanno quand'è tempo di smettere.

207. Nulla è volgare di per sé, ma siamo noi che facciamo la volgarità secondo che parliamo o pensiamo.
208. Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici.

209. Tutti gli anni sono stupidi. È una volta passati, che diventano interessanti.

210. Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli,
sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad
aspettarti.

211. Non era un paese che uno potesse rassegnarsi, posare la testa e dire agli altri: "Per male che vada mi
conoscete. Per male che vada lasciatemi vivere". Era questo che faceva paura.

212. I veri acciacchi dell'età sono i rimorsi.

213. - Che cos'è questa valle per una famiglia che viene dal mare, che non sappia niente della luna e dei
falò? Bisogna averci fatto le ossa, averla nelle ossa come il vino e la polenta, allora la conosci senza
bisogno di parlarne.

214. Nuto, che non se n'era mai andato veramente, voleva ancora capire il mondo, cambiare le cose,
rompere le stagioni. O forse no, credeva sempre nella luna. Ma io, che non credevo nella luna, sapevo che
tutto sommato soltanto le stagioni contano, e le stagioni sono quelle che ti hanno fatto le ossa, che hai
mangiato quand'eri ragazzo.

215. Sembrava che tutta la pianura fosse un campo di battaglia, o un cortile. C'era una luce rossastra, scesi
fuori intirizzito e scassato; tra le nuvole basse era spuntata una fetta di luna che pareva una ferita di
coltello e insanguinava la pianura. Rimasi a guardarla un pezzo. Mi fece davvero spavento.

216. E quando aveva detto una cosa finiva: 'Se sbaglio, correggimi'. Fu così che cominciai a capire che non
si parla solamente per parlare, per dire 'ho fatto questo' 'ho fatto quello' 'ho mangiato e bevuto', ma si parla
per farsi un'idea, per capire come va questo mondo.

217. L'ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

218. Gli diceva che sono soltanto i cani che abbaiano e saltano addosso ai cani forestieri e che il padrone
aizza un cane per interesse, per restare padrone, ma se i cani non fossero bestie si metterebbero d'accordo e
abbaierebbero addosso al padrone.

219. A un certo punto i due sigari ci cadevano ai piedi, nella neve, e allora là sopra si sentiva sussurrare,
agitarsi, qualche sospiro più forte. Alzando gli occhi non si vedeva che la vite secca e tante stelline fredde in
cielo.

220. Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d'erbe secche e che la gente ricominci.

221. Gli ignoranti saranno sempre ignoranti, perché la forza è nelle mani di chi ha interesse che la gente
non capisca, nelle mani del governo, dei neri, dei capitalisti...
222. Capii che Nuto aveva davvero ragione quando diceva che vivere in un buco o in un palazzo è lo stesso,
che il sangue è rosso dappertutto, e tutti vogliono esser ricchi, innamorati, far fortuna.

223. [...] gli chiesi se Santa era sepolta lì. - Non c'è caso che un giorno la trovino? Hanno trovato quei
due... Nuto s'era seduto sul muretto e mi guardò col suo occhio testardo. Scosse il capo. - No, Santa no, -
disse, - non la trovano. Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla così. Faceva ancora
gola a troppi. Ci pensò Baracca. Fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo fin che bastò. Poi
ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L'altr'anno c'era ancora il segno,
come il letto di un falò.
[Explicit]

224. Non va bene esagerare in beneficenza, perché ad un certo punto non si guadagna più che l'odio del
beneficiato.

225. La vita non è forse più bella perché da un momento all'altro si può perderla?

226. Non so più dove cacciare gli occhi per trovare un me stesso che sia un po' meno misero.

227. Per vivere bisogna aver forza e capire, scegliere.

228. È triste, è triste: vai a sapere che cosa sono e cosa sarò.

229. Con qualunque persona io parli, insomma, ho bisogno di farmi una faccia speciale adatta a una
qualche particolare debolezza di detta persona, con evidente pregiudizio di quella che potrebbe essere la
mia faccia vera. Sono così anche riuscito a non saper più quale sia questa mia faccia. Che magari non c'è
neanche.

230. La paura di innamorarsi non è forse già un po' d'amore?

231. C'è qualcosa di più assurdo dell'amore? Se lo godiamo fino all'ultimo, subito ce ne stanchiamo,
disgustiamo; se lo teniamo alto per ricordarlo senza rimorsi, un giorno rimpiangeremo la nostra
sciocchezza e viltà di non aver osato.

232. Chi fossero i miei compagni di quelle giornate, non ricordo. Vivevano in una casa del paese, mi pare,
di fronte a noi, dei ragazzi scamiciati - due - forse fratelli. Uno si chiamava Pale, da Pasquale, e può darsi
che attribuisca il suo nome all'altro. Ma erano tanti i ragazzi che conoscevo di qua e di là.
Questo Pale - lungo lungo, con una bocca da cavallo - quando suo padre gliene dava un fracco scappava
da casa a mancava per due o tre giorni; sicché, quando ricompariva, il padre era già all'agguato con la
cinghia e tornava a spellarlo, e lui scappava un'altra volta e sua madre lo chiamava a gran voce,
maledicendolo, da quella finestra scrostata che guardava sui prati, sui boschi del fiume, verso lo sbocco
della valle.

233. Cominciò a lavorarmi sulla porta. Io gli avevo detto che non era la prima volta che uscivo di là e che
un uomo come lui doveva provare anche quello, ma ecco che si mette a ridere [...]. Mi ricordo che né io né
lui ci voltammo a guardare le Carceri.

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