PRESENZA MENTALE E CONSAPEVOLEZZA DEL RESPIRO

lunedì 17 maggio 2010





Abitudine, soltanto per abitudine, sempre e solo per abitudine... ci muoviamo, ci pettiniamo in un determinato modo, ci dipingiamo di sicurezza o di genialità...
Provate a ragionare sui motivi che ci portano a fare queste e molte altre cose in un certo modo piuttosto che in un altro: troverete molto difficile riuscire a risalire a motivi veri, fondati e coscienti.  

Quante volte stando vicino alla persona che amate siete davvero lì con lei, pronti e consapevoli della sua presenza? Vi è mai capitato di passarvi una mano fra i capelli volutamente, voglio dire coscienti di farlo?

Molte volte, mangiando, vi sarà capitato di pensare ai vari problemi che avete sul lavoro oppure a mille altre cose. Quando ciò accade, state in realtà mangiando non il cibo che avete nel piatto ma ciò a cui state pensando. È anche per questo che quando si mangia innervositi da qualunque causa esterna si ha la tendenza a non digerire con tutti i problemi che ne conseguono, perchè nella realtà mangiamo il nostro nervosismo.

Nella religione buddista si dà molta importanza alla presenza mentale, alla consapevolezza dell’essere, perché solo attraverso questa disciplina si riesce a modificare il nostro atteggiamento.
Cosa s’intende per presenza mentale?
La presenza mentale è l’unione fra mente e corpo, ossia la piena coscienza del momento presente, d’ogni gesto, d’ogni pensiero che la nostra mente insegue.
Sono cose che, dette così, potrebbero apparire quasi soprannaturali: nella realtà, possono diventare consuetudine.
Noi esseri umani abbiamo la tendenza a fare tutto metodicamente. Quindi, se ci abituiamo a vivere intensamente e coscientemente ogni momento, sulle prime troveremo delle difficoltà dovute al cambiamento, poi il nostro comportamento diverrà una nuova abitudine, che chiameremo cosciente.   

Un atteggiamento negativo, così come un comportamento errato, dopo essersi insinuato in noi piano piano tende ad allargarsi, scatenando un’infinità d’altri comportamenti: 
alla fine, quell’atteggiamento negativo diventa “Noi”.

... Tutto è pura energia e in quanto tale non può essere annientata, ma solo modificata. 

Quante cose di voi avete cambiato da quando siete al mondo? Probabilmente tante. Si tratta di farlo ancora, questa volta per un motivo sicuramente differente dai precedenti e probabilmente, più profondamente personale. Le rivoluzioni iniziano rivoluzionando prima noi stessi.
Non vi aspettate che tutto avvenga nel giro di una settimana o di un mese: se persisterete, noterete cambiamenti favorevoli non solo in voi stessi ma anche nella vita di tutti i giorni. 

Immaginate la vostra vita come un grande giardino in cui a volte le erbacce sembrano crescere più rigogliose delle piante da frutto. Soffermandoci a pensare o a notare esclusivamente quelle cattive, finiamo per non vedere quelle buone, il nostro atteggiamento non fa altro che innaffiare le erbacce dentro di noi, inconsciamente rendendole rigogliose e apparentemente uniche.
Cercando di modificare prima i piccoli gesti poi quelli più grandi, arriverete a riprendere pieno possesso della vostra vita. Vivrete finalmente da uomini liberi. 

La presenza mentale ci aiuta a centrare la nostra attenzione verso noi stessi, portandoci ad essere più spontanei perché meno coinvolti dalle cause esterne.
 Il primo risultato che si ottiene è uno strano senso di tranquillità, che ci porta a vedere le cose sotto un’ottica diversa da quella solita. 

La presenza mentale può essere paragonata all’obiettivo di una macchina fotografica o di una telecamera: quando non è regolato nel modo giusto, fa apparire l’immagine sfocata.
La consapevolezza mentale ci porta a mettere a fuoco la nostra vita e tutto quello che ci accade, facendo apparire gli esatti contorni di tutto ciò che ci circonda.  (la loro vera natura...)

Anche i problemi, visti sotto quest’ottica assumono una grandezza diversa, reale.
Normalmente, purtroppo, è come se vivessimo in sella ad un cavallo che corre al galoppo: non sappiamo quale sia la direzione ma corriamo ugualmente. Viviamo come quel padrone che porta a spasso il cane convinto di essere lui a condurre, mentre è il cane a guidarlo.

 Tutto è reso più difficile da questo atteggiamento, che siamo convinti essere il nostro invece c’è imposto dalla vita che conduciamo. 

... Ma come si può parlare di spontaneità cosciente?
La spontaneità diventa cosciente dal momento in cui non sono le cause esterne a condurre il gioco, ma la nostra vera natura. Dimorando nell’attimo presente, ci appare davanti agli occhi un’universo nuovo, che ci assomiglia più di quello che la nostra mente, come nel gioco della nuvoletta, crea.
Essere coscienti di ogni gesto che facciamo significa essere concentrati su quello che si fa.

Il primo passo che vi consiglio di fare è quello dire a voi stessi ciò che state per fare prima ancora di farlo. Per iniziare questa “rivoluzione”, può aiutare molto anche il solo fatto di dirsi mentalmente “mi sto mettendo i pantaloni” mentre lo si sta facendo. Questo è un esempio che vale per tutti quei gesti quotidiani che solitamente facciamo inconsciamente. 


Paolo Coelho, nel suo libro “Il manuale del guerriero di luce”, descrive così la presenza mentale: 
Un guerriero della luce compie un possente esercizio di crescita interiore presta attenzione alle cose che fa automaticamente, come respirare, strizzare gli occhi, o notare gli oggetti intorno a sé. Si comporta così quando si sente confuso. In questo modo si sbarazza delle tensioni e permette alla sua intuizione di agire più liberamente, senza l'interferenza delle paure o dei desideri. Alcuni problemi che sembravano insolubili finiscono per essere risolti, certi dolori che riteneva insuperabili svaniscono senza nessuno sforzo. Quando deve affrontare una situazione difficile, adotta questa tattica

 Esistono vari metodi di allenamento per raggiungere la piena consapevolezza mentale, ma il migliore è quello dedicato al respiro.

Per quanto riguarda questo punto c’è da dire che si è fatta, e si continua a fare, molta confusione. Quando solitamente si descrive questo metodo di consapevolezza mentale si dà sempre per scontato che l’allievo sappia che cosa s’intende per respiro consapevole.
Per consapevolezza del respiro s’intende l’osservare coscientemente l’andamento dell’aria all’interno del nostro corpo senza fare nulla che possa modificarlo: il primo risultato che si otterrà da questo tipo di allenamento sarà proprio la regolazione spontanea del respiro.
L’esercizio, portandoci ad osservare il nostro addome, ci conduce a vivere coscientemente sia la fase di inspirazione che quella di espirazione.

Contare i respiri ci aiuta a vivere questo fenomeno in maniera totalmente differente.
La respirazione è la base della nostra vita, quindi incominciare da lì significa partire direttamente dalla nostra natura. 

Sono stati scritti molti libri sulla presenza mentale, ma quelli che considero migliori sono senz’altro quelli del monaco Zen vietnamita Thich Nhat Hanh.
Egli esorta a essere realmente consapevoli in tutti i momenti della giornata, sia che si lavori sia che si cucini, sia che si lavino i piatti sia che si vada in bagno; esorta a fare attenzione ai piccoli richiami che aiutano a fare tornare la mente, sempre distratta, al “qui e ora”.

Ho letto che anche il semaforo rosso può diventare un amico, che ci ricorda di fermarci e ritornare a noi stessi.

 Respirare in consapevolezza significa essere sempre padroni di noi stessi, essere il conducente della nostra vita, sapere come prendersi cura di sé in modo meraviglioso.

Il Sutra Anapanasati, o Sutra della Piena Consapevolezza del Respiro, tratta dei sedici esercizi per la pratica della respirazione cosciente.
Nel primo esercizio del Sutra siamo invitati a riconoscere la nostra respirazione così facendo: "Inspirando, so che sto inspirando. Espirando, so che sto espirando".
Riportate la vostra mente al corpo e al respiro e all'improvviso a voi stessi, nella vostra reale casa.  

Riconoscete semplicemente il vostro respiro, senza forzare alcun movimento.

Dire "so che sto…" significa che state portando tutta la vostra attenzione, tutta la vostra mente, sull'inspirazione e sull'espirazione.

L'attenzione della vostra mente è interamente concentrata sul respiro, quindi senza alcuno sforzo potete lasciare andare le preoccupazioni, la rabbia, la paura, la gelosia e tutti quei sentimenti che solitamente coinvolgono in maniera negativa la nostra sfera emotiva.
 
Con queste parole il monaco Thich Nhat Hanh descrive la presenza mentale:
La presenza mentale è come una guardia che controlla i cancelli di una fortezza e che, quando vede una persona che entra o esce, sa se si tratta di una persona del posto o di uno straniero. La presenza mentale è la guardia che sa che state inspirando e sa che state espirando

La nostra mente riconosce se una certa energia è positiva o negativa. Sviluppando sempre di più la pratica, saprete riconoscere i vari sentimenti; all'inizio, esercitate semplicemente la mente a riconoscere il respiro.

Alcuni mettono una mano sull'addome e vi portano tutta l'attenzione:
"Il mio addome si solleva (inspirando), il mio addome si abbassa (espirando)". 
Concentrando la vostra attenzione sul sollevarsi e l'abbassarsi dell'addome: tutti gli altri pensieri svaniranno.  

Quando nella vita di tutti i giorni ricevete delle notizie sgradevoli o vedete qualche cosa che vi agita e vi impedisce di prendere sonno, portate tutta la vostra attenzione al movimento dell'addome: così facendo consentirete al cervello di riposare, all'agitazione e all'irritazione di calmarsi.
Continuando quest’esercizio ristabilirete i vostri valori emotivi e raggiungerete ben presto la calma necessaria per prendere sonno.

Ci sono molti altri esercizi che possono aiutarci a raggiungere la piena consapevolezza del respiro: alcuni sono una rivisitazione di quest’ultimo, altri ne rappresentano un approfondimento.
Quello che maggiormente importa è persistere nella pratica senza stancarsi.

A volte è proprio la lotta per superare le avversità che ci fa sviluppare e maturare come esseri umani. Mentalmente possiamo elevarci fino al cielo, possiamo andare in paradiso; fisicamente siamo legati a limitazioni che invecchiando diventano sempre più restrittive. Non avete bisogno di pensare che lo scopo sia qualcosa di molto lontano o di inaccessibile.
Ci sono momenti della nostra vita in cui il sé smette di funzionare ed entriamo in contatto con lo stato puro dell'esperienza consapevole. Questo è ciò che chiamiamo beatitudine. Nel momento in cui abbiamo tali esperienze, immediatamente ci prende il desiderio di averne altre; non importa quanto
c’impegniamo per riottenerle: finché resteremo attaccati all'idea di avere nuovamente uno stato di beatitudine, questo non si realizzerà. Non è così che funziona: volerlo significa che lo abbiamo già reso impossibile.  
L'attitudine corretta è quella di lasciare andare il desiderio, senza cercare di sopprimerlo
perché ciò sarebbe un altro tipo di desiderio che ci riporterebbe all’identico problema.
Se tentiamo di sopprimere o di annientare il desiderio la cosa non funziona. Non funziona neanche se lo assecondiamo. Invece, in uno stato di vigile consapevolezza, iniziamo a vedere cosa sta veramente accadendo e allora possiamo lasciare andare le cause della nostra sofferenza: semplicemente guardare, senza desiderio alcuno, senza idea di prima o di poi, senza idea di perché.
 
Molti pensano che la concentrazione sia uno stato alterato di coscienza. Io sono convinto che sia, invece, piena coscienza. Concentrarsi significa perdere la percezione dell’esterno. Non essendo guidati o costretti da cause esterne che potrebbero compromettere la congiunzione fra mente e corpo, riusciamo ad esprimerci liberamente.
Purtroppo per noi occidentali, così abituati a non riconoscere la conquista senza che ciò debba necessariamente implicare un notevole sforzo per ottenerla, è difficile riuscire a comprendere questo concetto fino in fondo. È un concetto che gli orientali vedono rovesciato: proprio quando non c’è sforzo all’interno di noi, allora si raggiunge uno stato di concentrazione tale che permette alla vera natura di liberarsi. La piena concentrazione si ottiene non volendola ottenere.

Vivere in presenza mentale non significa non avere un comportamento spontaneo: significa rendersi conto che tutto ciò che accade all’esterno di noi è solo l’esatta proiezione delle nostre paure, o di qualcosa che comunque ci appartiene solo dal momento in cui crediamo che ci appartenga.  

(Tratto da un testo della scuola del sutra del lot)




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