Cosa diavolo ci facciamo qui?

sabato 21 luglio 2012



Ma insomma, a che gioco giochiamo?  




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Da troppo tempo ormai stiamo aspettando che il palcoscenico si apra. Siamo venuti saltellando a teatro, pieni di desiderio, con gli abiti e le scarpe della festa. Eravamo così belli, così pieni di entusiasmo! Qualcuno ci aveva promesso che avremmo partecipato al gioco, che avremmo avuto la nostra parte dello spettacolo. Ricordo con struggimento quella promessa. E dunque perché il palcoscenico non si apre? E questo silenzio strano, cos'è? E la luce? Quella luce che sa di festa e di paradiso perché si sta abbassando e si precipita nell'ombra?

La curiosità si muta in nervosismo, la gioiosa aspettativa si trasforma in brusio irritato, inquieto, il vacuo chiacchiericcio. Che orrore! Certi ragazzi iniziano a lamentarsi ad alta voce, sbottano, fischiano, tossiscono forte. Adesso chiamano con frasi sarcastiche, insultano, non hanno più pazienza.

Cosa diavolo succede? Anzi, perché non

succede niente?... il tempo passa, passa. La luce si fa sempre più fioca. Niente, non accade assolutamente niente. Il palcoscenico rimane chiuso, immobile. Il tendone rosso sembra un sigillo di marmo. È plumbeo.

La protesta ora è generale, incontenibile. È subito caos. La gente si alza irritata dalle poltrone e inizia a sciamare disordinatamente. Il teatro si va svuotando in un frastuono di lamenti e ingiurie. Se ne vanno quasi tutti alla rinfusa, delusi, arrabbiati: orrendamente trasfigurati. Qualcuno è decisamente aggressivo, spintona, impreca, si agita, tira calci.

Tu ed io ci guardiamo interrogativi, più angosciati che arrabbiati. Che fare? Attendiamo ancora o seguiamo l'onda? Andiamo che noi o rimaniamo ancora? E dire che questa era la nostra serata di libertà... una serata speciale, tutta per noi punto esclamativo potremo forse informarsi con i responsabili, ma chi sono, dove possiamo trovarli? Ci guardiamo in giro alla ricerca di uno spunto, una sollecitazione qualsiasi, qualcosa che si aiuti a capire, a decidere punto ecco, laggù fondo, nell'ultima fila della platea-nell'ombra più scura ora mani-un piccolo gruppo di persone è ancora composto. Bene, non siamo gli unici dunque. Guardiamo meglio: sembra un gruppo di liceali accompagnati dal loro professore un uomo sulla quarantina dall'aria malinconica molto intensa, espressiva... ma poi, guarda, c'è ancora qualcuno giù: sul lato destro quello posto dove sono i ragazzi, un uomo una donna anziani dall'aria dolce e paziente, siedono pazienti. Sono vestiti con cura, come si deve. Due teneri nonnini. Cerchiamo i loro sguardi, incontriamo e ci scambiammo un cenno d'interesse, un muto < ma sì, aspettiamo ancora un poco, dopo tutto il teatro semivuoto e in penombra ha un suo fascino... e poi diciamocelo, che alternative abbiamo? La verità è che tornare a casa è peggio che stare qui.>

No, tornare a casa proprio no, sappiamo fin troppo bene quale realtà troveremo la. Non lo sopportiamo più. È meglio- o comunque è molto meno peggio - attendere la messa in scena di una commedia che forse non in mi inizierà mai, ma che si tiene sul filo di una qualche speranza e che consente quindi di vivere. Ecco ci siamo trovati: gli ultimi, i soli rimasti, quelli che non seguono l'onda.

Non ci arrendiamo noi, sappiamo attendere perché speriamo che prima o poi una commedia o una tragedia - è lo stesso - si svelerà quello di cui abbiamo bisogno per trovare la nostra strada.
 

Ascoltiamo rassegnati il parapiglia della folla che protesta davanti alla biglietteria. Ma con che protestano? Tanto lì non c'è nessuno. Nessuno rimborserà biglietto. E allora diciamoglielo: è stata una spesa inutile e basta!
E il tempo passa, ancora e ancora. Niente, tutto tace, a lungo, davvero troppo lungo. Da quanto tempo siamo qui ormai? Un'ora? Due?... un anno, una vita, un secolo? Terribile, non lo sappiamo più, non abbiamo la più pallida idea, anzi si pare di essere qui da sempre, in attesa, certi orgogliosi. Orgogliosi? Già, ma di cosa poi? Improvvisamente ci vediamo dall'esterno e la nostra condizione si pare assurda, grottesca. La tenacia dell'attesa sulla quale si siamo retti sentendoci persino orgogliosi si pare pura follia. Cosa ci fanno qui due, noi due, io e tu, in quel teatro dell'assurdo ad attendere la messinscena di una storia che nessuno metterà mai in scena? Un'angoscia sottile, pungente, si impadronisce della nostra anima. Dunque dobbiamo arrenderci, prendere atto che quest'attesa e vana e senza senso. Altro che più pazienti curiosi, a quanto pare siamo solo più illusi e cocciuti. Qualcuno direbbe, e non del tutto a torto, che siamo matti o la realtà è che qualcosa non ha funzionato. Cosa? Non abbiamo la più pallida idea, ma è lì da vedere punto non ci sarà nessuno spettacolo. Sarebbe stato meglio capirlo subito come tutti gli altri, almeno avremmo potuto... già, ma cosa avremmo potuto? Neppure questo sappiamo.

È terribile rendersi conto che si è fatto tardi per ogni cosa. L'unica cosa certa è che abbiamo esitato troppo lungo davanti un palcoscenico chiuso e tuttora si pare assurdo e irreale. Cosa facciamo qui, in un teatro semivuoto, buio come l'ombra, sporco di cartacce, saturo di echi rabbiosi e muto come un incubo che scava l'anima prima di erompere, scoppiare, invadere il campo?



I sorrisi dolci rassicuranti della coppia di nonnini trasfigurano in vaghe smorfie di dolore e il professore, con quell'aria così autorevole, cos'altro è se non un personaggio grottescamente anacronistico?

Si alzano i due nonni, se ne vanno piano piano, vacillano come ubriachi, lo sguardo triste, la testa bassa, forse non vogliono incontrare i nostri sguardi smarriti. Mi si spezza il cuore. Il professore e i suoi ragazzi fanno la stessa cosa, con ordine, compostezza, con tragica, irriducibile, patetica eleganza.

Ci siamo solo noi ora... non più fra gli ultimi, ma assolutamente gli unici. Assurdo, è ovvio che dobbiamo andarcene, e di corsa anche, subito!... ma cosa succede? Non ci risiamo! Siamo incollati alla poltrona, pesanti come montagne di pietra, pietrificati sì, siamo diventati una sorta di prolungamento delle poltrone, incorporati ad esse. Ops! Siamo diventati parte integrante dell'arredo del teatro!

Non possiamo più governare la nostra volontà e i nostri movimenti. Qualcosa o qualcuno si obbliga qui, spaventoso! Siamo prigionieri di un oscuro incantesimo... sgomenti ostaggi. E di cosa poi? A quale causa sacrificati?

Guardo il tuo volto amato in cerca di un'improbabile risposta. Non trovo nulla, solo generoso tentativo di nascondere la tua angoscia per non aggravare la mia. Ti voglio bene, penso. Ma il cuore batte selvaggiamente, sono sola, drammaticamente sola, incollata, incorporata ormai, alla poltrona di un teatro vuoto. Un teatro tragicamente sfollato, buio, brutto come la delusione, la rabbia e la solitudine più cupa possono esserlo. Un Tempio profanato, devastato. Trattengo l'urlo, a che servirebbe? Non c'è nessuno qui. Del resto non ho più neanche la voce, neanche il respiro, neanche la bocca.

... ma adesso? Quale altra bizzarra circostanza si sta verificando? Quale paradossale rovesciamento? Perché proprio ora nel cuore oscuro dell'ombra, si risveglia in me un che di festoso? Un vago presentimento di gioia? Come mai una risata cristallina e profonda e rompere come sorgente improvvisa dalla roccia? Sorrido, non so perché. Sta impazzendo dunque. Beh, non immaginavo che la follia potesse essere così dolce! Ma no, suvvia, non so benissimo che non è follia. È la memoria! Memoria di qualcosa d'altro che un fiume carsico ha conservato sotterraneamente nel suo letto e che ora affiora.  È Mnemosine che si fa strada nel cuore oscuro dell'ombra., affiora e chissà come rovescia la situazione, chissà come offre il suo filo di luce. Fatto sta che un gioco antico, una specie di ricordo intimo impresso nel corpo e nell'anima, con forza misteriosa mi costringe a compiere un gesto magico, una sorta di propiziazione. Si tratta di un breve rito privato e segreto che compivo da bambina, così, d'istinto, un po' per celia e un po' per non morire. Lo facevo quando la realtà esterna era insopportabile: col dito indice delle mani premevo forte sulle palpebre chiuse e mi estraniava volutamente del mondo esterno. Sì, lo facevo quando tornò me percepivo solo dolore e confusione e l'angoscia mi stritolato il cuore col suo morso di ghiaccio. cercavo allora-per consolarmi certo-le lucine colorate che si accendono nel buio dello sguardo rovesciato: scintille che la pressione delle dita sulle palpebre chiuse accendeva. Quando fuori tutto mi sembrava insopportabile, guardavo dentro di me. Mi concentravo forte sulla mia scena interiore e li cercavo la luce che non vedevo, che oggettivamente non c'era, fuori di me. Accadeva così che nel buio dello sguardo tutto interiore prendevano forma tante piccole apparizioni, immagini amiche. Diventavano personaggi che mi raccontavano storie. Storie di vita, di gioia, di dolore, di uomini, dj, di animali, di buona e cattiva sorte. No, non era impazzita, sapevo benissimo che era solo un gioco d'immaginazione e che la realtà, quella esterna, concreta e personale era ben diversa. È come se lo sapevo! Ma quel gioco, quell'attitudine ludica, quella fuga nell'irrealtà (che poi è la realtà dell'anima ) mi salvavano la vita.

Miri animo e quando riaprì gli occhi, ops! Il teatro davanti a me è spalancato, pieno di luci e di colori. Le figure del fondo oscuro della mente hanno preso forma e consistenza e si sono incarnate negli attori che ora vedo di fronte a me, pronti a mettere in scena le loro storie. Spiccano fra loro due figure: uno strano giovinetto riccioluto che mi guarda di traverso con aria ironica, un po' beffarda. Accanto lui una fanciulla misteriosa accosti il dito indice della mano destra alle labbra atteggiate in un misteriosissimo ssss, a indicare la necessità del silenzio. Poi il giovane riccioluto mi indicò un libro riposto in una libreria antica: Le vie traverse.



( di Carla Stroppa )

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